25/11/2020
LA RIVOLUZIONE E NOI
di Giovanni Mattio
Alcuni
giorni
fa
in
una
trasmissione
su
Rai
tre
ho
colto
l’intervista
agli
autori
–
Ilaria
Freccia
e
Federico
Pratesi
-
di
un
recente
film
documentario
intitolato
“La
rivoluzione
siamo
noi”
che
sarebbe
stato proposto al Torino film festival il 25 di novembre.
La
trasmissione
era
condotta
sulle
note
della
canzone
di
Gianni
Pettenati
“Ci
sarà
la
rivoluzione”,
del
gruppo
musicale
‘Bandiera
gialla’
che
nell’ormai
lontano
1967
dava
per
scontato
un
cambiamento
epocale,
segnato
dalla
fine
dei
contrasti
e
dei
rancori.
Ma
la
cosa
per
noi
interessante
è
che
il
documentario
tratta
proprio
della
rivoluzione
creativa
che
investì
il
mondo
dell’arte dopo il ’68, coinvolgendo artisti, critici, galleristi, pubblico.
(Per
inciso
erano
gli
anni
della
guerra
del
Vietnam,
anzi
quelli
in
cui
la
guerra
era
duramente
contestata
dai
movimenti
giovanili,
dai
figli
dei
fiori,
da
cantautori
epocali
come
Joan
Baez
e
Bob
Dylan,
per
intenderci
e
sbiaditamente
per
imitazione
–
ah,
l’America grande mito e modello! – anche a casa nostra).
Ritornando
al
documentario
in
questione
che
ci
riporta
agli
anni
giovanili
-
per
me
ben
poco
consapevoli
dei
fatti
del
mondo,
ma
comunque
intrisi
di
sogni,
aspettative
e
velleità
di
modellare,
o
rimodellare
quel
mondo
che
credevamo
attendesse
il
nostro
ingresso
–
mi
ha
colpito
l’affermazione
attribuita a Michelangelo Pistoletto.
Se
non
ricordo
male,
l’affermazione
sarebbe
da
collocare
nell’anno
1977
-
quando
la
famigerata
guerra
del
Vietnam
era
finita,
con
ignominia
per
l’America,
ormai
da
due
anni
-
cioè
a
dieci
anni
di
distanza
dalla
nascita
del
movimento
dell’arte
povera
a
cura
di
Germano
Celant.
Dieci
anni
che
avevano
visto
l’affluenza
nel
gruppo
di
altri
artisti
–
tuttora
di
spicco
–
oltre
a
quelli
della
prima
ora;
dieci
anni
in
cui
la
coscienza
di
voler
rifondare
alcuni
basamenti
dell’arte
e
di
poter
incidere
nella
società
era
ormai
piena.
Ebbene,
in
un’intervista
(1977?)
Pistoletto
disse
-
quasi
testualmente
-
che
la
prima
opera
d’arte
è
l’orma
di
una
mano
sulle
pareti
di
una
caverna.
A
cui
seguono
le
impronte
di
tante
mani
che
fanno
del
primo
gesto
un
gesto
collettivo,
quello
che
è
il
principio
della
società
e
che
permette
di
affermare
che
fin
dalle
origini
l’arte
è
politica.
Tale
premessa
ci
porta
al
tema
di
questo
numero
di
riContemporaneo.
Ossia
l’invito
agli
artisti
da
parte
di
un’autorità
politica
in
ambito
europeo
ad
operare
in
funzione
di
un
miglioramento
delle
condizioni
ambientali.
E
con
un
richiamo
all’esperienza
del
Bauhaus.
Che
fu
notevole,
radicale
e
rivoluzionario
e
perciò
inviso
al
Nazismo
-
ecco
qui
confermata
la
valenza
politica
dell’arte
–
anche
se
stentiamo
a
credere
che
una
scuola
di
cultura,
di
arte
e
di
architettura
che
si
prefiggeva
un
miglioramento
del
vivere
e
dell’abitare,
potesse
contrastare
con
gli
obiettivi
della
politica.
Se,
però,
pensiamo
ai
roghi
dei
libri
e
delle
opere
d’arte
cosiddette
‘degenerate’
(come
ricorda
il
suggestivo
monumento
ipogeo
di
Bebelplatz),
comprendiamo
la
paura
che
uno
stato
totalitario
ha
della
cultura
innovativa.
Quella
che
incide
nei
costumi,
che
ispira
le
coscienze,
che
supera
i
confini dell’estetica per proporre modelli etici.
L’invito
a
ispirarsi
al
modello
del
Bauhaus
a
chi
opera
nel
mondo
dell’arte,
cosa
può
significare
oggi?
Non
c’è
il
rischio
che
sia
un
retorico
e
nostalgico
richiamo
a
un
passato
che
si
spiega
nel
suo
contesto
storico,
ma
che
richiederebbe
formule
nuove
nel
presente?
La
prima
risposta
ce
la
dà
l’assunto
del
documentario
stesso
che
si
rifà
a
ciò
che
successe
mezzo
secolo
fa,
cioè
alla
distanza
di
un
altro
mezzo
secolo
circa
dalla
fondazione
del
Bauhaus.
Individuare
in
quel
tempo
lo
sviluppo
di
polloni
spuntati
su
quel
tronco
reciso
dall’oscurantismo
nazista,
significa
non
solo
riconoscere
la
positività
e
la
novità
di
quegli
sforzi
comuni
–
la
rivoluzione
asserita
nel
titolo
-
ma
additare
al
presente
la
necessità di nuovi innesti su un albero ancora ricco di linfe.
In
altre
parole,
non
si
tratta
di
una
celebrazione,
ma
di
un
invito
a
trarre
esempio
da
quell’esperienza
globalizzante
e
un
monito
a
esperire
nuovi
e
autentici
orizzonti.
Non
certo
a
resuscitare
progetti
di
un
secolo
fa,
perché
l’impulso
che
quella
scuola
diede
ha
varcato
di
gran
lunga
i
confini
temporali
in
cui
essa
operò
e
ha
indirizzato
le
ricerche
nei
settori
più
svariati.
Normalmente
si
attribuisce
al
Bauhaus
il
cambiamento
di
rotta
nelle
arti
applicate,
il
design
e
l’architettura
in
particolare.
Un
dato
innegabile,
come
sono
innegabili
i
vantaggi
che
ne
sono
derivati.
L’attenzione
per
l’ambiente
–
che
oggi
è
oggetto
di
acceso
dibattito
-
è
alla
base
della
filosofia
del
Bauhaus.
L’ecologia
come
scienza
-
anche
se
il
termine
ecologia
era
già
stato
coniato
alcuni
anni
prima
–
ha
tratto
impulso
da
quel
pensiero
estetico
per
diventare
studio
e
pratica costante in difesa del nostro habitat.
In
campo
artistico,
come
non
ricordare
Joseph
Beuys
e
la
sua
Piantagione
Paradise,
o
le
settemila
pietre
di
basalto
di
Kassel
finalizzate
alla
messa
a
dimora
di
altrettante
querce?
E
la
coppia
Jeanne-Claude
e
Christo
con
i
loro
interventi
sul
paesaggio?
O,
in
campo
nostrano,
l’operazione
‘Legarsi
alla
montagna’
di
Maria
Lai,
primo
grande
esempio
di
Arte
Relazionale?
Di
Maria
Lai
tutta
la
ricerca
artistica
è
intesa
a
ridare
vita
a
tradizioni
e
costumi
identitari di una terra e di una gente.
Sono
pochi
esempi,
forse
i
più
clamorosi,
ma
credo
sufficienti
a
dimostrare
che
i
semi
del
Bauhaus
hanno
continuato
a
germogliare (e ognuno ne conosce i frutti).
Ma
veniamo
a
noi,
con
le
nostre
conoscenze,
la
nostra
esperienza
e le nostre poetiche.
Se
ci
è
dato
di
svettare,
ciò
non
può
avvenire
senza
essere
testimoni
del
nostro
tempo,
delle
sue
urgenze
e
problematiche.
Se
apparteniamo
al
sottobosco,
ci
dobbiamo
rendere
conto
che
la
funzione
del
sottobosco
è
essenziale
per
mantenere,
o
creare
equilibri nell’ecosistema. Come della natura, così dell’arte.
Non
si
tratta
di
snaturarci,
anzi
proprio
non
lo
dobbiamo
fare,
se
il
nostro
operare
è
onesto,
ossia
svincolato
dall’utile
immediato.
Se
la
nostra
ricerca
artistica
poggia
su
solide
basi
di
linguaggio,
se
non
ha
solo
il
fine
di
compiacere,
o
di
mercificare,
ma
è
intesa
a
percorrere
le
vie
della
conoscenza
con
instancabile
dedizione,
anche
a
costo
di
apparire
ostinata;
se
l’indagine
sul
complesso
mistero
della
natura
e
della
psiche
risponde
a
fini
autentici,
dobbiamo
solo
essere
coerenti
e
resistere.
Non
solo
nell’operare
artistico,
ma
nell’agire
e
nel
vivere
quotidiano.
Non
sarà
la
minaccia
del
morbo
a
fermarci
e
neanche
le
fate
morgane
del
marketing
a
ingannarci.
Chi
sarà
in
grado
di
udire
il
canto
delle
sirene
senza
lasciarsi
ammaliare
sarà
anche
in
grado
di
rispondere
all’appello
verso
un’arte
che
promuova
il
meglio
nel
nostro mondo.