INTERVENTI
Un intervento
di
Giorgio
Tonelli
e
Enrico
Lombardi
SOMMARIO
RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA
20 aprile 2013
INATTUALI
Giorgio Tonelli e Enrico Lombardi
"Da un certo punto in là non vi è più ritorno. Questo è il punto da
raggiungere." (Kafka)
" Evidentemente il visivo riguarda il nervo ottico, ma non per questo è
immagine. La conditio sine qua non dell'immagine è la relazione con
l'alterità." (S. Daney)
L'idea originaria di questa mostra, come di questo testo,
nasce da desideri ed esigenze profonde. Prima, fra
tante, l'esigenza di testimoniare, con un'opera corale,
una lunga e straordinaria amicizia e un sodalizio artistico
che dura, senza crepe, da tanti anni. Due pittori, come
noi, che si sono riconosciuti sulla soglia dei loro silenzi,
della loro comune esigenza di risolvere tutte le domande
e le risposte, estetiche e non solo, in seno al gesto
primario del dipingere e che hanno ostinatamente difeso
questa loro perenne inattualità come una grande
possibilità di pratica del senso e della verità, realizzano,
con questo progetto, il desiderio di vedere, allestiti
insieme, gli esiti del loro lavoro. La presenza di
entrambi al Padiglione Italia della 54esima Biennale di
Venezia, insieme a tanti colleghi 'pittori', ha rafforzato
in noi l'esigenza di marcare teoricamente e
fattivamente una nostra specificità e differenza.
Naturalmente non nel senso di una pura affermazione
autoreferenziale che risulterebbe infondata e
velleitaria. Al contrario: l'idea di questa mostra nasce
proprio dall'esigenza autentica, sentita fortemente da
entrambi, di reinterrogare lo statuto dell'immagine oggi
in relazione alla sua storia e ai suoi risultati, teorici e
pratici, per capire se questa nostra sensazione di
distanza e perenne inattualità abbia qualcosa di fondato. La
mostra, coi suoi importanti contributi storico-iconografici e
filosofici, dovrebbe essere una sonata a più mani proprio intorno
al senso dell'immagine, per tentare di circoscriverne lo statuto
etico ed estetico in questo tempo abusato di urti retinici, ma
sostanzialmente privo di immagini. Per noi, naturalmente, una
simile indagine serve anche a comprendere il territorio che
un'opera come la nostra può occupare oggi nella produzione di
cultura e sapere. L'orgogliosa, ostinata e, a volte, aristocratica
rivendicazione di quella che abbiamo definito la nostra "perenne
inattualità" sancisce già di per sé una volontà di separazione che non
ha radici snobistiche o narcisistiche, ma risponde ad una profonda e
vitale esigenza di autenticità del fare e del vivere, ad una domanda
fondamentale di concentrazione e silenzio, di isolamento sostanziale e
produttivo. Come in altre epoche, storicamente verificabili, gli artisti
perennemente inattuali hanno sempre prodotto un sapere, un segno,
una testimonianza particolare, un contributo che , spesso, si è rivelato
fondamentale per comprendere non solo le latenze culturali, ma il
senso più vero e centrale di ogni epoca stessa; un contributo che merita
sempre una sua visibilità e un'apertura ermeneutica. Con la nostra
analisi tenteremo dunque di capire e spiegare, nel modo più onesto
possibile, come si è venuta formando in noi la consapevolezza di
appartenere a tale condizione.
1 L'inattualità come condizione, come destino.
Ci sono tanti modi per essere 'inattuali', in relazione all'attualità di ogni
epoca e ai suoi linguaggi dominanti che la definiscono come tale. Ad
esempio fra gli inattuali perfetti potremmo mettere la marea dei
cosiddetti 'artisti della domenica': quella vasta popolazione che si diletta
in pratiche creative -che dell'arte hanno solo la superficie-, senza la ben
che minima consapevolezza della relazione che il loro fare intreccia col
pensiero, col linguaggio, con la storia, con la tradizione, con le
problematiche dell'epoca e, insomma, con tutto ciò cha fa di un
manufatto umano generico un'opera d'arte; preoccupati solo della
povera soddisfazione egotistica di essere stati in grado di riprodurre
qualcosa che si avvicini il più possibile ad un'idea superstiziosa e
stereotipata di reale o di una qualche estetica orecchiata. Potremmo
definirli, così, per gioco, 'inattuali loro malgrado'. Vi sono poi gli 'inattuali
per scelta': ovvero quelli che, consapevoli dei paradigmi qualificanti il
loro tempo, decidono di contrapporvisi intenzionalmente, collocandosi
idealmente ed esteticamente in un'altra epoca, a cui i loro gusti e
desideri somigliano di più, oppure semplicemente di smarcarsi e
ribadire una differenza rispetto ai linguaggi dominanti. Questa, in realtà,
non è che una forma più sofisticata e camuffata dell'attualità stessa,
poiché la nostra contemporaneità si fonda proprio sugli scarti e le
contrapposizioni a ciò che, di volta in volta, viene considerata come la
tradizione da rinnovare e superare. Questi 'inattuali' sono alla ricerca, in
fondo, solo di un' attualità per loro più reale, forse più stringente, in cui
ritagliarsi un posticino: di un'attualità più attuale. Senza dare un giudizio
di valore sulle opere nate da tale atteggiamento, che potremmo definire
ingenuo, nel migliore dei casi, quando non intellettualmente disonesto,
ci viene alla mente, parafrasandolo, un noto aforisma di Salvador Dalì -
certamente non privo di ironia-, che stigmatizzava l'inutilità e vanità di
ogni tentativo di collocarsi fuori o dentro l'attualità, in quanto essa, già
da prima, tutti li conteneva. Alla fine, questo tipo di inattualità si traduce
quasi sempre in un atteggiamento anacronistico, sia tecnico che
ideologico, quando non in una vaga e inutile nostalgia di un eden
creativo che, in realtà, non è mai esistito, tanto che, ogni epoca, a modo
suo, ne ha vagheggiato uno. E inoltre, dal punto di vista estetico, si
traduce generalmente in una ripetizione vieta e sempre un po' pigra di
linguaggi già ampiamente collaudati, in cui nulla di destinale ed
individuale viene innestato per rianimarli, e in cui dovrebbe essere la
decisione anacronistica stessa ad avvalorarli come nuovi e come
attuali, perché, come ho detto prima, di questo si tratta alla fine della
fiera: fondare e ribadire, ad ogni modo, una propria attualità. Non c'è
quindi inattualità meno inattuale di questa. Siamo ancora nello stanco
gioco moderno delle contrapposizioni, dei falsi antagonismi, delle
definizioni, degli ismi, delle tradizioni da demolire o da idolatrare: siamo
nella più pura e stringente attualità. Non ce ne vogliano tanti valorosi
colleghi!
Ma la categoria più occulta, più estesa, più travestita, più involontaria di
inattuali è certamente quella che chiameremo, sempre per gioco,
naturalmente, degli 'inattuali per eccesso di attualità'. Si tratta di tutti
quegli artisti che, più o meno consapevoli dei paradigmi qualificanti
l'attualità di una certa epoca, ad essa, o alla sua leggenda, sono così
scrupolosamente fedeli da produrre sempre una sorta di morto
conformismo
accademico. Il terrore di uscire dalla possibilità di essere compresi e
accettati nel gioco della mondanità estetica li obbliga ad una
applicazione così morbosamente, acriticamente, piattamente ideologica
degli schemi dominanti da non rendersi conto che proprio questa
aderenza coattiva al proprio tempo ve li colloca fatalmente fuori, poiché
si possono dire realmente 'attuali', secondo i loro stessi paradigmi, solo
quegli artisti originali che hanno prodotto quegli scarti nel linguaggio,
quelle innovazioni che hanno fondato l'attualità come tale e non tutti
coloro che vi si accomodano dentro senza alcuna fatica, come parassiti
nel legno. Questi 'inattuali per eccesso di attualità' costituiscono la
massa inerte che frena ogni epoca nella sua possibilità di indagare
l'attualità da ogni sua angolatura, fosse pure la più inedita, la più
inattesa, di portare vera innovazione al linguaggio, in quanto brucano
tranquilli nei prati seminati da altri, sempre ben attenti, come servi di un
regime totalitario, a mostrare la propria fedeltà untuosa al capo, alla
congrega, al dominante. Forti del fatto di essere protetti dalla critica
militante, dalle parole d'ordine, dagli schemi precostituiti, dal gusto più
diffuso, sono ben felici di demandare ad altri il duro compito della
libertà, della coscienza, dell'analisi, della responsabilità e, se vogliamo,
anche della vera eversione che consiste sempre nel produrre
differenza.
Infine ci sono gli 'inattuali per condizione, per destino', i quali, pur
perfettamente consapevoli delle problematiche, delle tendenze, delle
estetiche del proprio tempo si trovano condannati esclusivamente alle
proprie ossessioni formali. Senza alcuna ansia di contrapporsi a
chicchessia, né di produrre novità, né di apparire in alcun modo
dialettici rispetto ai paradigmi fondanti qualsiasi epoca, gli inattuali per
destino percorrono solitari la propria strada, piccola o grande che sia e
si danno come unico compito, unico e totalizzante, la realizzazione
dell'opera che li trascenda e dia loro senso. In essa e solo in essa, al di
fuori di ogni ragione ad essa estranea, questi inattuali trovano la propria
dimora. Si potrebbe dire che questi inattuali lo sarebbero rispetto ad
ogni epoca nella quale si trovassero a vivere ed a operare, realizzando
così una perfetta inattualità perenne. Penso anzi che in ogni epoca
siano presenti, sempre in larga minoranza, inattuali di questo genere
che, producendo un linguaggio del tutto originario, individuale e
riconoscibile, abbiano costituito una specie di margine, di pellicola
contenitiva, di limite col quale ogni epoca ha pur sempre dovuto fare i
conti per definirsi come tale. Non relegabili in nessun genere, etichetta,
ismo o delirio
critico, essi viaggiano, portati dalla corrente della propria inalienabile
vocazione, verso un superbo isolamento spesso accompagnato da
sontuosi fraintendimenti. Questa condizione produce una differenza
organica, originaria. Ad essa noi apparteniamo.
2 Alcune brevi e banali considerazioni sull'attualità.
(Ovvero di tutto ciò che non ci appassiona)
Senza scomodare il vocabolario si potrebbe dire che rientra nell'attualità
tutto ciò che accade contemporaneamente, nel presente, nel proprio
tempo, nella propria epoca, che dir si voglia. E che quindi ogni
fenomeno contemporaneo, anche questa nostra inattualità irosa e
aristocratica, in fondo non è che un aspetto, seppur estremamente
marginale, dell'attualità tutta intera. Cosa che ci tocca accettare
filosoficamente, ma non senza qualche mal di pancia! Detto questo
potremmo anche affermare, senza tema di smentita, e con innumerevoli
prove alla mano, che questa epoca scellerata si distingue da tutte le
altre per la compresenza di tutti i linguaggi, di tutte le estetiche, di tutte
le modalità creative, senza che nessuna di esse sia realmente in grado,
se non supportata da imponenti sforzi finanziari e grandi campagne di
propaganda, di divenire paradigmatica dell'epoca stessa. Ne potremmo
dedurre che oggi tutto, assolutamente tutto, è attuale. Ahimè anche noi!
Perché allora questa nostra ostinazione a voler individuare proprio in
una particolare specie di inattualità il luogo di azione e di crescita della
nostra opera? Proveremo a spiegarlo cercando di analizzare alcune
caratteristiche fondanti e trasversali dei maggiori linguaggi artistici
attuali e del cosiddetto 'mondo dell'arte', mettendo in luce i perché di
una nostra naturale avversione per ognuno di essi.
a) Dal secondo dopoguerra, eredità in parte fraintesa delle avanguardie
storiche, una delle categorie estetologiche più importanti e qualificanti
della contemporaneità é quella del "nuovo a tutti i costi". L'opera d'arte,
dunque, diventa tale e degna di interesse ed attenzione solo quando,
contrapponendosi sempre e in ogni modo ad ogni tradizione, foss'anche
la più recente, produce una novità, uno scarto rispetto a ciò che è
venuto prima. Nata come strategia dinamica di rivoluzione permanente
del linguaggio ha finito per somigliare prestissimo alle tecniche di
marketing del peggior consumismo, che è obbligato a perpetuarsi con la
continua creazione di prodotti sempre nuovi in grado di eccitare il nostro
parossismo accumulativo di cose inutili. Di questa tendenza si sono
accorti immediatamente e naturalmente i grandi gruppi mercantili
mondiali, che hanno oscurato la naturale metamorfosi dei linguaggi
artistici sostituendola con accurate invenzioni e programmazioni di
fenomeni del momento, supportati da mega campagne di promozione e
finanziamento, atte a creare tensione, domanda e plusvalore
commerciale intorno ad essi. Orrenda nemesi! Quei linguaggi che, a
partire dalla rivoluzione duchampiana, avrebbero dovuto testimoniare di
una eversiva tendenza non commerciale di produzione di una differenza
non riducibile a nessun addomesticamento borghese, sono diventati
prestissimo i servi esemplari del mercato e della merce. Merce strana!
Ma pur sempre, irrimediabilmente, tragicamente merce. E in quanto
merce condannata ineluttabilmente allo statuto di prodotto, ricattata
dalla sua vendibilità. Eppure non è questo il lato peggiore di questa
tendenza al "nuovo a tutti i costi": in questo gioco sono pur cresciuti
anche artisti importanti! La necessità, che le nuove generazioni di
creativi ha dovuto affrontare, per essere ascoltata -per avere successo-
, di produrre ininterrottamente novità, inaudito, mai visto ecc., ha
condotto inevitabilmente ad una proliferazione inutile e metastasica di
invenzioni superficiali, di trovate circensi, di abomini, di brutto, di
patologico, di aneddotico, di autobiografico, di psicologico, di
inutilmente spettacolare e complicato, insomma ad una costellazione di
insensatezze che non solo ha tradito le intenzioni stesse del primo
concettuale, ma ha finito per minare, forse per sempre, la capacità di
produrre , leggere e interpretare il gesto della creazione artistica.
Generazioni di distruttori -per lo più non veri e consapevoli scellerati,
ma solo piccoli, miserabili garzoni di bottega- hanno cercato di demolire
il peso responsabile della tradizione, di ogni tradizione possibile, anche
quella da loro stessi inaugurata, con l'arroganza di essere sempre i
primi e gli unici, ottenendo solo di brancolare , accecati dal sole, in un
deserto senza parole e senza alcuna verità possibile. Così, nell'oceano
delle creazioni umane, un'enorme inquinante macchia di plastica e di
rifiuti, soffoca i pesci e toglie ossigeno alle acque. A questa devastante
tendenza noi abbiamo risposto con la fissità assoluta delle nostre
ossessioni e vocazioni, con la consapevolezza della natura
radicalmente non antropocentrica delle immagini, con la ripetizione
incessante e differente del medesimo, col silenzio e l'isolamento, con un
rapporto consapevole e responsabile col linguaggio specifico della
pittura e la sua tradizione, con una convivenza dignitosa ma senza
compromessi col mercato, evitando ogni possibile complicità, lavorando
instancabilmente per la bellezza , il senso e la cultura -ben conoscendo
l'inattualità e forse impraticabilità di tutto questo e persino di queste
stesse parole!- . Da ciò, presumibilmente, la nostra perfetta inattualità.
Per noi "il nuovo a tutti i costi" non è che un agente patogeno che
speriamo esaurisca presto la sua carica infettiva, per riconsegnare gli
artisti alla possibilità di una vera libertà, che implica sempre
responsabilità, presenza e relazione con l'alterità. Tuttavia il nostro fare
non è e non sarà mai dettato da nessuna contrapposizione ad esso,
perché proprio di queste contrapposizioni la nostra attualità si nutre .
Denunciamo soltanto un male di cui non siamo neppure portatori sani.
Semplicemente andiamo per la nostra strada.
b) Nella contemporaneità (come in ogni altro momento storico), al
"nuovo", all'atteggiamento perfettamente consono (o servile) ai canoni
del proprio tempo, o a ciò che la storiografia più recente individua come
linguaggio di svolta, a ciò dunque che qualifica l'attualità come tale, si è
sempre affiancato, in modi di volta in volta differenti, quello che
potremmo definire un "atteggiamento anacronistico", volontario o
involontario che fosse. Mentre Giotto e i Senesi ridefinivano lo spazio
dell'iconografia medievale, nella maggior parte d'Italia i pittori
continuavano a dipingere alla maniera greca. Mentre Piero della
Francesca, Masaccio, Brunelleschi sistemavano l'immagine e il mondo
nella sua perfetta e metafisica griglia prospettica, in tante parti del
nostro paese, neppure troppo periferiche, stuoli di pittori attivi e
celebrati dipingevano ancora alla trecentesca. E persino in piena
rivoluzione impressionista la maggior parte dei pittori continuava a
lavorare secondo i canoni accademici dell'ottocento celebrativo e
bituminoso. Nella modernità , il cosiddetto "ritorno all'ordine" in Francia
e il "novecento" italiano rappresentarono, di fatto, una tendenza a
ribellarsi alle avanguardie più radicali per ritornare alla pittura e
all'opera. Questi, per grandi tagli e genericamente, i precedenti di un
movimento di reazione all'attualità estetica che ha il suo equivalente
anche oggi. Dato che dal secondo dopoguerra in avanti la tendenza
dominante è stata quella di un progressivo , ma ineluttabile dominio dei
linguaggi concettuali - audiovisivi, installazioni, performances, linguaggi
ibridi, mescolanze mostruose, riciclaggi di vario genere, fotografie, e chi
più ne ha più ne metta - a scapito dell'opera e, soprattutto, della sua
realizzazione attraverso i mezzi della pittura e della scultura tradizionali
-considerati, spesso a torto, e qualche volta a ragione, obsoleti e non
atti a testimoniare il nostro tempo - , la nostra più stretta
contemporaneità ha visto un fiorire continuo di atteggiamenti di
contrapposizione a questo dominio in cui, di volta in volta, viene messo
l'accento su un aspetto del recupero del fare manuale, del primato
dell'opera, dell'uso di linguaggi e strumenti tradizionali, del senso stesso
dell'immagine dipinta o scolpita. La "Metacosa", la "Transavanguardia"
stessa, l' "Anacronismo" e la "Nuova figurazione italiana" sono, nella
storia più recente dei movimenti artistici, l'espressione più evidente e
consapevole di questa reazione all'imperio dei linguaggi concettuali.
Tuttavia per non cadere nella trappola di un'analisi troppo frettolosa e
generica, che condurrebbe solo alla solita logica delle contrapposizioni,
dobbiamo individuare alcune differenze sostanziali. Per quanto riguarda
la pittura antica, dal medioevo sino al settecento circa, non si può
parlare propriamente di resistenze e contrapposizioni consapevoli e
militanti ai linguaggi innovativi -come vorrebbe certa storia dell'arte di
stampo illuminista e ovviamente marxista- (queste sono categorie
storicistiche impostesi più recentemente, che giudicano
retroattivamente coi propri criteri movimenti di tutt'altra origine e natura),
ma semplicemente sviluppi di tradizioni e culture parallele, sacche di
resistenza involontaria, quando non, semplicemente, contemporaneità
di linguaggi differenti. Dall'insorgere delle prime avanguardie, invece, il
problema cambia radicalmente: un linguaggio si definisce come nuovo
e innovativo perché si contrappone volontariamente e consapevolmente
a ciò che lo ha preceduto. Così, arrivando alla più stretta attualità, si
viene consumando l'orrenda nemesi a cui già prima abbiamo
accennato: quell'atteggiamento "eversivo" perenne, che nasce e si
giustifica in contrapposizione ad ogni tradizione, diventa sempre di più
istituzionale e totalitario, fino a stabilire con regole ferree e paradigmi
rigidissimi quali sono i segni distintivi del nostro tempo e con quali
mezzi realizzarli. Solo negli ultimi 40 anni, ma soprattutto oggi, si può
parlare realmente e propriamente di un "atteggiamento anacronistico"
consapevole. Tuttavia, a nostro parere, la maggior parte di questa
nuova pittura che nasce per contrapposizione violenta alla sfera
concettuale, finisce per somigliare troppo a ciò che dice di combattere,
e non recide realmente il cordone ombelicale del gioco perverso delle
filiazioni per contrapposizione: ripetizione , oramai esausta, di quel
movimento sistolico che abbiamo visto inaugurarsi con gli
impressionisti. Per queste ed altre ragioni, più individuali ed etiche, noi,
pur esprimendoci coi mezzi della pittura più tradizionale, non sentiamo
di appartenere ad alcun "atteggiamento anacronistico" di recupero o
contrapposizione che ci collocherebbe, comunque, nella finta dialettica
dei movimenti dell'attualità. La nostra perenne e perfetta inattualità
utilizza il suo sguardo periferico solo per individuare i limiti dei luoghi
dipinti e il loro senso. E se questi luoghi appaiono ai più come privi di
tempo, e quindi assolutamente anacronistici, essi non lo sono per scelta
estetica, ma solo per destino e vocazione dell'immagine stessa.
c)
Forse è più onesto, nell'epoca dell'audiovisivo, se si vuole
partecipare della più stretta attualità, operare attraverso i mezzi più
aggiornati che la tecnologia ci offre e tentare di realizzare creazioni
artistiche con essi. Dal cinema, infatti, sono venuti alcuni dei più grandi
capolavori contemporanei; dal documentario di storia; a volte dalla
fotografia; più raramente dalla computer art. Ma se si decide di restare
dentro la pittura, ben sapendo quanti ostacoli questo comporti, occorre
starvi in modo completo e destinale. Se alla pittura si è chiamati occorre
rispondere senza infingimenti, trucchi o ipocrisie. Se ne vede troppa,
oggi, di pittura piena di sensi di colpa che, per affermare una propria
timida e colpevole attualità, si avvelena con modi e segni che non le
appartengono. Per noi non è questione di ispirarsi alle immagini
prodotte dal cinema, dal fumetto, dalla fotografia, come fanno oramai
stuoli di "pittori" -che finiscono per assomigliare sempre di più a pittori
della domenica alle prese col vasetto di fiori o col paesaggino
oleografico!-, ma direttamente allo sguardo che inaugura la nostra
relazione col mondo e la testimonia attraverso l'opera. Per noi l'unica
cosa che conta veramente è l'immagine che nasce dalla relazione con
l'altro (foss'anche cinema, fumetto o fotografia!) e che, nel suo modo del
tutto particolare e sempre uguale da Lascaux ad oggi, inaugura il
mondo e lo rende visibile: quell'immagine che la maggior parte dei nuovi
pittori desume in modo stereotipato da altri linguaggi (che, spesso,
afferma di combattere), quasi che si fosse persa la speranza nella
possibilità di uno sguardo originario, di un gesto veramente individuale,
di un destino figurale assolutamente personale! Noi questa speranza
non l'abbiamo mai persa, anzi, lavoriamo perennemente e
ostinatamente nella certezza vertiginosa e rischiosa dell'apertura
inaugurata dall'immagine originaria, del sapere prodotto dalla sua
eccedenza, della sua possibilità ermeneutica infinita. Anche e
soprattutto da ciò la nostra perfetta inattualità.
d) Nel critichese comune il termine "citazionista" viene riferito
essenzialmente alla cosiddetta pittura colta e anacronista, quella in cui i
riferimenti ai modelli antichi sono espliciti e voluti. Noi pensiamo invece
che una sorta di perversione citazionista, oggi, in realtà, pervada
trasversalmente tutti i linguaggi artistici: dal concettuale più radicale
sino alle espressioni più estreme di recupero della manualità. E che
questa perversione sia figlia sostanzialmente di un disincanto diffuso
nella possibilità di creare qualcosa di realmente nuovo -la grande,
incurabile ossessione contemporanea!-. Quante volte abbiamo sentito ,
sulla bocca dei sacerdoti dell'inaudito, che "tutto è stato fatto", "che
nulla di nuovo è possibile", solo per lanciare, un attimo dopo, sul
mercato, la nuova trovata circense dell'ultimo fenomeno abilmente
costruito allo scopo di fare quattrini e riempire la bocca di tanti
perdigiorno! Certo, questa storia del "tutto è già stato fatto" è
estremamente funzionale a quel mondo che fa profitti dall'invenzione di
nuove macchine spettacolari e dalla creazione di nuovi bisogni inutili!
Ma, oltre che in mala fede e disonesta, questa espressione, così diffusa
anche fra chi non sa neppure di cosa stia parlando, non corrisponde
alla realtà nella sua complessità. Noi pensiamo che l'artista autentico e
originario, chiamato dal suo linguaggio e dalla sua sensibilità e visione,
a produrre immagini, a dare forma ai luoghi, aggiunga sempre,
inevitabilmente, qualcosa di nuovo e particolare al linguaggio che sta
utilizzando per esprimersi. Forse davvero lo schiavo del "nuovo a tutti i
costi" vive nell'amarezza di non poter fare nulla di nuovo perché "tutto è
già stato fatto" e galleggia, dolente o felicemente opportunista, in una
marea di spazzatura citazionista! Forse per questo, per la resistenza a
morire di questo paradigma del nuovo come valore assoluto, vediamo la
perversione citazionista così diffusa e capillare! In fondo, chi affida la
sua espressione ai resti delle opere altrui, spesso non dimostra altro
che una mancanza di mondo proprio, di sogno proprio, di propria
ineluttabile vocazione. Per noi la citazione, il cui uso non costituisce di
per sé un dato negativo in assoluto, anche quando è più visibile e
leggibile, è implicita nell'atto del dipingere, come segno d'amore verso
nostri maestri, che abbiamo tentato di introiettare e metabolizzare alle
maggiori profondità possibili, e come riconoscimento e devozione
responsabile ad una tradizione a cui siamo orgogliosi di appartenere e
che abbiamo la presunzione di proseguire. L'amore per i grandi maestri
produce nell'artista autentico e vocato un profondo desiderio di
emulazione che però non ha come suo esito la citazione esplicita, che,
in fondo, anche nei migliori, non è che una scorciatoia, ma la
frustrazione di un perenne fallimento che conduce inevitabilmente alla
propria strada, alla propria verità, al proprio limite. Su questo limite,
sempre abitato con attenzione e presenza, su questo sottile filo rosso,
si può ancora produrre differenza.
e) C'è un solo dio, oggi, a cui si genuflettono trasversalmente tutti i
popoli del mondo, l'unico sopravvissuto alla morte di Dio e in questa
cresciuto smisuratamente, oncologicamente, come una enorme
concrezione totalitaria e totalizzante: il Mercato. A questa divinità
assolutamente trascendente e incomprensibile -nonostante la sua
innegabile immanenza nelle nostre vite-, sfuggente e crudele, l'umanità
sta sacrificando il pianeta con tutti i suoi tesori. Nel mondo dell'arte,
questo dio dalla potenza biblica, da molto tempo ha dettato le sue leggi
e i suoi criteri di valutazione, a cui tutti, nessuno escluso, siamo soggetti
("il denaro ha sostituito il significato" R.Hughes). Dall' operina venduta
nei mercatini, all'opera venduta in Gallerie importanti (e non) o nelle
aste di ogni livello, ogni cosa ha un valore di mercato e questo potrebbe
avere una sua giustezza se non fosse che questo valore è, via via,
divenuto sempre di più il valore paradigmatico dell'opera stessa. C'è
stato un tempo in cui la difficoltà commerciale dell'opera era il segno del
suo valore, della profondità della ricerca, della sua irriducibile
differenza. Oggi, purtroppo, solo la vendibilità dell'opera è il segno non
solo del suo valore assoluto, ma della possibilità della sua stessa
sopravvivenza. Naturalmente se l'opera d'arte è solo merce come
merce va trattata e deve sottostare alle leggi che governano la merce e
i suoi spostamenti. Compreso questo, i mercanti d'arte non hanno fatto
altro che utilizzare le grandi strategie di marketing applicate alla vendita
delle opere, con la complicità colpevole di una critica sempre più
compiacente e delle grandi Istituzioni Culturali del pianeta. Senza
approfondire questa analisi, che meriterebbe da sola un intero volume
di doglianze, è comprensibile come i tempi del mercato attuale si
rivelino particolarmente inadatti, tranne qualche rarissimo caso, a far
crescere un vero, grande artista. I tempi della realizzazione di un
immediato e facile plusvalore sono quelli del consumo rapido, dei
ricambi veloci, del nuovo più nuovo del nuovo e così via. L'artista
invece, qualsiasi cosa faccia e con qualsiasi mezzo decida di
esprimersi, ha bisogno di tempo vero, di tempo reale, e non della
velocità folle, fagocitante e compulsiva del mercato contemporaneo. Per
questo, al di là di ogni facile e inutile giudizio di valore sul mercato in
quanto tale, al quale, come si è detto sopra, nessuno può sottrarsi, la
nostra perfetta inattualità sta anche nel non farsi dettare i tempi da
nessuna contingenza esterna all'opera, neppure da quella mercantile.
Mantenere un rapporto dignitoso e sano col dio mercato significa
dunque non sacrificargli nulla dell'opera -né quantitativamente, né
qualitativamente-, ma pensare, con una certa aristocratica incoscienza,
che dovrà essere lui ad adattarsi ad essa o altrimenti dimenticarla.
f) Se una larga parte -non tutta naturalmente!- della critica d'arte
contemporanea mostra di avere , da tempo, dimenticato il compito che
essa stessa si era assegnato: di essere il primo filtro ermeneutico fra
opera e fruitore ed iniziare così il circolo infinito delle interpretazioni,
analizzando e catalogando i fenomeni con cui, di volta in volta, veniva in
contatto, agli artisti è venuta per contro a mancare, via via, la prima e
più naturale interlocuzione. Il progressivo e ineluttabile asservimento
della critica al mercato o, per dirla con meno crudezza, la sempre più
stretta collaborazione economica fra le due entità, ha svuotato sempre
di più il ruolo e la lingua del critico d'arte sino ad un suo completo
rovesciamento, sino alla rinuncia all'esercizio critico vero e proprio. I
danni provocati da un simile atteggiamento sono oramai sotto gli occhi
di tutti e criticare la critica non è cosa che ci appassioni. Una cosa,
però, vorremmo sottolinearla con forza: nel tempo, l'uso di parole
svuotate e intellettualmente disoneste, di espressioni stereotipate e
modulari, di un gergo vuoto e inutilmente complicato ha sostituito, quasi
completamente, il sano esercizio ermeneutico, provocando una specie
di olocausto della lingua a cui dobbiamo una parte rilevante
dell'imbarbarimento della nostra civiltà (... portare le parole già esauste
nei forni crematori). Per quanto ci riguarda il nostro rapporto con la
parola che si affianca alla pittura è stato sempre risolto in maniera
perfettamente inattuale: quando è stato possibile, come ora, abbiamo
affiancato noi le parole alle opere; in altre occasioni abbiamo affidato
l'interpretazione e la lettura del nostro lavoro a persone -critici, filosofi,
scrittori, poeti- coi quali si era instaurato un rapporto serio, autentico e
ricco di possibilità interpretative; ogni volta che è stato possibile
abbiamo lavorato per costruire rapporti veri, di stima e di affinità,
percorsi realmente paralleli in cui lo scritto non fosse che la
testimonianza della relazione produttiva intercorsa tra la sensibilità e la
cultura dello scrivente e l'opera che aveva di fronte. Altre volte ancora,
per essere onesti, anche noi abbiamo subito l'insulto, spesso in buona
fede, delle parole morte. Ma non lo abbiamo mai cercato, né provocato.
Evitando, per quanto possibile, ogni aderenza e complicità.
Infine, per concludere questa piccola e generica carrellata di
smarcamenti dall'attualità, vorremmo dedicare una postilla ad una
tendenza che, soprattutto dal secondo dopoguerra in avanti, si è andata
consolidando sempre di più: la rappresentazione e l'enfatizzazione del
brutto, del deforme, del patologico, come tema trasversale dell'arte
contemporanea. Sarebbe stato difficile sino a qualche secolo fa,
immaginare - al di fuori di certa pittura di genere - che il brutto avrebbe
potuto essere un soggetto interessante e un tema praticabile per l'opera
d'arte.
Eppure, da qualche tempo a questa parte, dal concettuale più spinto,
alla pittura più tradizionale, alla fotografia -almeno per rimanere in
ambito di arti figurative- il brutto, il cattivo, il deforme e il patologico si
sono imposti come temi dominanti e come soggetti di grande e sublime
fascinazione. I motivi per cui questo è accaduto meriterebbero ben altro
spazio e un'analisi globale delle tendenze epocali in cui fossero
impegnate tutte le discipline . Noi vogliamo solo porre l'accento sul
fenomeno, facendo però un piccolo, ma sostanziale, distinguo. Vi sono
artisti che , con la forza autentica della loro ossessione, hanno saputo
fare del resto, dell'immondizia (Mattia Moreni ad esempio) , del brutto,
del deforme (Lucien Freud, Bacon ed altri) motivo di grande
raffigurazione poetica, oppure pretesto per una forte denuncia sociale,
perché, e questa è una delle grandi conquiste dell'arte moderna, nulla
può essere escluso in essa delle cose del mondo come tema di
raffigurazione, riflessione filosofica e rappresentazione. Ma la maggior
parte degli artisti che oggi si crogiola nel brago del patologico non
mostra di farlo con vere e profonde motivazioni poetiche: anche tutto
questo repertorio di storture, abiezioni, sangue e vivisezioni da sala
autoptica , purtroppo, è divenuto da tempo moda e retorica di vario
genere, perdendo tutta la sua forza eversiva e riflessiva, per rientrare
interamente nello statuto della merce. Questa vicenda non ci riguarda,
né ci appassiona in alcun modo. Col massimo rispetto per chi rovista
nella spazzatura con grande arte, ma senza alcun rispetto per chi lo fa
superficialmente e per danaro, noi vorremmo ancora produrre senso
attraverso un'idea di bellezza, e tentiamo, con tutta la concentrazione
possibile, di fare questo in ogni istante della nostra vita creativa. Certo!
Probabilmente anche gli oggetti della nostra rappresentazione sono
resti, ma noi cerchiamo di dare loro almeno una parvenza di redenzione
-o, forse, di resurrezione!- nella forma; probabilmente anche noi
brancoliamo nel deserto delle lingue morte, guidati con infinita dolcezza
solo dal nostro miraggio e dalla certezza di avere già da sempre
perduto: ma non possiamo fare altro e dobbiamo farlo sino in fondo.
3 Il punto di vista della balena spiaggiata.
E così la balena, dopo avere solcato gli oceani e soffiato solitaria nel
deserto dei mari, dopo aver perduto i compagni di viaggio ed aver
emesso vanamente il suo canto straziante, che attraversa secoli ed ere,
nel cavo di notti infinite, disorientata dai sonar delle navi, dagli agenti
inquinanti e, forse, da un'immensa stanchezza e da un disincanto senza
rimedio, ha finito i suoi giorni arenata sulla spiaggia. Il suo grande,
inquietante occhio umido si è spento lentamente guardando quella terra
sconosciuta che non avrebbe mai dovuto conoscere. Tuttavia, nella
breve, folgorante stagione di quello sguardo morente, tutto è divenuto
chiaro, limpido e lucido. Forse, a ben guardare, in quella narrazione che
viene chiamata storia dell'arte, gli artisti più autentici sono sempre stati,
in qualche modo, inattuali. Forse, anzi sicuramente, nell'epoca della
doxa, le nostre parole verranno sottomesse con brutalità al senso
comune che governa la circolazione della merce e, di conseguenza,
ignorate, fraintese o utilizzate per altri scopi. Ma noi non abbiamo mai
amato i sofisti e ci ostiniamo a credere in un principio di verità e nella
maggiore onestà possibile del fare e del vivere. E poi, in fondo, non è
che il punto di vista della balena spiaggiata.
Enrico Lombardi
Giorgio Tonelli
estate 2012
riContemporaneo.org
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Questo numero è online da aprile 2013 / Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2013
La mostra
INATTUALI
Giorgio Tonelli e Enrico Lombardi
Museo della Città
via Tonini 1 Rimini
dal 20 aprile al 2 giugno 2013