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INTERVENTI
Un intervento di Marco FIDOLINI
SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
1 maggio 2013 SMISURATE DIFFERENZE Le anacronistiche utopie dell'arte controcorrente I quesiti che Giorgio Seveso introduce nel suo Arte inattuale e arte contemporanea  implicano - purtroppo - risposte scontate e sgradite, forse irreversibili, almeno per quegli artisti obsoleti ma di razza che ancora si ostinano a contrapporsi al delirio esponenziale ed omologato delle sedicenti avanguardie, accademiche, fraudolente  e proterve, che imperversano da almeno tre decenni nel panorama artistico-culturale nostrano e internazionale. Una inarrestabile e invasiva supremazia di stampo statunitense dilagata in tutto l'Occidente e non solo, avviata sostanzialmente negli anni Cinquanta, sempre più sostenuta dalla sicumera economico-politico-culturale che ha fortemente condizionato i circuiti dell'arte e le conseguenti correlazioni esegetiche, museali e di mercato. L'arrogante egemonia dell'attuale concezione artistica, che rimastica e moltiplica l'artificio delle scosse formali e i gesti gratuiti delle banalità neodadaiste, o i formalismi "dei giochi dell'insufficienza e delle arditezze della facilità" scaturiti dalle scorie della degenerazione delle avanguardie storiche - come ebbe a sottolineare Valéry già nel 1935 -, ha imposto all'arte i propri modelli seguendo le stesse logiche, gioiosamente condivise, del consumismo e dell'omologazione socio-culturale. Dovremmo tuttavia riflettere sulle nostre stesse responsabilità di artisti, di esegeti e su quelle, per chi come me crede e ha creduto nei valori etici e sociali della sinistra, congiunte ai viluppi dell'impegno e agli incroci ideologici - ma ben sorvegliati e laterali all'interno dei vari linguaggi estetici - per nuove prospettive esistenziali alternative la cui specifica centralità avrebbe dovuto essere rivolta soprattutto al nocciolo dei problemi relativi all'espressione artistica. Voglio dire che in fondo bilanciamo e scontiamo una vecchia e confortante egemonia dovuta, almeno in parte, anche alle dissennate agiografie sulla figurazione d'impegno, o meno, con le quali si è giustificato e favorito tanta mediocre e pessima produzione artistica. Se è difficile salvare qualcosa dalla pattumiera contemporanea delle mode imperanti non pare molto agevole districarsi nell'arcipelago figurativo - storico e coevo - a cui apparteniamo per sfoltirlo con severità e restituirlo, finalmente, a una decenza estetico-formale che rifugga da ogni mistificazione critica e da ingombranti scappatoie ideologiche. E in questa direzione va incluso ovviamente - e soprattutto - il ruolo rimarchevole della critica militante di sinistra che per molti decenni non ha saputo, o voluto, separare i valori reali dell'opera d'arte dalle protesi e dai cascami ideologici inquinando ulteriormente il panorama dell'arte. Un panorama che in tempi più recenti, ma a partire dal 1976, con l'elezione di Argan a sindaco di Roma, è degenerato ulteriormente. Con ostinata progressione, anche la politica culturale della sinistra si è allineata all'andazzo dei nuovi dettami formali ed ha subìto, sponsorizzato, condiviso e ostentato i linguaggi  della dilagante proliferazione pseudoavanguardista fino a gestire gli spazi pubblici e museali con supponente e univoca direzione estetica espungendo, in modo sistematico, gli artisti incompatibili con le tendenze imperanti e fuori mercato. Va aggiunto, inoltre, che con altrettanta disinvoltura e insufficienza critica, seppure largamente svincolate ideologicamente, sono state blindate inaccettabili storicizzazioni e fabbricate artificiose mitologie in ambito figurativo, e no, che hanno contribuito a gonfiare stature e mercato.  Infine, il risultato complessivo di queste opzioni scellerate, oggi sempre più genuflesse all'altare della trasgressione conformista e globalizzante, ha creato inevitabilmente un solco profondo e forse insuperabile fra arte inattuale e arte contemporanea, la cui contrapposizione linguistica rappresenta, in realtà, un conflitto artistico trascurabile, se non accademico, viste le smisurate differenze di forza che compongono i due fronti.  Ecco perché, in un tale desolante contesto di sbilanciate conflittualità, le risposte sono scontate. Che poi le si accettino o meno conta poco. Ma nulla impedisce agli artisti inattuali, più ostinati e di valore, di consumare fino in fondo, e con lucida passione, le anacronistiche utopie dell'arte controcorrente. Forse scontiamo la nemesi generata dall'adesione ai conformismi planetari.
Pittore, incisore e saggista. E’ nato nel 1945 a S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora.
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Questo numero è online da aprile 2013  /   Ultimo aggiornamento:  20 ottobre 2013