codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 9/07/2017
Il sommario
Giancarlo Vitali a Milano
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
GALLERISTI CON
MEMORIA
Una vocazione e un impegno lunghi tre
generazioni
Pubblichiamo qui con il permesso di entrambi il
testo di una conversazione che Nicola Maggi ha
recentemente avuto con il gallerista milanese
Ruggero Montrasio.
La Galleria Montrasio è un esempio di come il
“testimone” di un lavoro serio e appassionato può
passare di generazione in generazione senza
perdere di qualità e di interesse culturale, pur nel
necessario adeguamento allo spirito del tempo.
“Non sono vittima dell’arte: ne sono dipendente!” dice
Ruggero Montrasio, da 23 anni alla guida di Montrasio
Arte. Da quasi 80 anni la sua famiglia è un punto di
riferimento per il collezionismo non solo italiano. Una
storia lunghissima, ricca di esperienze, incontri ed
aneddoti che il gallerista milanese ci racconta
in questa intervista dove non manca anche
una riflessione su come sta cambiando la
professione e il ruolo delle gallerie d’arte.
Nicola Maggi: La sua è una delle più
importanti famiglie di galleristi del nostro
paese ci racconta come è iniziata l’avventura
di Montrasio Arte?
Ruggero Montrasio: La galleria è stata aperta
da mio nonno (Luigi Montrasio) nel 1939 a
Monza. Si interessava di autori dell’Ottocento
come: Angelo Morbelli, Giovanni Segantini,
Mosè Bianchi, Silvestro Lega, Giovanni
Fattori, Giovanni Boldini e molti altri. Nel 1964
la sede storica è stata affiancata da Montrasio
Arte diretta da mio padre (Alberto Montrasio)
che ha inaugurato con una personale di
Tancredi. Mio padre mi ha raccontato che
all’inizio della sua avventura alcuni clienti di
mio nonno comprassero da lui di “nascosto”,
un po’ per aiutarlo ed un po’ per curiosità. Alla
mostra iniziale sono seguite moltissime altre
esposizioni tra le quali quelle di Lucio
Fontana, Fausto Melotti, Adolfo Wildt, e, molti
di quei primi collezionisti sono ancora oggi
felici delle loro scelte “segrete”. Sono poi
seguite le sedi di Milano, Innsbruck e New York, con il
progetto di residenza per artisti HSFbyMA.
Nicola Maggi: Nel 2019 la sua galleria compirà 80 anni…
qual è, secondo lei, il segreto di questo successo?
Ruggero Montrasio: La consapevolezza che il lavoro, la
serietà e professionalità pagano sempre, anche se non si
ha una visibilità immediata. Abbiamo idealmente assistito
a fenomeni che sono evaporati nel breve volgere di
qualche stagione. Educare il collezionista, crescere
insieme ed aiutarlo ad elaborare una propria capacità di
giudizio, sono le componenti fondamentali del nostro
lavoro. Non avere timore di sbagliare, essere consapevoli
che in un panorama così variegato, l’errore si può
commettere. Ricordarsi che è meglio: “Ammirare
veramente un falso capolavoro piuttosto che ammirare
falsamente un vero capolavoro”. No art victim only
cultural addicted!
Nicola Maggi: Quando ha capito che voleva anche lei
fare il gallerista e qual è stato l’insegnamento l’ha
segnata maggiormente nel suo modo di interpretare
questa professione?
Ruggero Montrasio: Quando ho iniziato a perdere troppe
partite di tennis e la cruda realtà mi ha fatto capire che
non avrei mai calcato l’erba di Wimbledon. Questo mi ha
indotto a cercar riparo in un porto sicuro. L’etica del
lavoro, ascoltare le persone che ne sanno più di te e
studiare, leggere, osservare, alimentare la curiosità,
nutrire la propria passione ossessivamente.
Nicola Maggi: Dagli spazi di Montrasio Arte è passata
buona parte della storia dell’arte italiana del secondo
Novecento. Nel suo ricordo quali sono stati i momenti o
gli artisti che hanno segnato in modo particolare la storia
della galleria?
Ruggero Montrasio: Giovanni Segantini per mio Nonno.
Poi Tancredi, che ha segnato l’inizio di un nuovo percorso
(nel 1964 con mio padre Alberto). Personalmente Bodini,
la persona più generosa che abbia mai conosciuto;
Romagnoni con il rimpianto di non averlo potuto
conoscere; Zigaina, un intellettuale di inarrivabile cultura.
E Oppenheim e Christo, le prime conoscenze di grandi
artisti internazionali. I momenti sono rappresentati da
tutte le pubblicazioni che hanno di volta in volta
accompagnato le mostre (ad oggi più di trecento) e, con
loro, tutti gli storici dell’arte che hanno collaborato a
questi progetti.
Nicola Maggi: Dennis Oppenheim, peraltro, è uno degli
artisti a cui è stato più legato anche personalmente e a
cui lo scorso anno avete dedicato una bellissima mostra
esposta anche a MIART…
Ruggero Montrasio: Quello con Dennis è stato un
incontro prezioso e bizzarro. Gli telefonai (nel 2004) e mi
fissò un appuntamento per la settimana successiva a
New York. Suonai alla porta e mi ricevette scalzo con una
tazza di caffè in mano. Iniziò subito a mostrarmi una gran
quantità di lavori che era disposto ad alienare. Alla fine
dell’appuntamento mi disse che l’indomani sarebbe stato
impegnato, ma che il giorno successivo ci saremmo potuti
incontrare al suo studio, dove mi avrebbe mostrato altre
opere e avremmo concluso il “good deal”. Nel giorno di
pausa andai a visitare il DIA Beacon (dove un paio di anni
dopo la nostra pubblicazione di Oppenheim faceva bella
mostra di sé sugli scaffali del bookshop). Ricordo che
durante il tragitto in treno da New York cercavo di
calcolare la somma (senza conoscerne il prezzo perché
Dennis mi ripeteva: “Don’t worry we can do a good deal”)
che avrei dovuto corrispondere per tutte le opere che
avevo visto. Il totale era certamente al di fuori della mia
possibilità. Così giunto allo studio per l’appuntamento mi
ero convinto di precisare che non avrei potuto acquistare
tutte quelle opere, che ero un giovane (all’epoca)
gallerista. Ma non ci fu modo di aprire bocca, Dennis
iniziò a mostrarmi lavori su lavori, ed alla fine mi disse: “Li
metto tutti in un container e te li spedisco a Genova”.
Questa è la cifra e mi paghi in tre soluzioni. Fu
effettivamente un “good deal” e con l’aiuto di mio padre
riuscii ad acquistare tutte le opere, delle quali diverse
fanno parte della nostra collezione personale, alcune
delle quali stiamo per donare al Walker Art Center di
Minneapolis. Il dialogo con Melotti presentato al MIART
avremo il piacere di riproporlo (integrato) all’Armory Show
di New York di quest’anno.
Nicola Maggi: Anche se la vostra squadra oggi è
composta principalmente di artisti storici, collaborate
spesso anche con talenti emergenti. Cosa cercate negli
artisti e come vede la scena artistica di oggi in Italia e non
solo?
Ruggero Montrasio: Quello che cerchiamo è la capacità
di un artista di sviluppare un proprio percorso progettuale
e, laddove necessario, non avere timore di riconoscere le
“Madri” o “Padri” che queste ricerche hanno saputo
ispirare. Oggi troppo spesso in arte, succede quello che
già avviene nella moda ed ora nel design. Si celebra una
figura come Elsa Schiapparelli e nessuno sottolinea di
quanto sia scopiazzata (a volte male) la sua creatività. Lo
stessa dicasi per il design: se si osserva, ad esempio,
system 1-2-3 standard lounge chair di Verner Panton e la
si confronta con la S-Chair di Tom Dixon, la prima
progettata nel 1973 la seconda nel 1991!!! Credo sia
giusto riconoscere l’idea primigenia, per non ingenerare
confusione. Noi ci occupiamo dell’Archivio di Franco
Bemporad, ed a volte ci capita qualcuno che ci fa notare
una certa affinità con l’opera di Davide Nido, nulla da
eccepire se il raffronto è sviluppato al contrario, infatti le
opere di Bemporad datano al 1960. E’ fondamentale in
questi casi il ruolo che i Musei dovrebbero svolgere dal
punto di vista didattico e storico. Oggi al contrario ci si
entusiasma per allestimenti tematici, come ad esempio
quello “terrificante” messo in scena alla GNAM di Roma.
Dove si confondono le “Possibilità di relazione” (per citare
il titolo di una mostra all’Attico di Sargentini curata da
Enrico Crispolti, Roberto Sanesi e Emilio Tadini) con la
“Necessità di relazione”. A questo proposito bisognerebbe
ricordare uno straordinario saggio di Walter
Schonenberger “La performance dell’Imperatore.
Considerazioni su una fiaba di Andersen” che
esemplarmente illustra questo fenomeno. Basterebbe
fosse acquisito come dichiarazione d’intenti da ogni
Direttore di Museo, Curatore o Storico dell’Arte, per
evitare gli orrori cui sempre più spesso tocca dover
assistere.
Nicola Maggi: Ormai sono passati 23 anni da quando ha
preso la guida della galleria. Com’è cambiato il nostro
collezionismo dal 1994 ad oggi?
Ruggero Montrasio: E’ radicalmente cambiato. È
necessaria una riflessione profonda sul ruolo delle
gallerie e sul loro futuro, sia per chi si occupa di artisti
viventi sia per chi opera con il secondo mercato. Nel
primo caso, la diffusione dei nuovi social-media, consente
all’artista di occuparsi in prima persona della divulgazione
e della collocazione del proprio lavoro. Il qui e ora della
galleria d’arte è stato sostituito da una fotografia scattata
in qualsiasi luogo, sia esso canonicamente deputato, o
estemporaneamente utilizzato per ospitare mostre o
opere d’arte. Nel secondo caso la posizione dominante
rivestita dalle Case d’Asta rende sempre più difficile
reperire opere inedite degli artisti. Lo spazio vitale per le
gallerie diventa sempre più ristretto. Le gallerie nella
maggior parte dei casi hanno drasticamente ridotto la
programmazione espositiva (in particolare modo per chi
opera nel secondo mercato), le Fiere hanno assunto
un’importanza sempre maggiore e sono diventate
l’occasione per presentare i propri progetti. In alcuni casi
(limitandosi all’Italia) con ottimi risultati come per MIART
e Artissima in altri con esiti decisamente più modesti
come per Artefiera.
Nicola Maggi: … e la professione di gallerista?
Ruggero Montrasio: Personalmente credo che il ruolo del
gallerista così com’è inteso oggi sia destinato a
scomparire nel medio lungo periodo. La diffusione
capillare del lavoro e dell’opera degli artisti a livello
nazionale e internazionale, farà sì che il ruolo di
collegamento (con Collezionisti, Musei, Istituzioni, ecc…)
ricoperto oggi dal gallerista, non sarà più cosi
indispensabile. Rimarrà, credo, la possibilità di lavorare a
progetti su misura, bisognerà ripensare completamente al
nostro ruolo.
Nicola Maggi: C’è una domanda che faccio a tutti i
galleristi in chiusura delle mie interviste. Oggi si guarda
molto all’arte come investimento. Non le pare che sia una
visione un po’ distorta del collezionismo?
Ruggero Montrasio: Inizierei col dire che come tutti gli
investimenti, e l’arte non fa eccezione, è un buon
investimento nella misura in cui si ha la possibilità di
aspettare le condizioni più favorevoli a monetizzare lo
stesso. La seconda considerazione che mi sento di fare è
che sino a quando i soggetti che costituiscono il così
detto mercato (artisti, gallerie, storici, fiere, case d’asta,
stampa specializzata e a maggior ragione generalista)
non si assumono i rischi di proporre e sbagliare, ma al
contrario formulano le proprie proposte in modo
convenzionale, non fanno altro che alimentare fenomeni
speculativi che nulla hanno a che vedere con la storia
dell’arte. Abbiamo assistito in questi ultimi dieci anni ad
una omologazione della proposta che ha portato a dei
valori e a delle licitazioni del tutto ingiustificate. Mi chiedo
se Simeti può costare più di Carrà, se Bonalumi possa
essere più ricercato di Sironi? Sarebbe come dire in Gran
Bretagna che Sam Taylor Wood costasse più di Franck
Auerbach, o, in Francia Daniel Buren costasse più di
Pierre Soulages. Per quanto lenta possa essere la storia,
mantiene la capacità di ricollocare i valori di ogni
fenomeno nella corretta prospettiva. Così riesce difficile
immaginare si possa cancellare “Il Novecento” come
espressione artistica in eterno. Quando gli interessi
economico-speculativo di oggi non avranno più
quell’urgenza credo non sia difficile ipotizzare un ritorno
di quegli autori che oggi giacciono in un cono d’ombra. Se
penso ad un grande collezionista come Volker
Feierabend che ha ripreso a collezionare gli autori del
Novecento con grande vigore e con la possibilità di
reperire opere di enorme qualità a cifre estremamente
interessanti, credo sia un interessante esempio da
monitorare con attenzione.
Nicola Maggi: Cosa vede nel futuro di Mostrasio Arte?
Ruggero Montrasio: Una Fondazione a Monza, un
progetto di residenza d’artista nel piacentino. A Monza
ospiteremo una collezione permanente con opere di:
Balla, Burri, Carrà, Christo, Fontana, Ghirri, Gormley,
Graham, Leoncillo, Long, Manzoni, Matta Clark, Melotti,
Romagnoni, Savelli, Scarpitta e molti altri. Sarà ospitata
la nostra biblioteca che può contare su 15mila volumi,
con un nutrito nucleo di libri rari e d’artista.
Organizzeremo due mostre l’anno. Abbiamo avviato una
serie di donazioni di opere per instaurare rapporti di
collaborazione (in previsione delle mostre che
organizzeremo) con Musei nazionali (Man di Nuoro) e
internazionali (Walker Art Center di Minneapolis). Nel
piacentino continueremo il progetto di residenza per artisti
inaugurato nel 2007 a New York (Harlem Studio
Fellowship by Montrasio Arte), sarà rivolto ad artisti il cui
lavoro avrà una forte connotazione ambientale. In
entrambi i casi ci avvarremo di un comitato scientifico che
coordinerà sia il lavoro di proposta espositiva, sia la
selezione degli artisti che saranno invitati.
[Qui online dal 15/04/2017]
Nicola
Maggi
Nicola Maggi è nato a
Firenze nel 1975.
Fondatore della rivista
Collezione da Tiffany,
giornalista professionista
e storico della critica
d'arte, collabora con varie
testate di settore per le
quali si occupa di
mercato dell'arte e di
economia della cultura
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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