codice ISSN 2239-0235  
Opinioni
                                                                                      ultimo aggiornamento:   9/07/2017
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Il sommario
Giancarlo Vitali a Milano
HIRST A VENEZIA: TANTO MISTERO PER NULLA? Come provare a rilanciare una merce inflazionata e obsolescente   Il grande ritorno di Damien Hirst in Italia e, presumibilmente, sul mercato internazionale è stato preceduto da un geniale battage pubblicitario imperniato su una nuvola di segretezza degna del Mossad (ma forse il paragone è totalmente sbagliato, perché il Mossad opera davvero nell’ombra, mentre del contenuto di questa grande esposizione non si è fatto altro che parlare, sottolineando la mancanza di “anticipazioni” per stimolare la curiosità del pubblico e di collezionisti e operatori del mercato). Con un calcolatissimo stillicidio di notizie si è man mano lasciato trapelare che sarebbe stata la prima esposizione, dopo vari anni, in cui Hirst avrebbe presentato una nuova serie di opere; che l’artista avrebbe lavorato a questo progetto per non meno di un decennio; che a nessun collezionista, neppure tra i più celebri, sarebbero stati mostrati in anteprima i pezzi se non dall’iPad personale dei proprietari delle due gallerie con cui l’artista lavora: la Gagosian di New York e la White Cube di Londra… Poi sul sito della Collezione Pinault sono comparsi improvvisamente due brevissimi, enigmatici video; e infine, meno di una settimana prima del vernissage, sulla riva esterna di Palazzo Grassi che dà sul Canal Grande è stata collocata, di notte e in gran segreto, una scultura in bronzo alta quasi otto metri: unica vera anticipazione della mostra. Il vantaggio di tutte queste manovre, per il visitatore, è stato quello di poter accedere all’esposizione praticamente senza idee precise o preconcette, il che — considerando i pregiudizi riguardo alla figura e alla statura artistica di Hirst su cui appunto ci soffermavamo nell’articolo precedente — non è cosa di poco conto. Ed eccoci quindi di fronte alle tanto misteriose nuove opere del bad boy nonché acuto stratega di mercato dell’arte contemporanea, esposte, per la prima volta nella storia della Collezione Pinault veneziana, impegnandone entrambe le sedi: Palazzo Grassi e Punta della Dogana (finissage il 3 dicembre). E la mostra costituisce una grande delusione. Tutto si impernia sul presunto ritrovamento, avvenuto nel 2008 al largo delle coste orientali dell’Africa, del relitto di una fantomatica nave di epoca romana, l’Apistos (“Incredibile” in greco antico — ma anche nel senso di “non degno di fede”), affondata mentre trasportava l’intera collezione d’arte di un liberto di Antiochia che dopo il proprio affrancamento aveva costruito un’immensa fortuna. Il tutto sarebbe accaduto all’inizio del II secolo dopo Cristo. I Treasures from the Wreck of the Unbelievable (“Tesori dal relitto dell’Incredibile”) che danno il titolo alla mostra, curata da Elena Geuna, sarebbero quindi i circa 200 reperti — statue, frammenti, come pure monete, gioielli e vasellame — rinvenuti nell’area del naufragio. Non mancano foto e filmati documentari del loro ritrovamento, come pure «copie museali contemporanee» (cito dalla guida alla mostra) che ricostruiscono il supposto aspetto originale di quelle statue danneggiate o tuttora coperte da incrostazioni marine ed esposte senza “interventi di restauro”… La vera opera, quindi, è in realtà l’operazione nel suo insieme: c’è da dire che il giochino di verità/finzione non è un’idea originalissima, ma in questo caso è perseguito con un dispiegamento di mezzi davvero inaudito. Ma andiamo avanti. Tra post-modern e post-human, ci vengono proposte soprattutto statue e frammenti di varia dimensione, spesso enormi (la più grande, Demon with Bowl, è alta più di 18 metri), incrostate di coralli, madrepore e quant’altro, il tutto però realizzato in bronzo colorato, quando non in oro, argento e altri materiali pregiati; raffigurano soprattutto divinità classiche e personaggi mitici di tradizione mediterranea e orientale ma — tra creature mutanti che sembrano uscite da Star Trek e un enorme calendario azteco («la presenza di oggetti di presunta origine preispanica, sudamericana e centroamericana a bordo di un relitto dell’epoca romana è tuttora inspiegata»: cito sempre dalla guida) — affiorano dalle concrezioni marine anche le sagome di Topolino e Pippo, come pure dei Transformers; sul retro di antichi busti greci compare la scritta Made in China; Hirst stesso si autoraffigura, vestito in abiti moderni pur sempre coperti di madrepore, nei panni del collezionista antiochiano (e in un’opera va per mano con Topolino). Siamo, chiaramente, nel dominio del kitsch più puro, non così lontani poi, anche concettualmente, dalle ultime operazioni di Jeff Koons: in ogni caso tutte cose (deteriori) già abbondantemente viste negli anni Ottanta e Novanta. Il culmine in questo senso viene senz’altro toccato dal gruppo in bronzo color blu lapislazzulo Andromeda and the Sea Monster (dimensioni: cm 391x593x369 — ha strappato un Wow! entusiasta a un ragazzino che entrava nella sala), dove si trova di tutto: da uno squalo spielberghiano al granchio gigante ai trilobiti preistorici (il calamaro gigante è stato dimenticato dall’artista, o era al momento impegnato altrove): il tutto talmente brutto da essere forse la cosa più notevole dell’intera esposizione. Eppure, un momento di sincerità artistica sembra esserci: visitando la mostra a partire da Punta della Dogana, Treasures from the Wreck of the Unbelievable si conclude, nell’ultima sala di Palazzo Grassi, con due mani in malachite in atteggiamento di preghiera (Hands in prayer), il cui calco sembra venga dalle mani della madre dell’artista. Unico momento con un risvolto intimo, forse anche un richiamo all’idea dell’arte come religione, come preghiera laica di fronte allo scorrere inesorabile del tempo e alla morte, riflessione che anche in questo contesto risulta centrale nella poetica di Hirst. Certo, fa un po’ sorridere (e insospettire) vedere quei Soloni che anni fa inorridivano scandalizzati alle opere veramente originali di Damien Hirst plaudire ora entusiasti — a quanto vedo su alcune recensioni alla mostra che avevo accuratamente evitato di leggere prima di visitarla — ai lavori alla fin fine banali di questa esposizione. Ma cerchiamo comunque di concludere questo articolo con una pars construens: se Monsieur Pinault desiderasse regalarmi qualche opera tra quelle esposte (ma credo onestamente di non correre questo rischio), non avrei esitazione nello scegliere: Aspect of Katie Ishtar Yo-landi beneath the sea (uno dei lightbox, spesso belli, con le immagini del ritrovamento dei reperti) e forse il busto in marmo della regina egizia Tadukheba con le pupille di smeraldo. Il resto lo si potrebbe mandare a Las Vegas: lì non sfigurerebbe affatto. [Qui online dal 15/04/2017]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Per gentile concessione dell’autore e di
Sandro Naglia
Nato nel 1965, Sandro Naglia è musicista di professione e collezionista d’arte con un interesse spiccato per gli astrattisti italiani nati nei primi decenni del Novecento e per quelle correnti in qualche modo legate al Pop in senso lato (Scuola di Piazza del Popolo, Nouveau Réalisme ecc.).
Aspect of Katie Ishtar o-landi. Photograph: Prudence Cuming Associates  Damien Hirst and Science Ltd Damien Hirst, una vista di Treasures from the Wreck of the Unbelievable Damien Hirst, Demon with Bowl
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