codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 9/07/2017
Il sommario
Giancarlo Vitali a Milano
QUALCHE
RIFLESSIONE
SULL’ARTE DAL ‘45 A
OGGI
E’ possibile tentare una valutazione dell’arte italiana e
delle sue evoluzioni e trasformazioni dal ’45 ad oggi,
tenendo conto delle spinte in base alle quali sono
avvenuti i cambiamenti?
Non è la prima volta che ne discutiamo con Seveso e
con altri colleghi artisti, e lo scambio di vedute è
sempre appassionante per la complessità
dell’argomento. Ma questa volta l’amico critico ci
chiede di estendere la riflessione sul lungo periodo,
nella speranza che dai ricordi non affiori – ma è
inevitabile – solo un lamento.
Inevitabile? E già, perché la nostra generazione è stata
testimone e in parte protagonista almeno dal decennio
60 di molte contraddizioni e cambiamenti, animata da
energie di lavoro dedicate a cose che abbiamo avuto
l’impulso di realizzare.
Il ’45 segna la fine della guerra, l’umanità si sveglia da
un incubo e, come aveva scritto Argan, è “stupita di
esistere”.
Il Novecento dei valori plastici aveva concluso la sua
grande stagione con artisti che avevano portato l’arte
italiana ai più alti livelli nel panorama europeo, ma,
verso il suo inevitabile epilogo, già nascevano bisogni
espressivi diversi, in un’aria mutevole che cambiava
come cambiano i cicli della natura o come la crisalide
che si libera dall’involucro.
Nel ’41 Guttuso dipinge la famosa Crocifissione del
premio Bergamo, che appare subito come un’opera
nuova perché trae la sua forza dalla necessità che la
realtà entri nella pittura. Il dipinto colpì forte, anche
perché la sua novità nasceva da una cultura che aveva
la massima attenzione e rispetto per la Storia. Ma
siamo tutti d’accordo che da un certo momento in poi il
meccanismo che faceva nascere le cose dalle cose è
saltato.
I passaggi in arte avvengono per gemmazione o per
reazione. Si pensi al Futurismo. Il mondo era
attraversato da una scarica elettrica capace di mettere
in fibrillazione perfino gli atomi degli oggetti. La
reazione a ciò è costituita dalla metafisica, che fissa le
cose per magia nell’aura immobile dell’eternità.
Nel ’64 la Biennale di Venezia celebra la Pop-art. Gli
americani avevano deciso di darsi un’arte loro e lo
fecero in grande stile, con una intelligente
organizzazione mercantile (pare che siano stati gli
inglesi, però, a dipingere le prime opere pop). Ricordo
comunque la laguna di Venezia invasa da queste
opere di grandi dimensioni trasportate sulle gondole.
L’artista che mi colpì di più, in quegli anni, fu
Rauschenberg che ritengo il più geniale del gruppo.
Bisogna purtroppo fare i conti con la storia; a volte un
grosso ciottolo cade in un torrente e può deviare il
corso dell’acqua in tutt’altra direzione; non sapremo
mai se si è trattato di un bene o di un male. Un
prodotto dell’arte, oltre che d’intelligenza e sensibilità,
è fatto anche di imprevisti e incidenti che vi si sono
manifestati, e che il tempo non riesce a corrodere.
Nei decenni Cinquanta e Sessanta si sviluppa in Italia
la Nuova Figurazione, che ha in Milano il suo punto
forte e che Valsecchi, con un colpo di genio, definisce
“Realismo esistenziale”, semplificando le
problematiche. Ma la figurazione italiana è un aspetto
della pittura europea di quegli anni, che faceva tesoro
di tutte le conquiste dell’arte fino ad allora, in
particolare dell’informale, che fu capace di imprimere
alla pittura una nuova energia e spazialità.
Ci sono vari esempi di grandi artisti che, pur essendo
molto diversi tra loro per origine e cultura e risultati,
approdano a cose simili perché hanno avvertito la
pulsione dei tempi.
Penso a Lucio Fontana e Francis Bacon; il primo,
spazialista, è figlio del futurismo, movimento che
approderà poi all’arte cinetica e cioè all’ambito di un
pensiero scientifico dell’arte; il secondo è uno dei più
noti figurativi del dopoguerra. Credo che tra loro non si
siano mai conosciuti, ma i tagli verticali di Fontana
sulla tela bianca assomigliano alle sciabolate verticali
con le quali Bacon aggredisce l’Innocenzo X di
Velázquez, opera da lui vissuta come un’ossessione.
Entrambi avvertono nello stesso tempo questo bisogno
di andare oltre lo spazio precedente, un bisogno
vissuto e risolto allo spasimo.
Mentre scrivo queste cose sono nel mio studio; ho
davanti a me un trittico, 1,20 x 3 metri, che ha come
tema una rilettura della crocifissione di Grünewald
dell’altare di Isenheim. L’avevo dipinto più di dieci anni
fa, ma recentemente ho ripreso l’ultimo pezzo, il Cristo
risorto; ho distribuito le immagini con una successione
in orizzontale, come fotogrammi di un film. Mi ha
sempre impressionato questo pittore tedesco così
diverso dai suoi contemporanei italiani, che riesce a
trasmetterci la durezza del legno e il dolore fisico dei
ferri infissi nella carne dalla ferocia umana. Vedo che
l’approccio con il dipinto fu giusto, bisognava inventarsi
un segno o, come si dice, una “scrittura” per tradurlo.
Ma torniamo a ciò che penso della situazione artistica
attuale.
Certamente i poteri forti dell’arte non hanno aiutato lo
sviluppo della ricerca pittorica nel campo della
figurazione, con il rischio di soffocarla.
Da un po’ di anni vediamo prevalere sempre le stesse
cose, e ciò ha creato disaffezione da parte del grande
pubblico che vorrebbe capire di più circa le ragioni di
questa situazione e il significato di tali proposte.
Nonostante ciò, credo che la mia “tensione” verso la
scoperta del linguaggio pittorico non sia cambiata: e
non è cambiato uno “strano” meccanismo che agisce
nel corso del mio lavoro. Mi accorgo cioè che quando
un dipinto mi sembra terminato, mi sembra risolto, mi
accorgo invece che ho bisogno di incominciare a
stravolgere le cose in uno spazio fatto di incidenti e
imprevisti. Così che scopro ancora delle cose nuove,
che in qualche modo mi fanno fare ancora un passo
avanti nel lavoro. E questo mi sembra un buon motivo
per continuare a dipingere nonostante tutto.
Mi aiuta in questo, forse la mia anima napoletana, che
è maestra nell’invenzione del linguaggio. I venditori di
ortaggi si svegliano ogni mattino sapendo di dover
vendere al pubblico la loro merce, ma sapendo anche
che devono inventarsi qualcosa per fare in modo che
una mela appaia alla gente come la vedesse per la
prima volta.
Scherzi a parte, penso che impegnarsi nella
figurazione richieda, oggi, un certo coraggio e insieme
una certa forza, tale da poter conquistare nuovi spazi
espressivi capaci di uscire dalle cose già fatte, capaci
di esercitare una critica appassionata, una critica che
pensa con la propria testa.
Ho visto una volta una grande mostra di Damien Hirst
al Museo Oceanografico di Montecarlo. Ho pensato in
quell’occasione che se un pittore abituato a usare i
pennelli e la tela volesse realizzare una sola di quelle
sue opere, dovrebbe rivolgersi a una ditta specializzata
in ambito aerospaziale!.
Più di un secolo fa Cézanne disse “l’arte serve ad
elevare il pensiero”. Ma serve anche, aggiungo, a
suscitare emozioni e far sognare. Ho la netta
sensazione che oggi il sogno dell’arte stia confluendo
in maniera inarrestabile nel mondo della tecnologia.
Alcuni sostengono che l’uomo, senza accorgersene,
sta vivendo una trasformazione antropologica. Quante
volte, sulle strisce pedonali, mi è capitato di essere
investito da signore che attraversano con me, ma in
diagonale e a testa bassa, immerse nelle loro
lavagnette elettroniche con aria concentrata e rapita?
Spero per loro che conservino lo stesso stupore e la
stessa concentrazione davanti alla “Tempesta” di
Giorgione, alla “Lattaia” di Vermeer o a “Guernica” di
Picasso.
[Qui online dal 02/05/2017]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Pittore e incisore, nasce a
Napoli nel 1939. Compie
gli studi artistici presso
l’Accademia di Belle Arti
di Napoli. Negli anni
sessanta compie svariate
esperienze pittoriche ed
espone a varie rassegne
nazionali. Trasferitosi a
Milano nel 1971, insegna
al Liceo Artistico di Brera
e qui, dal 1993, insegna
Tecniche di Incisione
all’Accademia di Brera
poi alla Scuola del Nudo.
Numerosissime sono le
mostre personali che gli
vengono dedicate.
Vive e opera a Milano
Alberto
Venditti
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opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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