SULL’ARTE ATTUALE
Pur
sapendo
di
rischiare
ciò
che
Umberto
Saba
diceva
di
sé
con
sdegnata
amarezza
(
Parlavo
vivo
a
un
popolo
di
morti…
)
forse
vale
ancora
ingenuamente
o
tenacemente
la
pena,
se
non
altro
per
affermare
o
ristabilire
la
verità
delle
cose,
riflettere
sullo
stato
dell’arte
attuale.
Una
condizione
che
purtroppo,
si
è
costretti
a
ripetere,
è
in
gran
parte
determinata
dai
rapporti
di
forza
economici
dominanti,
tramite
un
mercato
in
cui
la
domanda
è
falsata
e
l’offerta
gonfiata,
la
società
globale
e
perciò
“unica”
nella
quale
è
dato
insensatamente
di
vivere.
Ne
consegue,
a
mio
parere,
l’estrema
difficoltà
di
poter
intervenire
nonché
d’incidere
efficacemente
sulle
procedure
e
sulle
pratiche
che
regolano
anche
il
mondo
dell’arte
d’oggi.
In
particolare
su
quelle
che
generano
e
governano
le
strategie
di
selezione
e
di
accertamento
della
qualità,
e
quindi
del
valore
effettivo,
di
un’opera
d’arte
sia
pittorica
che
scultorea.
E
dire
che
le
basi
reali
e
i
semplici
impulsi
di
tali
irrinunciabili
valutazioni
e
di
simili
vincolanti
verifiche
risiedono
in
un
paio
di
strumenti,
la
capacità
e
la
competenza,
e
in
una
coppia
di
doti,
il
talento
e
il
coraggio,
che
per
quanto
oggi
più
rari
che
mai
restano
comunque
preziosamente
ineludibili
per
giudicare
in
modo
oggettivo,
grazie
alle
prove
offerte
dai
suoi
stessi
inconfutabili
esiti, un’autentica opera d’arte.
Con
ciò
intendo
dire,
entrando
più
nello
specifico
del
tema,
che
lo
studio
e
la
conoscenza
della
storia
dell’arte
deve
essere,
come
sempre
più
di
rado
accade
attualmente,
il
mezzo
utile
e
necessario
per
puntare
a
conseguire
il
vero
scopo
–
saper
leggere
qualsiasi
opera
d’arte
–
raggiungibile
unicamente,
in
assenza
del
vantaggio
della
diretta
pratica
artistica
quotidiana,
tramite
l’esperienza
dell’osservazione
affinata
abilmente
e
a
fondo
nel
corso
del
tempo.
A
tal
punto
da
saper
distinguere
e
separare
davvero
il
grano
dalla
pula,
contrariamente
a
ciò
che
impunemente
avviene
ormai
quasi
sempre
e
ovunque
ai
complici
e
offuscati
giorni
nostri
impegnati
a
promuovere
l’egemonia
dell’inconsistenza
e
a
glorificare
l’autorità
del
brutto
con
trovate
spesso
indegne
persino
dei
peggiori
numeri
d’avanspettacolo.
Eppure
evidentemente
funzionali
a
muovere
e
ad
oliare
il
motore
e
i
meccanismi
di
un
sistema
–
amplificato
dal
vuoto
espanso
dalla
maggior
parte
delle
casse
di
risonanza
degli
svariati
tipi
di
comunicazione
di
massa
–
che
sarebbe
assurdo
e
grottesco
se
i
suoi
effetti,
sempre
più
invadenti
e
ormai
forse
invincibili,
non
fossero
destinati
drammaticamente
a
perpetuarsi
assumendo
forme
ed
espressioni
ridicole
come
quelle
alle
quali
continuiamo
ad
assistere
da
tempo .
Fra
tante
tra
le
più
recenti
scelgo
di
riferirmi
in
particolare,
scusandomi
perfino
di
doverle
citare,
alle
performances
seguite
ma
anche
antecedenti
all’esposizione
del
purtroppo
penultimo
“capolavoro”
(
Comedian
)
di
Maurizio
Cattelan.
Com’è
noto
la
famigerata
“banana
miliardaria”
ha
stimolato,
affinché
il
teatrino
sostenuto
e
diffuso
dagl’imperanti
strumenti
mediatici
possa
durare
ed
estendersi,
l’appetito
di
un
altro
presunto
artista,
David
Datuna,
che
l’ha
mangiata
di
fronte,
naturalmente,
a
uno
stuolo
di
fotografi
e
di
telecamere.
Uno
schieramento
di
truppe
e
di
forze
propagandistiche
che
resta,
probabilmente
come
gran
parte
degli
spettatori
o
dei
visitatori,
in
fremente
attesa
che
il
divoratore
statunitense
di
origini
georgiane
defechi
in
pubblico
affinché
non
si
spezzi,
secondo
le
puntuali
ricostruzioni
storico-filologiche
dei
correi
critici
fiancheggiatori,
il
cordone
dei
suoi
escrementi
con
la
precedente
Merda
d’artista
inscatolata
da
Piero
Manzoni.
Magari
aspettando
anche
di
vedere
ammirati
le
feci
americane
sparire
nel
cattelaniano
cesso
dorato
(
America
),
così
come
l’urina
scomparsa,
con
ben
altro
impatto
provocatorio
in
anni
tanto
febbrili
quanto
fecondi
e
decisivi
per
le
arti
del XX secolo, dalla
Fontana
di Marcel Duchamp.