AMBIENTE, TECNICA
E ARTE
In
un
breve
saggio
del
1953,
Heidegger
si
domandava
quale
fosse
l’essenza
della
tecnica.
La
parola
tecnica
viene
dal
greco
tecnicon
che,
a
sua
volta,
indica
ciò
che
appartiene
alla
tecne
.
Tecne
non
è
solo
il
fare
artigianale
ma
riguarda
anche
l’arte
superiore
e
le
belle
arti.
La
tecne
appartiene
alla
produzione,
alla
poiesis
,
dunque
al
fare.
Ma
ancora,
fin
dalle
origini
e
sino
all’epoca
di
Platone,
la
parola
tecne
si
accompagna
alla
parola
episteme
(conoscenza).
Entrambe
sono
termini
che
indicano
il
conoscere
nel
senso
più ampio. Significano il saperne di qualcosa, l’intendersene.
Il
conoscere
dà
apertura,
dice
Heidegger,
ed
in
quanto
aprente
esso
disvela.
Dice
Aristotele
che
la
tecne
è
un
modo
dell’
alexeiein
,
del
far
apparire,
dunque
il
portare
alla
luce
ciò
che
è
nascosto.
La
tecne
dispiega
il
suo
essere
nell’ambito
in
cui
accadono
il
disvelare
e
la
disvelatezza,
laddove
accade
l’
aletheia
,
dunque
la
“verità”.
La
tecne
è
dunque
strettamente
connessa
con
la
verità.
L’arte
è
anch’essa
partecipe
di
quel
processo:
essa
è
strettamente
connessa alla verità che uscendo dal suo nascondimento si mostra.
Ma
qual
è
l’essenza
della
tecnica
moderna?
La
tecnica
moderna
è
incompatibile
con
ogni
altra
precedente
perché
si
fonda
sulle
moderne
scienze
esatte:
anch’essa
è
disvelamento.
Il
disvelamento
che
governa
la
tecnica
moderna,
tuttavia,
non
si
dispiega
in
un
produrre
nel
senso
della
poiesis
,
dice
Heidegger.
Il
disvelamento
che
vige
nella
tecnica
moderna
è
una
provocazione
la
quale
pretende
dalla
natura
che
essa
fornisca
energia
che
possa
come
tale
essere
estratta
e
accumulata.
La
natura
viene
provocata
a
fornire
attività
estrattiva.
La
terra
si
rivela
ora
come
bacino
di
risorse da sfruttare, un magazzino cui attingere, un contenitore di rifiuti.
Si
compie
così
quel
telos
che
prefigura
e
determina
quel
processo
che
ebbe
inizio
con
la
osservazione
concettuale
degli
antichi
greci,
poi
con
l’indagine
compiuta
dalla
fisica
galileiana,
sino
all’attuale
penetrazione
e
sfruttamento
e dominio sulla natura da parte dell’uomo.
Non solo , ma anche il dominio dell’uomo sull’uomo.
E
così,
per
dirla
come
Umberto
Galimberti,
fu
anche
con
la
cultura
giudaico-cristiana,
secondo
la
quale
fu
Iddio
medesimo
a
consegnare
all’uomo
la
natura
per
il
suo
dominio:
“Poi
Iddio
disse:
domini
l’uomo
sopra
i
pesci
del
mare,
gli
uccelli
del
cielo,
gli
animali
domestici,
e
tutte
le
fiere
della
terra e i rettili che strisciano sulla sua superficie” (Genesi,1,26).
La
tradizione
giudaico-cristiana
pensa
l’uomo
al
vertice
del
creato.
Al
contrario,
per
i
Greci,
l’uomo
era
pensato
come
un
ente
di
natura
che,
al
pari
di
tutti
gli
enti,
nasce,
genera
e
muore…
E
prudentemente,
riflettendo
su
quello
che
sarebbe
potuto
accadere,
il
Mito
Greco,
aveva
fatto
sì
che,
tramite
gli
Dei,
cui
era
stata
rubata
la
“tecnica”
da
Prometeo,
questi
venisse
incatenato.
Noi,
oggi,
lo
abbiamo
sventatamente
liberato,
e
se
ne
vedono
le
conseguenze. Il dominio e lo sfruttamento della natura dilagano.
Dice
Galimberti,
citando
una
profezia
di
Gunther
Anders:
“L’umanità
che
tratta
il
mondo
come
un
mondo
da
buttar
via
finirà
per
trattare
se
stessa
come
un’umanità
da
buttar
via,
e
già
se
ne
vedono
le
tracce”.
L’uomo
si
sta
mangiando
la
terra.
Da
tempo
è
iniziata
la
sesta
estinzione,
e
noi
ne
siamo
la causa.
Greta
Thunberg,
che
recentemente
si
è
mossa
per
sensibilizzare
l’uomo
al
rispetto
del
pianeta
e
per
un
mondo
ecosostenibile,
purtroppo
non
sarà
ascoltata dagli oligarchi che hanno il potere e il controllo del mondo.
Ma
che
ne
è
dell’arte
nel
tempo
del
pensiero
calcolante
e
della
tecnica
imperante?
Quale
il
suo
futuro?
Nel
tempo
in
cui
il
denaro
è
misura
di
tutte
le
cose,
l’arte
non
può
essere
che
merce
di
scambio
mercantile.
Controllata
dalle
oligarchie
politico-economiche
al
potere,
queste
indicano
pure
le
tendenze,
le
materie
che
devono
essere
utilizzate
per
la
formazione
dell’opera
d’arte,
imponendo
tecniche
extra
artistiche
e
materiali
degradabili
e
deperibili.
L’arte
si
impone
quindi
come
arte
di
mercato
nel
mercato
dell’arte
che,
gestito
dal
binomio
mercante-critico
d’arte,
incide
sulla
ricerca,
influenzando
la
medesima.
Nel
tempo
in
cui
il
capitale
ha
globalizzato
il
mondo,
travalicando
i
confini
dell’occidente,
assumendo
una
dimensione
planetaria,
l’arte
ha
perso
quell’aura
di
sacralità,
autenticità
e
creatività, come ci ricorda Walter Benjamin.
L’artista,
oggi,
è
più
interessato
al
marketing
della
creatività
che
alla
creatività in quanto tale.
Io
credo
che
non
ci
sia
creatività
finché
si
rimane
chiusi
e
ancorati
ai
quei
principi
che
oggi
la
governano.
Oggi
vince
la
razionalità
e
la
tecnicità,
ma
si
è
smarrita
l’anima.
Damien
Hirst,
J
eef
Koons
,
Cattelan
e
compagnia
ne
sono
un esempio.
Per
creare,
osservava
Platone,
bisogna
essere
abitati,
essere
invasi,
fatti
vaso, posseduti dal dio, avere una certa dose di follia.
E’
necessario
percorrere
quei
“Sentieri
interrotti”,
che
dopo
un
lungo
cammino
nel
bosco,
si
apriranno,
finalmente,
a
quella
radura,
a
quell’
“aperto”
cantato
da
Rilke
e
Holderlin
e
poi
evocato
da
Heidegger,
aperto
che, oltre l’animalità, ci ha reso umani.
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