INTERVENTI
Un intervento
di
Renzo
Ferrari
SOMMARIO
RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA
15 maggio 2013
CHI È DI MODA POI PASSA
DI MODA...
Una intervista di Francesco Tadini a Renzo Ferrari
circa l’arte di oggi e altre cose
Francesco Tadini: Ora che il sistema economico ha trasformato
l'arte in merce riprodotta all'infinito, restano solo varianti senza
rivoluzioni?
Renzo Ferrari: Siamo immersi fino al collo nel "regno della
quantità": l'arte-merce dalle provenienze più disparate da luoghi
ritenuti fino a qualche anno fa solo mete di vacanze esotiche: ora è
protagonista di luoghi deputati di biennali global ecc. Bisognerebbe
instaurare delle difese contro questo globalismo pervasivo, disporre
di un metabolismo immunitario. Penso come è cominciato (prima in
positivo) tutto questo... Ai tempi della contestazione (in clima
fortemente progressista) la soluzione prospettata per uscire dallo
spazio privilegiato dell' "opera unica" era quella di produrre dei
multipli, di renderla accessibile a molti fruitori. Così l'arte si lasciava
alle spalle il suo statuto elitario connotato dall' "aura" (Walter
Benjamin) in favore della riproducibilità, che la immetteva (in teoria)
nei consumi di massa. Il fenomeno (che era per la verità già presente
anche in passato nelle opere calcografiche) durò con espansione
esponenziale qualche stagione, poi il mercato tornò al "feticismo"
dell'opera unica. In tempi più recenti, il cosiddetto sistema dell'arte
globale con l'invenzione degli artistar ha aumentato la sua offerta con
iperproduzioni uniche (definite "estetiche") di grande attrattiva
economica. Cosi acquista rilievo un "listino di Borsa dell'opera unica"
attraverso il triangolo perverso delle gallerie multinazionali, case
d'asta, musei molto importanti. Quotazioni stratosferiche che
attraggono soprattutto chi deve riciclare grandi somme di danaro
sporco o anche facoltosissimi estimatori del "vestito dell'imperatore".
Un solo esempio: lo squalo (conservato in formaldeide, ma poi
andato a male) da un milione di euro. Tu chiedi, caro Francesco, se
c'è ancora spazio per un'arte d'avanguardia, in questo stato di cose
demenziale che ricorda come una fotocopia la prassi perversa dei
"prodotti tossici" nella recente débàcle finanziaria... Rispondo no. Ma
è sempre più percepibile un forte dissenso (voci sempre più
numerose fuori dal coro) che, presto o tardi (spero presto), faccia
scoppiare la "bolla" di questa "arte di regime". Personalmente io
continuo a lavorare come mi pare e... chi vivrà, vedrà...
F.T.: Non è stata proprio la pop art americana - e il sistema Leo
Castelli - colpevole di aver ridotto la figura al corpo della merce?
R.F.: La pop art americana ha i suoi antesignani in Duchamp e nel
dada storico, e i primi artisti proposti da Leo Castelli sono stati
Jasper Johns e Robert Rauschenberg. Questi artisti sottolineano il
passaggio dall' "arte ansiosa" dell'espressionimo astratto (Arshile
Gorky, Pollock, De Kooning, Franz Kline) al quadro oggetto e al
combine installativo. Lichtenstein, Warhol and company introducono
tecniche della cartellonistica, del fumetto, della fotografia e della
grafica pubblicitaria nella realizzazione di opere monumentali (anche
se la pop ha i suoi primi protagonisti fondativi a Londra già nel 1956).
Leo Castelli è l'importante gallerista che collauda nuove strategie di
mercato decise a tavolino e impone la pop americana a livello
planetario. In Europa, dopo il premio a Rauschenberg alla Biennale
di Venezia nel 1964, la capitale dell'avanguardia artistica si sposta
decisamente da Parigi a New York. Per quanto mi riguarda, dopo il
1964, pur convinto che la pittura avesse subito una forte "s-
definizione" e il mio lavoro precedente fosse andato in crisi, mi
cimentai anch'io in prove pop, esperimenti che durarono alcuni anni,
fino al 1968, per poi
convincermi che la mia strada
era un'altra. Tornando a Leo
Castelli, con lui il mercato
dell'arte diventerà sempre più
listino di Borsa, "merce
prestigiosa", status symbol per
collezionisti miliardari. Tutto
ciò ha segnato per molti artisti
l'emergere anche drammatico
di una condizione fortemente
marginalizzata rispetto a
questo stravolgente dirigismo
di mercato per i forti
condizionamenti del tipo
artista quotato in "borsa" =
grande artista, e il ritmo
velocissimo delle mode
imposte.
F.T.: ...e non è la moda - il fashion - ad aver avviato un processo nel
corso del quale il gusto diviene conformismo continuamente truccato
da rivoluzione?
R.F.: Certamente le mode sono la risultante programmata a
tavolino, le strategie pubblicitarie e commerciali per far lievitare le
quotazioni degli artistar di un mercato divenuto globale.
"L'oscillazione del gusto" si adegua a queste aspettative. Viene
chiesto all'artista di successo un prodotto che rispetti fino in fondo i
requisiti accertati per l'offerta. Questa prassi ha come risultante
quella di invalidare e cancellare qualsiasi libertà creativa e di
instaurare cosi un conformismo che non rivoluziona un bel niente e
che è sintomo dichiarato della banalità diffusa e del vuoto di quella
che viene imposta come arte contemporanea (d'avanguardia), e che
invece è arte pompier.
F.T.: Senza praticare realismo ideologico - men che meno socialista -
un artista può indignarsi e tornare ai fatti del mondo, alle tragedie
della storia recente? Non mancano certo le possibili Guerniche...
R.F.: Ultimamente la filosofia parla di "nuovo realismo" ritenendo
oramai massimamente estenuato "il pensiero debole" che considera
la realtà quale coacervo di interpretazioni (Nietzsche). Sopratutto la
crisi ci costringe in disagi e difficoltà molto reali, che anche per
l'artista significano interrogazione etica e cancellazione di troppi
compiacimenti ludici. Lo sdegno per l'inadeguatezza caricaturale dei
politici ci porta anche a esprimere un'ironia amara. Le tragedie quali
guerre, calamità, i più svariati disastri, di cui l'estremo è quello
ecologico, ci costringono a una drammatica presa di coscienza che
non può che rifluire e influenzare il proprio linguaggio espressivo.
F.T.: La tua figura sembra una frase di Celine (da te ritratto anche nel
2011): la verità di una lingua parlata - e la sua crudezza - contro la
levigatezza di una lingua letteraria. I tuoi quadri di figura/parola
mostrano fatti senza illustrarne la cronaca.
R.F.: Siamo a una domanda più vicina al mio lavoro (ci togliamo
dalle digressioni polemiche nei riguardi del sistema dell'arte). Penso
la figura quale ossessione mutante lungo l'intero arco creativo del
mio lavoro, e senz'altro la propongo soprattutto dagli anni novanta
attraverso il suo insorgere primario. Accetto di sentirla come "idioma
dialettale" mescolato con "gli idiomi global" con esplicita insofferenza
per le "levigatezze". Non dispongo mai di una figura che rappresenti,
che illustri anche nel caso in cui voglio "raccontare" un desaster, una
guerra vista in tv o su internet. Trovo il modo di accordare il processo
creativo con le sensazioni forti che ho avuto direttamente dalla
cronaca per tentarne delle metafore formali. Forse, soprattutto
nell'ultima mostra "Calendario feriale", il partire da frammenti
fotografici minimali che appartengono al tempo presente mi ha spinto
a una sorta di figuralità "micro-realista"... e beninteso si spera
sempre di non essere scontati. Oggi è troppo evidente la
preoccupazione di essere originali a tutti i costi, con trucchi, effetti
speciali, provocazioni che si sprecano. Beckett in altri tempi
sosteneva all'incirca "forse sono già stato detto ma continuo a dire".
La scommessa per me è quella di riuscire a esprimermi rifiutando
senza mezzi termini il conformismo imperante.
F.T.: C'è a un certo punto del tuo percorso dentro il "disagio" della
civiltà l'urgenza di trovare il primitivo, il naturale, il selvaggio?
R.F.: Sì..., in modi anche risentiti rispetto al lavoro che precede e a
partire sopratutto dagli anni novanta. La monografia Opere, 1990-
2010, curata da Francesco Porzio, uscita recentemente, ne da
ampiamente conto. Anche un testo di tuo padre Emilio Tadini, Africa
del 1990, ne parla. Indubbiamente, dal contesto global, già a partire
dai primi anni ottanta, si avvertiva l'irruzione di nuovi attori artistici
non occidentali che mutavano sostanzialmente il panorama
figurativo, in più erano già in atto i linguaggi molto divulgati dei Neu
Wilden tedeschi e della transavanguardia e di alcuni autori
americani. Tutto ciò ha coinciso con la fine della neoavanguardia e il
ritorno della pittura. Personalmente ho "ricaricato le pile" con la
volontà di ritrovare, risuscitare una maggior energia creativa. In me
c'è stata l'esigenza di togliermi dalle pastoie del neoinformale per un
linguaggio più diretto e vitale.
F.T.: Le tue parole nei quadri circondano e contengono altri segni e
figure in movimento: sembra che impediscano loro di uscire dal
quadro...
R.F.: Molto spesso mi chiedono il perché della simbiosi di scrittura,
segno-disegno e figura nei miei lavori. Questa mescolanza che limita
molto spesso l'agio delle figure (coatte) ha origine dalle annotazioni
continue (giornaliere) che tengo nei Moleskine, abitudine questa che
ho iniziato già alla fine degli anni settanta. Nei Moleskine c'è un
ampio repertorio di disegnini eseguiti più o meno con rapidità-
leggerezza o perorazione che sono scortati da una sorta di "colonna
sonora" di commenti scritti (sovrascritture incrociate al disegno).Tutto
questo è divenuto presente anche nei quadri.
F.T.: Il blu, il giallo, il rosso... sembra che tu abbia sposato questi tre
colori dalla fine degli anni novanta... e che ognuno di essi abbia i
propri abitatori (Visitatrici del blu, 2000).
R.F.: Parafrasando una frase di un poeta classico (lontana memoria
scolastica) mi ripeto spesso in toni divertiti: "II colore dell'anima
interprete eloquente". Insomma, nel quadro che tu citi è protagonista
il blu, colore che uso raramente (anche se in passato l'ho mescolato
al nero fondo) e che è per me colore notturno, riflessivo. In Visitatrici
del blu il blu è contaminato da disaccordi con gialli verdastri e rossi
cadmio (analogia con i rumori: cacofonie della notte). II giallo è molto
presente in vari periodi del mio lavoro e si accompagna spesso a un
disegno che punge, spinoso. Il rosso è fuoco, vampata, ed è abitato
da figure nere, bruciate, combuste.
F.T.: Oggi mi rendo conto perfettamente di quanto il sistema delle arti
sia soprattutto per gli artisti giovani una prigione. Dorata, dotata di
comodità, ma sempre prigione. Cosa ne pensi? Come segare le
sbarre? Consigli a un artista giovane?
R.F.: Sono scevro dal dare consigli in generale... perché soprattutto
oggi nella caduta libera dei valori è difficile intendersi e si può essere
facilmente fraintesi. Comunque la domanda rimane interessante e
considererei anche il rovescio della medaglia, vale a dire quei
giovani che dotati di talento, per "ingenua onestà" cercano la propria
strada e non trovando un celere accesso al sistema dell'arte
rischiano una definitiva marginalizzazione. Quest'ultimi, "vittime
sacrificali" del sistema a confronto di chi ha avuto capacità e fortuna
di entrarci; ma come dici tu... può poi risultarne prigioniero. Per mia
esperienza la crescita di un artista è cosa delicata e difficile, e le
scelte che uno fa non sempre risultano vincenti al fine di una carriera
e del successo del proprio lavoro. Oggi vige la mentalità
consumistica del "tutto e subito" e del successo immediato... io
penso che un artista intraprende con coraggio "un'avventura creativa
che lo appaga" che non sa dove lo può portare in termini di consenso
e risultati economici. La sua avventura potrebbe anche risultare
illusoria e inconcludente. Sono i rischi di un antico mestiere
(intrinsecamente anticonformista). Chiudo con un detto gratificante di
Oscar Wilde: "Chi è di moda, poi passa di moda"....
riContemporaneo.org
Clicca il pulsante Aggiorna per essere certo
di vedere i testi aggiunti dalla tua ultima visita
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da aprile 2013 / Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2013
Pittore, è nato a Cadro
in Canton Ticino (CH)
nel 1939. Nel 1954 si
trasferisce a Milano,
dove studia e lavora.
Da allora si sono
occupati di lui i
maggiori critici, da De
Micheli a Tassi, da
Testori a Tadini, da
Bruno a Szeemann
ecc.
Oggi è tornato a vivere
a Cadro.
Francesco Tadini,
fondatore dello Spazio
Tadini di Milano, è
critico d'arte, regista e
autore di programmi
televisi. E’figlio dello
scomparso pittore e
scrittore Emilio Tadini.
Per gentile concessione
di