codice ISSN 2239-0235  
Una mostra
                                                                                      ultimo aggiornamento:   9/07/2017
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Il sommario
Giancarlo Vitali a Milano
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
TREZZO: TRASMETTERE MEMORIA Una mostra per sottolineare la vitalità del messaggio culturale di Mario De Micheli e degli artisti che amava Con questa rassegna si inaugura la nuova sede di “ARTE A TREZZO,  Associazione culturale Ada e Mario De Micheli”, il cui fine è di promuovere attività culturali legate alla figura e all’opera di Mario De Micheli, personalità centrale della critica d’arte, storico dell’arte e poeta, e di sua moglie Ada Tommasi, educatrice e scrittrice, entrambi protagonisti della storia italiana del dopoguerra con una vita trascorsa a stretto contatto con i maggiori artisti e letterati dell'epoca. Il titolo della mostra - assemblata e curata da Elena Lissoni, Giorgio Seveso e Gioxe De Micheli - è “Aldo Carpi e i suoi allievi / Arte a Milano dal dopoguerra agli anni Sessanta”. Il pittore Aldo Carpi, nominato per acclamazione Direttore dell’Accademia di Brera al suo ritorno dal campo di concentramento di Gusen nel 1945, ha costituito infatti con il suo insegnamento aperto e stimolante una delle ragioni del formarsi nella Milano d’allora di tutto un clima artistico di grande interesse, che agisce su un terreno d’immagine tra tematiche realiste e dilatazioni sensibili in chiave più individuale. E’ sulla scorta di queste esperienze che nascono allora nel paese, soprattutto a Milano ma non solo, una serie di presenze figurative che si muovono sul terreno di una poetica di esplicita testimonianza e di impegno, sostenute da alte qualità e forti suggestioni espressive. Di questo clima e di queste diverse declinazioni e personalità la mostra propone una sintesi emozionante e preziosa, ricca di spunti e sollecitazioni, con le opere che Mario De Micheli aveva a suo tempo raccolto. La sorgente di tutto questo è certo da ascrivere a “Corrente”, la rivista e poi la Galleria fondate a Milano nel 1938 da Ernesto Treccani, e delle sue successive istanze realiste, che tuttavia, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, vedono spostarsi i termini plastici ed espressivi della sua influenza sui giovani artisti verso elaborazioni di linguaggio più complesse e più problematiche, che il nostro critico milanese seguiva con attenzione e che Aldo Carpi, come direttore e insegnante all’Accademia di Brera, incoraggiava tra gli allievi. Una tra le voci più energiche di questo clima è quella di Franco Francese. Partito da forme giovanili allusive e allegoriche, che passeranno poi dall’esperienza realista a quella che sarà una fervida stagione di assorta e solitaria sintesi espressiva, percorsa in ogni momento da una vena di intimo e robusto lirismo, Francese tiene la sua prima personale alla Colonna nel ‘54, presentato appunto da De Micheli. In quegli anni, tra i frequentatori di Brera, sono anche già attivi a Milano i giovani che daranno vita alla stagione del “Realismo esistenziale”. La fortunata definizione è di Valsecchi, in un articolo del ‘56 su “Il Giorno”: è l’anno, appunto, in cui Ceretti, Guerreschi e Romagnoni, presentati da Kaisserlian, espongono insieme alla Galleria San Fedele, mentre Banchieri e Vaglieri espongono alla Pater presentati da De Micheli. Al di là delle differenze di sensibilità individuali e di orientamenti, questo gruppo, cui si aggiunge ben presto Gianfranco Ferroni e diversi altri giovani tra cui Giancarlo Cazzaniga, Beppe Martinelli e soprattutto lo scultore Floriano Bodini, porta avanti in termini plastici appassionati e robusti un’indagine dai molti esiti figurativi, nella quale in modo variegato si riprendono gli stilemi del realismo uscito da “Corrente”, rompendone tuttavia, anche polemicamente, la visione verso spunti più dilatati. La dimensione urbana (periferie, macellerie, biciclette, interni ecc.) e la dimensione di critica sociale (generali, vescovi, poliziotti, lavoratori ecc.) assumono qui una consistenza tematica inedita. Ma insieme a Francese anche Giansisto Gasparini e, in una sua accezione più defilata, anche Remo Brindisi, che era giunto a Milano nel ‘46, così come per altri versi Piero Leddi, più giovane e arrivato nel ‘51 o Giovanni Cappelli, arrivato da Cesena, avevano anticipato intonazioni d’immagine in qualche modo analoghe, in cui elaborazione linguistica ed espressiva, riflessione esistenziale e autobiografismo si intrecciano alla viva espressione di un giudizio anche civile sulla storia, sulla cronaca, sui destini dell’uomo, imprimendosi nella consistenza formale stessa dell’immagine e dilatandola in modo sensibile. Così come, in modi diversi, avevano fatto ciascuno a suo modo anche Alfredo Chighine e Valentina Berardinone. É una dimensione di affinità, di “scuola” assai concreta, che tuttavia non dura a lungo poiché ben presto, per ognuno di loro, prendono avvio itinerari che, pur muovendo ancora dall’alveo poetico iniziale, si allargano a riferimenti, prospettive e indagini più individuali. Nel solco di queste esperienze, verso la fine degli anni Sessanta altri artisti si affermano, avendo compiuto come scelta di campo espressivo quella della figurazione e avendo posto al centro del lavoro un’opzione radicale d’impegno umano e civile. Sono Paolo Baratella, Giangiacomo Spadari, Fernando De Filippi, che per qualche tempo allestiscono mostre comuni, e, per altri versi, Fabrizio Merisi, in una sua dimensione più privata. Anche per loro, e soprattutto per De Filippi che agirà più tardi in una direzione più concettualizzata, o per Merisi che si avvierà verso una acuta rastremazione emblematica della natura morta, la vicenda espressiva maturerà in modo diverso e più articolato rispetto agli assunti iniziali. E poi, ancora, i fratelli Pietro e Dimitri Plescan, Sandro Luporini, Giuseppe Giannini, Giulio Scapaticci, Rodolfo Aricò, Luigi Timoncini, Mario Bardi, Liberio Reggiani, Antonio Recalcati, Giorgio Bellandi, Giancarlo Ossola, Franco Fossa e molti altri, tra cui l’allora giovanissimo Gioxe De Micheli, figlio di Mario. Insomma, un clima che stigmatizza come “milanese” una possibilità figurativa che vede al centro dell’attenzione la forte presenza del quotidiano anche in chiave metaforica, la riscoperta della dimensione dell’animo individuale come luogo di ogni ragione emozionale, come intreccio finale di ogni contraddizione e di ogni utopia, come vertigine definitiva dell’esistere e del giudicare. Ma anche, per contrasto, stigmatizza l’inaudita “rimozione” di tutto questo trenta/quarant’anni dopo, a giochi fatti e vite trascorse, a fronte dell’opportunismo estetizzante che ha ormai trionfato oggi nell’arte e nel gusto corrente, invadendo ogni spazio della nostra cultura visiva. Avrebbero potuto i maestri d’allora e i loro allievi, i “realisti esistenziali” insieme ai loro affini, immaginare a metà degli anni Cinquanta e nel decennio successivo che la tensione fervida della loro passione d’immagine sarebbe apparsa ai più, dopo appena un trentennio, soltanto uno degli “ismi” d’allora, solo uno dei possibili aspetti del gusto all’interno di un modernariato delle idee e delle forme? Ciò che da subito complessivamente colpisce oggi, infatti, quando riflettiamo criticamente su quella passata stagione, è proprio questo senso di sorda impotenza dell’immane sforzo compiuto da due generazioni d’artisti. L’arco della loro esperienza originale, dopo l’impatto dei primi anni, viene circoscritto e isolato, viene rimosso proprio nei suoi termini meno rimovibili che sono, appunto, termini di poetica, di contenuti e giudizi profondi e complessivi, di testimonianza esistenziale. Non è il “gruppo” che si muove e cresce ma, dopo appena pochi anni, le singole individualità e i loro diversi destini e itinerari. L’appassionata elaborazione collettiva, il frutto dell’esperienza e della riflessione comuni del sodalizio, l’esempio e l’influenza esercitati sui più giovani quasi scompaiono, travolti dalle interne accentuazioni individuali ma, soprattutto, rifiutati e respinti da una cultura che non ha spazio per voci non allineate al conformismo dilagante del disimpegno edonistico tipico degli anni della “Milano da bere”. Si contano infatti sulle dita di una mano le iniziative espositive che, da allora, hanno voluto riproporre le esperienze del realismo esistenziale. C’è stata la mostra curata da Mario De Micheli presso la Galleria Bergamini di Milano nel 1965, “Cronaca di un’esperienza figurativa a Milano, 1955-1959”; poi due meritevoli iniziative private del 1970 e del 1981, rispettivamente presso le gallerie milanesi Eunomia e San Fedele, dovute a Giorgio Mascherpa; poi, ancora, una articolata rassegna tenuta alla Permanente nel 1991, “Realismo esistenziale” curata ancora da De Micheli e da chi scrive; infine il lavoro di Martina Corgnati per il Credito Valtellinese nel 1997, esauriente e ricco di documentazione oltre che di opere. Dopo di ciò, a parte qualche mostra dedicata singolarmente a questo o quel protagonista, più nulla. Eppure, a quella stagione e a quegli artisti la nostra cultura e il nostro immaginario collettivo oggi debbono molto. A ben guardare, al di là del fascino oggettivo che percorre le opere, si deve proprio a loro la sopravvivenza stessa in questi anni dell’arte d’immagine italiana, cioè di una pittura e di una scultura figurative nostre, nutrite di umori e di riferimenti autoctoni oltre che più esotici, rivolta alla sostanza delle cose e non soltanto a quella sorta di “arte per l’arte” di natura meramente estetizzante e mercantile che oggi viene trionfando dappertutto, e che è diventata l’arte ufficiale del nostro tempo. Le vicende e il coraggio antinovecentista e antisistema di “Corrente”, la scuola apertissima e libertaria di Aldo Carpi a Brera, il Realismo e poi il Realismo esistenziale e le sue diverse declinazioni coeve o più tarde, hanno spalancato in quei decenni nel clima milanese una soglia che è rimasta, poi, aperta grazie a loro. A quei protagonisti  – senza dimenticare beninteso le esperienze romane del Portonaccio e di Nuova Corrente a Firenze e altre –  dobbiamo attribuire il merito di avere tenuto ferma in tutti questi anni una possibilità di sguardo sull’uomo e sulla sua realtà fenomenica, sulla sua complessità esistenziale e culturale. La possibilità di uno sguardo lirico, di uno scavo metaforico nei gesti dell’espressione. La possibilità di una visione profondamente ancorata alle ragioni dell’uomo ma, anche e simultaneamente, a quelle della forma nei suoi intrecci psicologici, antropologici e appunto esistenziali con la nostra sensibilità più profonda. Quelle opere e quella poetica hanno aperto e mantenuto percorribile una sorta di terza via tra le sponde talora rigide del realismo e l’arbitrarietà epidermica dell’informale unita alle algide concettualità aristocratiche delle diverse avanguardie o all’appiattimento popartistico e iperrealistico. E questo non è l’ultimo dei loro meriti. Tra realismo e informale e, ancora, tra pittura di racconto e pittura di sensibilità o di mente, hanno trovato una sintesi che intreccia e combina le più diverse pulsioni all’interno di un’aperta dimensione del fare, dando testimonianza lirica in presa diretta con i sentimenti più vivi e autentici dell’uomo contemporaneo, con le sue ansie, le sue utopie e i suoi fantasmi, nella determinazione a restituire all’arte un ruolo non effimero nella vita di noi tutti. [Qui online dal 15/04/2017]
Giuseppe Martinelli, " Al jukebox", 1960, olio su tela Bepi Romagnoni, "Soldato", 1957, inchiostro su carta
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche  e proposte sull’arte contemporanea
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Riscoprire le nostre radici culturali inaugurando un nuovo spazio dedicato all’arte Aldo Carpi e i suoi allievi Arte a Milano dal dopoguerra agli anni Sessanta 20 maggio - 9 luglio 2017 Inaugurazione 20 maggio 2017, ore 17 ARTE A TREZZO Associazione culturale Ada e Mario de Micheli via Antonio Gramsci, 10 20056 Trezzo sull'Adda info@arteatrezzo.org     www.arteatrezzo.org