codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 9/07/2017
Corrado Selvini
Pittore
1913 - 1983
Il sommario
Giancarlo Vitali a Milano
“SCOPRIRE” SELVINI
Viene alla luce un pittore dimenticato
e quasi sconosciuto
Gli amici del riContemporaneo.org mi hanno messo tra le
mani, anzi sullo schermo del computer, un e-book che è il
catalogo di un artista. Mi conoscono, sanno che mi
sarebbe piaciuto. Mi hanno dunque consentito di
incontrare e scoprire la suggestiva e immensa
stravaganza di un personaggio assolutamente
sconosciuto. La definizione è di Giuseppe Possa, il cui
testo del catalogo pubblico qui di seguito perchè
concordo con tutto quello che dice. Pubblico anche un
commento di Liviano Papa, che è stato il primo dei
contemporanei, a quanto ho capito, ad accorgersi di lui.
E’ evidente che siamo di fronte a un “personaggio”
assolutamente stravagante, al limite forse del disturbo
psichico e caratteriale. Ma certamente - anche - abbiamo
di fronte le opere di un talento sicuro, personalissimo, a
modo suo forse persino geniale... Dico forse, perchè in
arte non si può mai essere sicuri davvero di niente.
Ricordate Van Gogh e la sua nevrosi? Però una cosa,
invece, qui è sicura. Cioè che dalla fine degli anni Trenta
fino a qualche anno dopo la Liberazione il Selvini è stato
davvero dentro il “cerchio magico” dei veri artisti milanesi,
insieme ai Morlotti e ai Tavernari, ai Treccani, ai Valenti, ai
Cassinari, Gauli eccetera. Era dentro quel livello. In
pieno. Aveva vissuto, e messo a profitto, l’esempio di
intensità e libertà del suo maestro Aldo Carpi. Si avviava
a mettere le mani intensamente e pienamente sullo
spessore più autonomo e acuto della sua personalità
creativa. E poi...
Cos’è successo, poi? Nessuno lo saprà mai con
esattezza, ormai è troppo tardi. Forse è intervenuta una
distorsione della coscienza psichica, forse ha prevalso in
lui qualche forma di indicibile pigrizia mentale, o si è
manifestata qualche tara neurologica o disturbo della
personalità o predisposizione latente alla nevrosi e via
immaginando. O tutto questo insieme e simultaneamente.
O forse soltanto una vertigine invincibile, un senso
pervasivo di smarrimento, di inadeguatezza totale di
fronte al possibile in atto. Fatto sta che Salvini si è
richiuso in se stesso, si è fermato, si è spento, ha
rinunciato. Dalla giovinezza in poi, lungo tutta la sua
maturità di uomo, ha lasciato episodicamente
intravvedere di sè e del suo ribollente talento, di ciò che
aveva dentro, solo qualche sprazzo, qualche lampo,
qualche lacerto brillantissimo.
Tutto il resto, il suo lavoro segreto, ora è in mano a chi
resta.
(Tradotto dal francese da G.Seveso)
UN ARTISTA DA
(RI)SCOPRIRE
di Giuseppe Possa
C’è un pittore che abbia creato una miriade di opere
qualitativamente buone per una vita intera, senza una
ragione plausibile, se non quella compulsiva? Ebbene
questo genio “folle” è esistito e ha un nome. Dopo il
diploma a Brera con un maestro come Aldo Carpi e
condiscepoli quali Cassinari, Morlotti e altri pittori, con cui
ha esposto e che in seguito sono divenuti famosi -
Corrado Selvini, infatti, ha lavorato in solitudine per quasi
quarant’anni. Migliaia di disegni chine, carboncini,
acquerelli su carta o altri supporti (ne sono stati
inventariati e catalogati, per il momento, circa 5mila !),
una miriade di tele - opere tutte di abilità segnica e
figurativa degne di un autentico maestro - senza quasi
mai esporre, senza vendere un’opera...
E’ per caso che quest’estate, insieme all’amico e pittore
Sebastiano Parasiliti, mi fermo a Meina, attratto da un
cartello che invita a visitare la mostra di un pittore a noi
sconosciuto. Appena varcata la soglia della Galleria,
siamo rimasti subito affascinati da una cinquantina di
disegni ben incorniciati che mostravano l’abilità di un
artista d’altri tempi. Luigi Masi, genero di Selvini, notando
il nostro interesse misto a meraviglia, ci ha fornito alcune
informazioni su di lui. Presi dal suo racconto, gli abbiamo
chiesto di poterne visitare lo studio e così abbiamo
incontrato Teresa, la figlia del pittore, deceduto nel 1983
ad appena settant’anni. E’ lei che subito ci ha dato
qualche ragguaglio biografico, mentre noi curiosavamo
attoniti tra le cartelle di disegni e le
tele, ben allineate sugli scaffali. Ogni
tanto ne estraevamo qualcuna a caso
per ammirarne i soggetti, per lo più
paesaggi dai colori rossi e verdi che
prevalgono sui toni un po’ tenui dei
cieli o sui begli impasti cromatici dei
mari colti nei loro aspetti più
caratteristici, oppure nei contrasti
sfumati delle marine. In esse l’autore
ha saputo fondere bene anche cielo e
mare, spesso accompagnati in primo
piano pure da una striscia di spiaggia
o di terra con toni accesi, dal sapore
decorativo. Nelle belle nature morte o
nelle figure, infine, ci sembra che egli
abbia tentato colorazioni ancora più
audaci.
“Mio padre - ci dice Teresa - fu
registrato all’anagrafe il 29 gennaio del 1913 come
Angelo, che in seguito cambiò in Corrado, quale nome
d’arte. Ha trascorso tutta la sua vita a Meina, è mancato
ad Angera durante un ricovero ospedaliero”.
La storia è questa. Dopo il Liceo Artistico, Selvini si
diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera, sotto la guida
di Aldo Carpi (il maestro di quattro generazioni di artisti
milanesi, da quelli di “Corrente” al gruppo del Realismo
esistenziale degli anni Cinquanta), dal quale viene
caldamente incoraggiato a
continuare sulla via della pittura. In
seguito, si iscrive alla facoltà di
Architettura del Politecnico di Milano,
dove incontra Giorgio Labò che lo
appassiona all’architettura organica,
un tema che lo coinvolgerà per tutto il
corso della vita. “In quel periodo era
molto sereno”, afferma la figlia.
“Trascorreva il tempo con gli amici e
compagni di studi, al mare o qui nella
sua casa di Meina, divertendosi e
discutendo con loro di arte, ma
soprattutto disegnando e lavorando.
Questi amici sono Cassinari, Morlotti,
Valenti e altri pittori che di lì a poco
diverranno molto noti. In quel periodo
espone con Bassano Vaccarini e in seguito con Vittorio
Tavernari.
Siamo negli anni che precedono di poco lo scoppio della
guerra, e le tensioni, i turbamenti, le difficoltà del periodo
cominciano a intaccare l’equilibrio psicofisico, già
precario, di Selvini. Occorre ricordare
che a soli 22 anni ha perso il padre,
in seguito a una lunga malattia. Fu
quello un primo duro colpo, la
scomparsa per lui di un importante
punto di riferimento dovuto al
fortissimo rapporto che li legava.
“Mio nonno”, prosegue Teresa, “era
decoratore; aveva a Milano una sua
impresa che lavorava in Italia e
all’estero. Molte ville e case di pregio
sul lago Maggiore sono state
impreziosite dai suoi lavori. Può
capire quanta influenza abbia avuto
tutto questo su mio padre, sia sotto
l’aspetto artistico sia per le possibilità
economiche che gli hanno consentito
di proseguire gli studi e di comprare
questa casa che, per tutta la vita,
sarà per lui un suo rifugio di
straordinaria importanza”.
Selvini - come ha notato il critico Liviano Papa, suo
compaesano - vive nel suo percorso formativo il grande
dibattito culturale che si andava sviluppando dagli anni
Quaranta in poi, nei fermenti creativi del capoluogo
lombardo, tra gli ambienti dell’Accademia di Brera, dalla
galleria Il Milione al bar Giamaica... Nell’ambito di questo
clima culturale, il Nostro partecipa con grande impeto e
spirito di osservazione al nuovo che avverte intorno a sé.
La sua energia creativa e di ricerca è impressa nel
disegno, immagini rapide e immediate che traccia sulla
carta e altri supporti...
In quel periodo, mentre i suoi compagni di corso, più
combattivi e intraprendenti, si fanno largo negli ambienti
culturali, Selvini preferisce chiudersi in sé, nonostante
che in quella fase di vita sociale e artistica abbia esposto
con loro in mostre personali o collettive a Milano, Rapallo,
Varese, Novara, Sestri Levante, ottenendo critiche
positive e riproduzioni di sue opere su importanti
quotidiani e riviste specializzate.
Dopo quella breve ma intensa stagione, nel quale rafforza
il suo stile espressivo, pur lavorando costantemente
anche durante la guerra che vive da rifugiato in Svizzera,
si isola sempre più dal resto del mondo.
Non si sa davvero – a detta della figlia - quanti e quali
motivi personali abbiano realmente influito su tale
atteggiamento di chiusura. Dopo il conflitto mondiale
gestisce per lavoro la ditta paterna, ma continua a
dipingere e disegnare in completa solitudine, operando
sul piano artistico senza confronti né relazioni, se non con
se stesso. Di tanto in tanto gli ex compagni cercano di
farlo uscire dal suo isolamento, invitandolo a partecipare
a qualche mostra, ma senza successo. Nessuno riesce
più a distoglierlo dal suo mondo interiore, in cui continua
a esprimersi autonomamente con una propria fantasia
estroversa senza freni e inibizioni.
Tuttavia, non smette mai di tenersi al corrente, attraverso
la lettura di giornali e riviste o documentandosi su testi
saggistici, di ciò che accade nel mondo dell’arte. Nel
1952 si sposa e con la moglie apre ad Arona il “Colorificio
Aronese”, unico nella zona. Questa nuova attività gli
consente di riprendere i contatti con la realtà e con le
persone, rappresentate dai numerosi clienti che
frequentano il negozio. Nel 1956 nasce la loro unica figlia,
e la vita dell’artista scorre tra lavoro, famiglia e fantasiosi
progetti, senza lasciarsi attrarre dal passato, anche se
qualcuno torna alla carica per coinvolgerlo nuovamente
nel mondo intellettuale. Una volta si negò persino a un
giornalista, critico e scrittore famoso come Dino Buzzati.
L’autore de “Il deserto dei Tartari”, infatti, che allora
scriveva sul “Corriere della Sera”, lo volle incontrare e si
presentò un pomeriggio a casa sua. Vedendolo in
giardino, ma non conoscendolo di persona, gli si rivolse
chiedendo del pittore Selvini, ma l’artista rispose: “Il
maestro non è in casa, io sono il giardiniere”!
Il perché di tutta questa ostinata ritrosia rimane
veramente un mistero e si contrappone decisamente al
suo sentimento quasi morboso di essere un “grande
artista incompreso”, sul quale ha costruito nella seconda
metà della propria vita il castello della sua fantasia: una
specie di “protezione” attorno alla sua arte, fino a renderla
intoccabile e sottratta ad ogni confronto. Forse per timore
di “contaminazioni” o di “plagi”. O forse semplicemente
per una sorta allucinata timidezza...
Quelli che ci ha lasciato sono segni intimi,che
custodiscono memorie e fantasticazioni di prima mano,
soggetti da sempre a lui cari: paesaggi dai meravigliosi
scenari nel fitto tratteggio, ritratti resi nella peculiarità
distorta delle fisionomie e insieme nella naturalezza delle
espressioni, bambini, maternità, nature morte, fiori,
cavalli, cani e altri animali E poi corpi nudi, amazzoni,
oggetti vari, crocifissioni, scene da circo equestre,
soffiatrici (per lo più circoscritte con elementi che le
racchiudono), profili di donne con trablà, frangiseno, spiltri
e glebbie, personaggi curiosi e nomi di fantasia che
paiono usciti da ambienti metafisici e surreali d’immensa
stravaganza, realizzati con tecnica lieve e personale nella
sua finitezza di rara densità emotiva.
UN COMMENTO
di Liviano Papa
Corrado Selvini è un artista che, nel suo percorso
formativo vive il grande dibattito culturale che si andava
diffondendo dagli Anni Quaranta in poi, vivacizzando i
fermenti creativi del capoluogo lombardo che si
svolgevano nell’area dell’Accademia di Brera (iscritto ai
corsi del maestro Aldo Carpi), alla Galleria Il Milione e al
Caffè Giamaica. Nell’ambito di questo clima culturale, il
Nostro vede e partecipa con grande impeto e spirito di
osservazione al nuovo che avviene intorno a sè. La sua
forza lavorativa e di ricerca è impressa nel disegno,
immediate immagini che traccia su una superficie
cartacea e altro materiale.
Scene scaturite dal suo mondo fantastico, entrano a
contatto con l’evoluzione dell’arte che, dal Novecento del
secolo scorso in poi, vede l’affermazione universale di un
Pablo Picasso. Ricercatore ossessivo dell’immagine,
Corrado Angelo Selvini opera dal dopoguerra in poi,
senza preoccuparsi di quello che vede intorno a sé e alle
richieste di mercato. Disegna e disegna dipingendo
un’icona della figura umana, vuoi una maternità, un
cavallo e una amazzone, in tutto il loro splendore. Segno
deciso, autonomo, unico in cui la sua forte personalità
apre miraggi sorprendenti che li portano in oasi sublimi.
In questa espressività del disegno si ritrova la sua forza di
appartenere al mondo dell’arte con tutta la sua
prorompente personalità nel racconto, con una tavolozza
cangiante in cui il segno, autonomo, possente, unico, fa
di questo autore, sconosciuto al grande pubblico e alla
critica, un artista da (ri)scoprire, cui assegnare un posto
di assoluto rilievo.
[Qui online dal 15/04/2017]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Critico d’arte, poeta e
collezionista francese di
incerta origine ed età, vive
in modo volontariamente
defilato tra Parigi e la Costa
Azzurra, viaggiando spesso
anche in Italia. Si occupa
solo delle vicende artistiche
di cui periodicamente
s’innamora.
Louis
De Combremont
Per gentile concessione
dell’editore
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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