INTERVENTI
SOMMARIO
RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA
27 aprile 2013
FOTOGRAFIA, IMPEGNO, MODALITÁ
STILISTICHE. OGGI
Pensando a tre mostre milanesi
La fotografia da sempre, proprio per la caratteristica del suo linguaggio, più di altre forme di
espressione moderne, rappresenta il medium che si avvicina maggiormente a una visione
mimetica, descrittiva del mondo o quanto meno della realtà così come viene comunemente
percepita. Questa sua peculiarità l'ha portata a essere per lungo tempo - almeno fino all'avvento
delle riprese televisive "in diretta" e successivamente fino all'avvento dell'attuale "diretta" digitale
nel mondo del WEB - lo strumento visivo principe dell'intellettuale impegnato. Se la pittura e le
altre arti tradizionali o la più moderna cinematografia dovevano passare attraverso la mediazione
di linguaggi "indiretti" - anche nei casi di ricorso a pratiche di estremo realismo - in cui la
presenza dell'autore è fortemente
caratterizzante, la fotografia, o almeno un
certo tipo di fotografia documentaria, a una
prima lettura, pare più immediata, diretta,
impronta concreta, traccia del visibile. Una
lettura più complessa e approfondita dello
specifico fotografico porterebbe a essere
meno sicuri di questo assioma, in parte
smentito dalla stessa storia della fotografia
che è una storia, come tutte le altre, di modi e
di stili e quindi di autori.
Le generazioni di fotografi che si sono
succedute dalla metà dell'Ottocento e che
hanno descritto il mondo con immagini
fotografiche hanno percorso strade varie,
intricate, molto spesso incrociantesi, in cui le
necessità di massimo realismo - "la fotografia come realtà" - dei primi decenni si sono mischiate
con gli aneliti pittorialisti di fine Ottocento, fino alle attuali commistioni con la fotografia come
pratica artistica interdisciplinare o come comunicazione concettuale.
Resta il fatto che tutta quella parte della fotografia più lontana dalla pura ricerca formale e più
vicina invece a una pratica narrativa,
giornalistica, documentaria - sia nei suoi
aspetti più sinceri, di denuncia e di
opposizione, che su quelli modulati sulle
ideologie dominanti, fino a quelli
propagandistici più tetri - abbia connotato in
modo più diretto e palpabile la pratica del
fotografo come autore impegnato non solo a
descrivere il mondo ma a interpretarlo
dandone chiavi di lettura problematiche
orientate a una volontà di cambiamento.
La fotografia come pratica sociale ha le sue
radici già nel tardo Ottocento con i lavori di
documentazione antropologica su popolazioni
o classi sociali marginali o deboli, lavori che si
sarebbero sviluppati in modo esponenziale nel
Novecento con l'avvento dell'editoria illustrata
di massa: gli esempi che si potrebbero citare
sono veramente tantissimi e costellano la storia del mezzo, dalle indagini degli americani Jacob
Riis e Lewis Hine al grande affresco umano del tedesco August Sander, agli inizi del Novecento,
alla campagna fotografica FSA sulla situazione delle campagne americane dopo la grande crisi
del '29, al trionfo del fotogiornalismo engagé nella seconda metà del secolo scorso declinato in
diverse modalità stilistiche, da quelle tradizionali che si possono ricondurre a un linguaggio
poetico bressoniano o di stampo neo-realistico, ispirato alla "fotografia diretta", a quelle più
problematiche messe in campo da Robert
Frank, William Klein, Diane Arbus e tanti altri.
Questo brevissimo excursus mi sembra
necessario per arrivare ai nostri giorni,
caratterizzati da una molteplicità di linguaggi
intersecantesi tra loro in cui è evidente lo
sforzo delle nuove generazioni - e mi riferisco
agli anni più recenti - di non servirsi più di
modalità collaudate ma di una strana
commistione in cui il puro documento si
intreccia al messaggio concettuale, l'impegno
è declinato non più secondo modalità
documentarie o mimetiche ma soprattutto
simboliche e concettuali.
La fotografia tradizionale, diretta, documentaria, narrativa, vive accanto a quella indiretta, che
allude, cita, ammicca, e a volte il reale diventa fiction e la fiction diventa realtà: se da una parte -
per fare riferimento ad alcune grandi esposizioni in corso a Milano mentre scrivo queste righe -
possiamo oggi immergerci nel realismo delle mostre di Robert Doisneau, caratterizzate da un
linguaggio tradizionale, dall'altra possiamo confrontarci con il più estraniante e moderno realismo
di Jeff Wall o con la commistione di fotografie e di film e filmati di Apichatpong Weerasethakul in
bilico tra documento, realismo magico, invenzione, finzione, fino alla mostra di Joachim Schmid -
di cui si è parlato nel numero precedente di questa rivista - in cui fotografie già esistenti e
realizzate da altri sono riprodotte, riproposte, manipolate e costituiscono la materia multiforme di
cui si serve l'autore per costruire un percorso di riflessione.
Appare evidente, da questi esempi, che oggi non è più concepibile l'"impegno" del fotografo
declinato soltanto in stili consolidati, perché esso assume, in linea con le altre forme
d'espressione, quella molteplicità di modi, quella interconnessione con altri mezzi, che pare
caratterizzare l'arte attuale.
Parafrasando una famosa battuta: è la fotografia, bellezza ! Oggi.
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Le mostre citate sono queste: Robert Doisneau. Paris en liberté, Milano, Spazio Oberdan, fino
al 5 maggio 2013; Jeff Wall, Actuality, Milano PAC, fino al 9 giugno 2013; Apichatpong
Weerasethakul, Primitive, Milano, Hangar Bicocca, fino al 28 aprile 2013
Foto
grafia
&
SPAZIO FOTOGRAFIA
a cura di Pio Tarantini
riContemporaneo.org
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Fotografo e
giornalista-critico
di fotografia, è
nato nel 1950 a
Torchiarolo, nel
Salento. Dal 1973
vive a Milano
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da aprile 2013 / Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2013