codice ISSN 2239-0235
Giorgio
Seveso
ultimo aggiornamento: 18/04/2018
Critico d’arte, curatore e
giornalista, vive e opera
a Milano dal 1969.
Fondatore e conduttore
di questo blogMagazine,
è stato critico de l’Unità
per oltre vent’anni.
E’ nato a Sanremo nel
1944.
Il sommario
GUSTI E DISGUSTI CHE CAMBIANO
É L’ORA DELLA PITTURA
RITROVATA?
A Milano, nell’arco di un mese, due
iniziative di peso (e a Roma un Manifesto)
sembrano confermare quella che per ora è
solo una sensazione (o una speranza)
Qual è questa sensazione? Sembra che il pubblico
cominci ad averne abbastanza della fisionomia prevalente
della nostra arte contemporanea; sembra che si stia
stancando, non ne possa più.
Beninteso il pubblico vero, quello che va alle mostre per
vedere e non per farsi vedere, quello che frequenta l’arte
contemporanea per capire e non per speculare. Questo
pubblico ne avrebbe insomma fin sopra i capelli di curator
e opinion leader solo ligi alla moda prevalente, di
operazioni miliardarie, di opere (opere?) realizzate
esclusivamente per gli stanzoni bianchi da brivido dei
nostri nuovi musei-cattedrali, accampati nel deserto della
cultura di massa e dell’estetica di consumo. Sarebbe
ormai stufo di spocchiosi concettualismi, di lobby
autoreferenziali, di operazioni snobartistiche tanto
culturalmente opache ed ermetiche quanto effimere e
vuote di reali sostanze.
Sembra che il pubblico, dunque, si stia rendendo conto
che in questi ultimi decenni, sempre più vertiginosamente,
sempre più spudoratamente, è venuto crescendo nel
mondo artistico contemporaneo un enorme equivoco di
inconsistenze e speculazioni, una gigantesca e
articolatissima “fake art”, fatta di vere e proprie bufale, di
nomi e tendenze artificialmente fabbricate e immesse sul
mercato ad ogni stagione così come si rinnovano ad ogni
stagione i repertori degli stilisti del prêt-à-porter o le
proposte delle case automobilistiche.
E con ciò stia anche scoprendo che questa planetaria
panzana, per la sua pervasività cosmica, ha travolto e
travolge verso una alluvione di onnipresente volgarità e
inconsistenza – in particolare qui da noi in Italia – anche le
molte cose buone che contiene, rendendo per di più quasi
invisibili e inavvertibili i fatti artistici di segno diverso che
pur continuano ad operare nel presente. E che,
soprattutto, di fatto costituisce e alimenta una enorme,
gigantesca, ipertrofica, pantagruelica “bolla speculativa”
sulla quale si sono ingrassati e s’ingrassano personaggi
ambigui e senza scrupoli, specchio e copia conforme dei
disvalori di una civiltà che si regge ormai più
sull’apparenza che sulla sostanza, più sulla speculazione
finanziaria che sull’economia reale.
Le due iniziative milanesi
che ci suggeriscono questa
riflessione sono da una
parte la nuova fiera d’arte
milanese GRANDART, che
si è tenuta a novembre
presso The Mall, nel
nuovissimo quartiere di
piazza Gae Aulenti, e
dall’altra la mostra NUOVE
FRONTIERE DELLA
PITTURA a cura di
Demetrio Paparoni presso
la Fondazione Stelline, che
presenta le opere di ben
trentaquattro artisti figurativi
internazionali (gli italiani,
purtroppo, sono solo
cinque, ma questa
sottoesposizione - bisogna
pur dirlo - non è tanto un
limite della nostra pittura
figurale quanto piuttosto
della difficile circolazione
dell’informazione culturale
interna).
Entrambi questi momenti
espositivi si reggono infatti
esplicitamente sull’assunto
che l’orizzonte sta
cambiando, che stiamo
assistendo dopo anni di
arte concettuale e
sperimentalismi vari a un
prepotente ritorno della
pittura.
Ma se a livello
internazionale la pittura
figurale o di puri valori
pittorici non si è mai
davvero eclissata,
“coesistendo” in qualche
modo a pari dignità e peso
con le mode artistiche più
transitorie, in Italia invece i
pittori, soprattutto i pittori della
figurazione, hanno patito un notevole pregiudizio
ideologico che spesso li ha costretti ai margini,
escludendoli dal mercato, dalle istituzioni più importanti,
dalle fiere più chic. Un pregiudizio insensato poiché l’arte
dovrebbe essere il territorio della libertà e non invece
dell’ideologia. É un fenomeno, questo, che qui dal nostro
riContemporaneo.org andiamo già da tempo denunciando
e argomentando, sapendo come e quanto molti artisti di
valore hanno continuato e continuano a dipingere, a
scolpire, a ricercare, fuori dalle facili mode, lontano dagli
isterismi e dalle provocazioni di tanta arte contemporanea,
con un approccio che si può davvero definire etico prima
ancora che estetico.
A Roma, un recentissimo Manifesto sulla pittura e la
scultura, promosso da Ennio Calabria e dall’Associazione
culturale “IN TEMPO” solleva temi analoghi. Lo
proponiamo integralmente nel sommario di questo
numero, mentre il sito dell’Associazione è qui.
Ma sentiamo i critici che queste due iniziative milanesi
hanno animato.
Scrive Angelo Crespi, direttore artistico: “Grandart è una
fiera dell’arte moderna e contemporanea che si rivolge a
quelle gallerie italiane e internazionali e a quegli artisti
che, senza alcun nostalgismo, hanno focalizzato la propria
ricerca nel vasto perimetro delle arti ancora legate alla
tradizione, alla bellezza, alla tecnica. Bellezza intesa non
come ripetizione di canoni sorpassati all’insegna del
pittorialismo, bensì come forma, armonia, compostezza,
decoro, gusto. Tecnica non come inutile virtuosismo bensì
come ‘recta ratio factibilium’, cioè ‘retta determinazione
delle cose da fare’, quella capacità frutto del talento e
dell’esercizio che consente all’artista di produrre, nella
massima libertà progettuale, opere proprio come le aveva
pensate. Crediamo che ci sia un segmento di mercato da
presidiare, che necessitava di una fiera come GrandArt,
soprattutto in una città a vocazione internazionale come
Milano; un segmento di mercato sempre più ampio nel
quale si muovono collezionisti che ancora credono
nell’arte, non considerandola solo mero campo della
speculazione economica, e dove operano gallerie
lungimiranti che attraggono appassionati e amanti delle
cose sensate”.
E Demetrio Paparoni, presentando la mostra “Nuove
frontiere della pittura” da lui curata: “ (…) Superato il
concetto di spirito del tempo così com'è stato inteso dalle
avanguardie storiche fino a tutti gli anni settanta, la pittura
figurativa degli ultimi decenni ha rotto l'assunto che per
scrivere il futuro si possa solo guardare avanti. (…) È
irrilevante con quale mezzo, tecnica o linguaggio l'artista
raggiunga il suo obbiettivo. Ad assumere rilevanza è
invece il fatto che
solo la pittura
figurativa, proprio
in quanto
strumento antico
capace di essere
percepito come
attuale, è in
grado di dare vita
a una forma
d'arte atemporale
(…)
Viviamo in
un'epoca in cui le
notizie
scientifiche
finiscono in prima pagina sui giornali. Sono diffusi
videogiochi che consentono di sentirsi parte attiva di una
narrazione, come se ci si trovasse all'interno di una
situazione. Come mai allora in un contesto storico di
questo tipo gli artisti si avvalgono di linguaggi tradizionali?
Perché sono così tanti gli artisti che, seppure coscienti di
essere perfettamente calati in una realtà governata dalla
tecnologia, avvertono la necessità di continuare a
rappresentare la realtà sulla superficie piana della tela? E
come mai riusciamo ad avvertire l'attualità del dipinto
anche in rappresentazioni pittoriche odierne che affrontano
iconografie antiche?
É perché la pittura apre mondi che solo a lei sono
consentiti.
Periodicamente la pittura è data per morta ma non per
questo gli artisti smettono di dipingere, a conferma che la
cosiddetta morte della pittura, come sostiene Nicola
Samorì, è solo un patto fra critici, non un fatto sociale”.
Ci sono, insomma, segnali precisi e significativi, che
vengono a confermare tra l’altro una sorta di “clima” che si
avverte in questa direzione, vedi articoli come “Altro che
creatività / L’arte oggi è un ramo del mondo degli affari” di
Alfonso Berardinellidi su Il Foglio, o qualche tempo fa la
veemente presa di posizione pubblica dello scrittore Mario
Vargas Llosa sulla stampa internazionale, qui su
Repubblica, che avevamo ripreso anche noi lo scorso
numero.
Dunque se son rose fioriranno. Intendo dire che se nei
processi in atto di presa di coscienza collettiva circa le
drammatiche contraddizioni del presente (ecologia e
ambiente, disastri del liberismo economico, crescita
inaudita delle disparità tra popoli e aree del pianeta, delle
guerre e delle violenze eccetera) davvero si venisse
manifestando a breve anche un cambiamento di senso e
di ruolo più oggettivo e presente per l’immaginario umano
nell’arte di oggi… ebbene: la società avrebbe tra le mani
uno strumento ulteriore di progresso reale. Sarebbe sul
serio, per parafrasare la conclusione di un lontano saggio
di Mario De Micheli, un passo verso qualcosa capace di
oltrepassare la pura esteticità dell’arte.
[Qui online dal 16/12/2017]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
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opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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