codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 18/04/2018
Il sommario
Ricevo dall’amico Galimberti questo contributo, con il
quale l’artista milanese introduce qualche spunto sul
tema di copertina.
Pure se non sono d’accordo su tutto (per esempio sulla
rivalutazione di Damien Hirst, artistar internazionale che
personalmente continuo a ritenere “solo” abilissimo
operatore del kitsch più sfacciato anche dopo le
gigamostre veneziane di Palazzo Grassi e Punta della
Dogana chiuse ai primi di dicembre) mi pare proprio che il
taglio dell’intervento meriti considerazione, soprattutto là
dove giustamente lamenta la mancanza di
approfondimenti adeguati circa le non rare lacune di
obiettività e autocritica riscontrabili nel nostro “campo”.
Parliamone...
(G.S.)
DOVE STIAMO
SBAGLIANDO?
Pittura e altro tra qualunquismi,
conformismi e scricchiolii filosofici
Alcuni anni fa, in un hotel Milanese, stavo svolgendo una
conferenza dal titolo “La fabbrica dell’arte”. Il finale di
quella esposizione era irridente verso diverse espressioni
dell’arte contemporanea rappresentate dalle cosiddette
installazioni o similari “trucchi” chiamati opere d’arte.
Un piccolo editore milanese mi contesta affermando che
io sarei un qualunquista. La mia risposta fu che se per lui
ero qualunquista lui era per me un conformista dal
momento che accettava acriticamente qualsiasi trappola
delle cosiddette avanguardie contemporanee. Vi
risparmio il seguito della polemica, solo vi dico che il
pubblico, con mia soddisfazione, fu dalla mia parte. Al
termine il piccolo editore mi si avvicina e accompagna la
sua stretta di mano con la frase “senza rancore”. Come
se ci fosse da arrabbiarsi per questioni del genere.
Anche oggi sento una vena di irritazione nel rivendicare
un possibile ritorno di considerazione nei confronti della
pittura nel panorama dell’arte. Ma come? Era forse
scomparsa?
Mi pare che anche il manifesto romano dell’Associazione
“In Tempo” grondi di espressioni stizzite nei confronti di
un non meglio identificato “nemico” della pittura e della
scultura. E chi sarebbe poi? La stagione in cui
genericamente si indicava “il sistema” come colpevole di
ogni emarginazione mi pare superata da tempo e dai
tempi. Ho come l’impressione che manchi una seria
riflessione da parte dei sostenitori del dipingere nel fare
almeno un poco di autocritica.
Ci siamo mai chiesti, lamentandoci di una bassa
considerazione odierna del dipingere, quale ne sia la
causa? È forse, invece, possibile che i protagonisti
appunto del dipingere (artisti, storici, critici, intellettuali,
galleristi, collezionisti, ecc.) abbiano commesso errori o
colpevoli arrendevolezze nella loro attività?
Ho visitato recentemente la mostra di Damien Hirst a
Venezia. Sì proprio lui. Quello cui irridevamo noi pittori
figurativi di fronte ai suoi pescecani in formalina o ai suoi
armadietti di medicine e defibrillatori. Ebbene Hirst ha
oggi sfornato una sbalorditiva e affascinante produzione
che accarezza i canoni della migliore classicità. È di una
seduzione paragonabile alle sculture e ai manufatti del
nostro miglior rinascimento.
Ma Hirst ha realizzato un’organizzazione (lui la chiama
“farm”) con 140 dipendenti in Inghilterra, capace di
ottenere enormi finanziamenti (Pinault) e che per la sua
distribuzione salta le gallerie e va direttamente nelle aste.
Ed era, all’inizio, un poveraccio del gruppo The Young
British Artist: un gruppo di sbrindellati personaggi che
cercava affermazione esponendo in magazzini e
fabbriche, e che ha avuto successo con un’intuizione
geniale. Anziché affidarsi al solito criticozzo televisivo,
infatti, ha stretto una relazione con una potente
organizzazione pubblicitaria: la Saatchi & Saatchi.
Come si può pretendere di coagulare consenso attorno
alle proprie iniziative quando, come nel manifesto
romano, si usano espressioni del tipo “Muoviamo dalla
pittura e dalla scultura, perché ci consentono una prima
occasione per esemplificare l’ipotesi di un processo
creativo agito dall’inedito ingresso della soggettività
dell’essere nella storia”...
A parte qualche sinistro scricchiolio filosofico, ci siamo
forse dimenticati quel che diceva Dino Formaggio
(filosofo marxista) in un suo straordinario saggio (1) di
anni fa: “L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte.”?
Ma allora, coloro che vogliono rilanciare la pittura, cosa
hanno sbagliato e sbagliano sul piano della
comunicazione, nel riunirsi, nel cercare relazioni, nel
creare eventi, insomma in tutto ciò che invece hanno
sistematicamente fatto tutte le avanguardie da metà
dell’ottocento in avanti - da quando cioè è scomparsa la
committenza - per poter guadagnare la ribalta?
Se l’amore per il dipingere si veste di rimpianto, si
avvolge il corpo di sicura sterilità.
(1) D. Formaggio, “L'arte come idea e come esperienza”,
Mondadori, Milano 1981, p. 11
[Qui online dal 02/01/2018]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Carlo Adelio
Galimberti
Pittore, scrittore e
conferenziere vive e
lavora a Milano.
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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