numero
il caso
LA BANANITÀ DELL’ARTE
Ovvero il trionfo della provocazione che non provoca
Scrivo
queste
righe
mentre
ancora
mi
arriva,
giù
dalla
strada,
l’eco
delle
zampogne
di
Natale.
Questo
vuol
dire
che
non
è
trascorso
neppure
un
mese
da
quando
si
è
cominciato
a
parlare
della
banana
di
Cattelan
da
120mila
dollari
e,
immediatamente
dopo,
del
gustoso
corollario
rappresentato
dal
gesto
di
uno
sconosciuto
artista,
evidentemente
suo
estimatore
e
consumatore,
che
quella
sua
opera
(opera?)
ha
tanto
amata
da
mangiarsela.
Eppure
mi
rendo
conto
che
già
da
qualche
giorno
la
notizia
(notizia?)
era
ormai
già
definitivamente
svanita
dall’orizzonte
dei
media
grandi
e
piccoli,
e
di
conseguenza
dalla
memoria
dei
più…
Solo
qualche
rivista
di
settore
e
qualche
blog
in
rete
se
ne
occupano
ancora
saltuariamente,
per
lo
più
in
termini
di
scanzonato
dileggio,
come
per
esempio
mi
è
capitato
di
vedere
su
Il
Sussidiario.net
,
dove,
appunto,
si
dice
che
la
“bananità”
di
Cattelan
ha
inaugurato
la
corrente
del
Frutturismo,
o
quando
si
titola
qua
e
là
che
con
una
fila
di
visitatori
all’Art
Basel
di
Miami
per
vedere
Comedian
di
Cattelan,
cioè
questa
sua
banana
fissata
al
muro
con
lo
scotch, ormai l’arte è davvero arrivata alla frutta…
E
forse
è
davvero
meglio
così.
Non
che
l’arte
contemporanea
sia
arrivata
alla
frutta
(che
questo
molti
di
noi
già
lo
vanno
ripetendo
da
anni),
ma
che
i
mezzi
di
comunicazione
di
massa
abbiano
cessato
di
occuparsi
di
questa
vicenda,
e
che
ciò
che
solo
sopravvive
del
gran
rumore
che
c’è
stato
in
flagranza
di
creato
sia
la
traccia di un sorriso.
«Perché
in
realtà
tutta
l’operazione
era
ed
è
solo
la
parte
terminale,
la
parte
visibile,
di
una
vecchia
strategia
della
provocazione
che
vive
solo
in
quanto
riesce
davvero
a
“provocare”,
cioè
a
mobilitare
stampa
e
social.
E
quando
stampa
e
social
la
lasciano,
appunto,
cadere,
o
la
dimenticano,
se
ne
rivela
desolatamente
l’intima
e
clamorosa
natura
bassamente
utilitaristica,
se
ne
rende
evidente
la
volgarità
sempliciotta
perfino
agli
occhi
dei
più
ostinati
esegeti
del
“contemporaneo”
come
epifania
delle
mode
e
delle futilità.»
Lo
ha
fatto
anche
con
umore
Roberto
Ago,
che
vi
invito
a
leggere
qui
su
ArtTribune
,
quando
per
esempio
dice
che
«il
senso
di
questa
ennesima
fatica
provocatoria
di
Cattelan,
la
quale
non
è
lecito
dubitare
sia
costata
ore,
giorni
e
perfino
anni
di
messa
a
punto,
è
prossimo
a
quello
di
tante
“trovate”
novecentesche.
Con
una
differenza
sostanziale:
il
pubblico
odierno
non
può
più
essere
scandalizzato.
Nemmeno
spiazzato?
Laddove
tutto
appare
infatti
condannato
a
una
macedonia
senza
tempo,
è
bastata
una
banana
a
fare
la
differenza,
se
non
sul
tempo,
certamente
sulla
macedonia.
(…)
L’opening
e
la
chiacchiera
contano
oggi
più
del
soppesare
con
acribia
feticci
progressivamente
logori,
tanto
che
la
critica
si
è
pressoché
estinta.
Quanto
più
l’artista
farà
discutere,
anche
cavalcando
opere
dopate
o
equivocate,
tanto
più
sarà
ritenuto
valido
e
performante.
La
logica
della
pubblicità
e
della
comunicazione
è
in
fondo
la
stessa
del
consenso
religioso,
cambia
solo
la
réclame.
Comedian
condensa
tutto
ciò, ne è per così dire il totem antonomastico…»
E
dunque
che
di
quest’opera
(opera?)
non
si
parli
più,
mi
sembra
in
fondo
cosa
buona
e
giusta.
Ma
viene
anche
da
pensare
che
in
questo
caso
il
pubblico
è
stato
in
qualche
modo
anche
fortunato.
Se
quell’ammiratore
in
cerca
di
notorietà
non
se
la
fosse
mangiata,
infatti,
la
banana
sarebbe
comunque
marcita
naturalmente
per
suoi
raggiunti
limiti
d’età.
Ben
diversa
sorte
hanno
i
cittadini
di
Milano,
invece,
ai
quali
da
anni
Cattelan,
dalla
piazza
della
Borsa,
rivolge
lo
sberleffo
inequivoco
di
un
inattaccabile,
infrangibile,
eburneo
dito
medio
di
marmo alto diversi metri!
|
© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011
|
Codice ISSN 2239-0235
|
ri
Contemporaneo
.org
|
opinioni, polemiche, proposte sull’
arte contemporanea
il caso
LA
BANANITÀ
DELL’ARTE
Ovvero il trionfo della
provocazione che non provoca
di Louis De Combremont
Scrivo
queste
righe
mentre
ancora
mi
arriva,
giù
dalla
strada,
l’eco
delle
zampogne
di
Natale.
Questo
vuol
dire
che
non
è
trascorso
neppure
un
mese
da
quando
si
è
cominciato
a
parlare
della
banana
di
Cattelan
e,
immediatamente
dopo,
del
gustoso
corollario
rappresentato
dal
gesto
di
uno
sconosciuto
artista,
evidentemente
suo
estimatore
e
consumatore,
che
quella
sua
opera
(opera?)
ha
tanto
amata
da
mangiarsela.
Eppure
mi
rendo
conto
che
già
da
qualche
giorno
la
notizia
(notizia?)
era
ormai
già
definitivamente
svanita
dall’orizzonte
dei
media
grandi
e
piccoli,
e
di
conseguenza
dalla
memoria
dei
più…
Solo
qualche
rivista
di
settore
e
qualche
blog
in
rete
se
ne
occupano
ancora
saltuariamente,
per
lo
più
in
termini
di
scanzonato
dileggio,
come
per
esempio
mi
è
capitato
di
vedere
su
Il
Sussidiario.net
,
dove
si
dice
che
la
“bananità”
di
Cattelan
ha
inaugurato
la
corrente
del
Frutturismo,
o
quando
si
titola
qua
e
là
che
con
una
fila
di
visitatori
all’Art
Basel
di
Miami
per
vedere
Comedian
di
Cattelan,
cioè
questa
sua
banana
fissata
al
muro
con
lo
scotch,
ormai
l’arte è davvero arrivata alla frutta…
E
probabilmente
è
davvero
meglio
così.
Non
che
l’arte
contemporanea
sia
arrivata
alla
frutta
(che
questo
molti
di
noi
già
lo
vanno
ripetendo
da
anni),
ma
che
i
mezzi
di
comunicazione
di
massa
abbiano
cessato
di
occuparsi
di
questa
vicenda,
e
che
ciò
che
solo
sopravvive
del
gran
rumore
che
c’è
stato
in
flagranza
di
creato
sia
la
traccia di un sorriso.
«Perché
in
realtà
tutta
l’operazione
era
ed
è
solo
la
parte
terminale,
la
parte
visibile,
di
una
vecchia
strategia
della
provocazione
che
vive
solo
in
quanto
riesce
davvero
a
“provocare”,
cioè
a
mobilitare
stampa
e
social.
E
quando
stampa
e
social
la
lasciano,
appunto,
cadere,
o
la
dimenticano,
se
ne
rivela
desolatamente
l’intima
e
clamorosa
natura
bassamente
utilitaristica,
se
ne
rende
evidente
la
volgarità
sempliciotta
perfino
agli
occhi
dei
più
ostinati
esegeti
del
“contemporaneo”
come
epifania
delle
mode e delle futilità.»
Lo
ha
fatto
anche
con
umore
Roberto
Ago,
che
vi
invito
a
leggere
qui
su
ArtTribune
,
quando
per
esempio
dice
che
«il
senso
di
questa
ennesima
fatica
provocatoria
di
Cattelan,
la
quale
non
è
lecito
dubitare
sia
costata
ore,
giorni
e
perfino
anni
di
messa
a
punto,
è
prossimo
a
quello
di
tante
“trovate”
novecentesche.
Con
una
differenza
sostanziale:
il
pubblico
odierno
non
può
più
essere
scandalizzato.
Nemmeno
spiazzato?
Laddove
tutto
appare
infatti
condannato
a
una
macedonia
senza
tempo,
è
bastata
una
banana
a
fare
la
differenza,
se
non
sul
tempo,
certamente
sulla
macedonia.
(…)
L’opening
e
la
chiacchiera
contano
oggi
più
del
soppesare
con
acribia
feticci
progressivamente
logori,
tanto
che
la
critica
si
è
pressoché
estinta.
Quanto
più
l’artista
farà
discutere,
anche
cavalcando
opere
dopate
o
equivocate,
tanto
più
sarà
ritenuto
valido
e
performante.
La
logica
della
pubblicità
e
della
comunicazione
è
in
fondo
la
stessa
del
consenso
religioso,
cambia
solo
la
réclame.
Comedian
condensa
tutto
ciò,
ne
è
per
così
dire
il
totem
antonomastico…»
E
dunque
che
di
quest’opera
(opera?)
non
si
parli
più,
mi
sembra
in
fondo
cosa
buona
e
giusta.
Ma
viene
pure
da
pensare
che
in
questo
caso
il
pubblico
è
stato
anche
fortunato.
Se
quell’ammiratore
in
cerca
di
notorietà
non
se
la
fosse
mangiata,
infatti,
la
banana
sarebbe
comunque
marcita
naturalmente
per
suoi
raggiunti
limiti
d’età.
Ben
diversa
sorte
hanno
i
cittadini
di
Milano,
invece,
ai
quali
da
anni
Cattelan,
dalla
piazza
della
Borsa,
rivolge
lo
sberleffo
inequivoco
di
un
inattaccabile,
infrangibile,
eburneo
dito
medio
di
marmo
alto
diversi metri!
ri
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