6/11/ 2020
COSE DA FARE TRA
UTOPIA E PROGETTO
di Louis De Combremont
Ma
cosa
chiede
realmente
oggi
la
signora
Von
der
Leyen
agli
artisti
d’Europa,
giovani
e
meno
giovani?
E
ai
critici
e
studiosi
d’arte,
a
tutti
coloro
che
–
come
me
–
s’interessano
alle
vicende
della
pittura
e
della scultura di oggi?
Io
l’avrei
capita
così,
ma
può
darsi
che,
vecchio
come
ormai
sono,
abbia
compreso
di
quell’articolo
che
Seveso
mi
ha
fatto
leggere
tutt’altra
cosa
da
quello
che
vi
si
voleva
intendere,
cioè
abbia
capito
solo ciò che mi piaceva capire.
Ecco
allora
–
secondo
me
–
cosa
propone
la
signora,
sperando,
lo
dico
en
passant
,
che
non
sia
sola
a
pensare
queste
cose
all’interno
delle istituzioni europee che contano.
Chiede
in
buona
sostanza
agli
artisti
che
lo
vogliono,
sull’esempio
di
ciò
che
è
accaduto
con
la
Scuola
del
Bauhaus
tra
le
due
guerre,
di
mettersi
in
qualche
modo
“al
servizio”
di
una
grande
idea,
di
rendersi
con
il
loro
lavoro
e
con
le
loro
idee
direttamente
o
indirettamente
organici
a
un
periodo
storico
d’eccezione.
Chiede
loro
insomma
di
partecipare
alla
costruzione
di
una
nuova
e
diversa
estetica
del
presente,
alla
nascita
di
un
vero
e
proprio
clima
artistico-culturale, funzionale a un grande progetto generale.
È
una
grande
idea,
una
“immodesta
proposta”
che
fa
tremare
i
polsi
dell’immaginazione,
che
potrebbe
anche
scuotere
con
una
botta
di
vita
il
desolante
panorama
dell’ambiente
artistico
e
mercantile
nostrano,
rovesciandone
in
allegria
e
bellezza
il
senso
e
la
direzione.
E
che,
malgrado
l’evidente
velleitarismo
di
questa
mia
interpretazione,
di
cui
solo
i
miei
capelli
bianchi
mi
giustificano,
poggia tuttavia su ragioni sostanziose.
In
primo
luogo
c’è
il
riferimento
al
Bauhaus.
È
evidente
che
non
si
tratta
qui
di
una
indicazione
diretta,
pedissequa,
accademica.
Non
si
tratta
di
un
suggerimento
d’ordine
stilistico,
di
gusto,
di
orientamento
espressivo,
né
del
resto
potrebbe
essere
così.
Il
passato
è
passato,
e
i
revival
e
le
citazioni
non
sono
e
non
possono
essere
mai
la
rianimazione
efficace
di
uno
spirito
originario;
al
più
sono,
invece,
la
stanca
ripetizione
superficiale
di
una
formula,
il
recupero
–
sotto
il
pretesto
delle
mode
–
di
codici
già
collaudati.
E,
credo, la signora Ursula questo lo sa bene.
Difatti
ciò
che
auspica
non
è
la
nascita
di
un
insieme
di
linguaggi
e
di
orientamenti
formali,
bensì
la
comparsa
e
l’affermazione
tra
gli
artisti
di
un
atteggiamento
di
fondo,
di
una
sensibilità
nuova.
Il
crescere
di
una
disponibilità
a
collegare,
ciascuno
beninteso
nella
sua
libertà
di
linguaggio
e
di
modi,
il
proprio
lavoro
(pittura,
forme,
immagini,
progettazione
architettonica
e
urbanistica,
interior
design
e
industrial
design,
fotografia,
musica,
scrittura
eccetera)
alle
ragioni
di
una
elevata
finalizzazione
culturale
e
sociale,
vale
a
dire
a
una
Kunstwollen
(secondo
la
bella
definizione
di
Alois
Riegl)
di
tipo
ambientalista,
cioè
a
una
intenzionalità
artistica
riferita
ai
contenuti
della
stagione
che
si
è
aperta
con
il
Green
Deal
europeo,
approvato
quest’anno dal Consiglio.
In
secondo
luogo
c’è
il
richiamo,
l’evocazione
(o
anche,
se
volete,
l’invocazione)
a
una
importante
temperie
ideale
e
spirituale.
Anche
qui
è
evidente
difatti
come
in
questi
anni
si
sia
manifestato
nel
mondo
un
complesso
di
valori
forti
e
appassionati
nella
direzione
della
difesa
del
pianeta,
verso
una
crescita
diversa,
più
giusta,
equa
e
solidale.
Tra
le
punte
più
alte
e
quelle
più
mediatizzate
di
questo
insieme
di
iniziative
e
di
presenze
ricordo,
per
prima,
l’Enciclica
«Laudato
si’»
di
Papa
Francesco,
documento
di
formidabile
e
straordinaria
portata
storica,
che
fissa
punti
e
orientamenti
avanzatissimi
sotto
il
profilo
dell’esortazione
etica
ma
anche
delle
politiche
immediate
e
di
prospettiva
che
l’umanità
deve
adottare
per
salvare e preservare “la casa comune”.
E
poi
c’è
la
travolgente
crescita
a
livello
planetario
della
mobilitazione
di
Greta
Thunberg,
l’affacciarsi
sulla
scena
«impegnata»
della
generazione
dei
nuovi
millennials
che
oggi
hanno
vent’anni,
con
annessi
e
connessi.
Non
ultimo,
tra
questi
connessi,
la
ripresa
che
si
va
profilando
dopo
la
vittoria
di
Joe
Biden
e
Kamala
Harris
negli
USA,
di
una
massiccia
iniziativa
politica
e
diplomatica
nell’ambito
degli
Accordi
di
Parigi
e
delle
iniziative
internazionali
in
questa direzione.
Insomma,
la
mobilitazione
cui
Ursula
von
der
Leyer
invita
gli
artisti
d’Europa
io
l’ho
capita
così,
rivolta
verso
l’esplicito
impegno
di
accompagnare
e
favorire
la
trasformazione
del
destino
ecologico
ed
economico del nostro continente.
Gropius
e
gli
altri
pensavano
che
l’arte
dovesse
penetrare
e
trasformare
ogni
aspetto
concreto
della
vita
delle
persone
e
della
società:
spazi,
case,
mobili,
oggetti
d’uso
quotidiano
ma
anche
tempi, modi, dimensioni soggettive e oggettive…
Dunque, si può fare. Perché non proviamo oggi anche noi?