codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 18/04/2018
Pablo
Echaurren
Il sommario
MA CHE C’ENTRA IL ‘68
CON QUESTA MOSTRA?
Ok. Alla Galleria Nazionale (una volta detta Gnam) una
mostra che dichiara di voler celebrare la contestazione, il
'68. "È solo un inizio", questo il titolo che mima il celebre
slogan del maggio francese: "Ce n'est qu'un début,
continuons le combat".
Ma che c'entra il '68 con questa mostra?
In verità trattasi della solita mostra snobistica fatta per
accaparrarsi un primato intellettuale e compiacere il
mondo dell'arte, per ricostruire la storia a posteriori,
falsandola, mistificandola, reinventandola a proprio uso e
consumo. A uso e consumo di una tendenza dell'arte che
tende a escludere tutte le altre. Come se l'arte povera, il
minimalismo, la Land art fossero le sole realtà legate a
una temperie che invece cercava in ogni direzione.
Restituire l'immagine di un '68 artistico slegato da ogni
effettiva relazione con la contestazione che dilagava nelle
strade, nelle scuole, nelle fabbriche, che invadeva tutti i
segmenti dell'esistente, equivale a tradire ogni sua
aspirazione, ogni sua tensione. Equivale a devitalizzare e
riscrivere la storia con gli occhi di un mercato ben
organizzato, proprio ciò che il '68 ha combattuto con ogni
forza.
Il '68 in Europa (non negli Usa dove tutto iniziò assai
prima a Berkeley nel '64) rappresenta il momento in cui
diverse classi (operai e studenti soprattutto) si saldano
nel desiderio di portare l'assalto al cielo, nell'intento di
costruire "un mondo migliore", di dargli una forma nuova.
Fu un'ondata che coinvolse tutta la società, che
condizionò visioni e comportamenti. Che modificò anche
la percezione dell'arte da parte degli artisti. Si contestava
il sistema capitalistico, quello mercantile, la
stessa opera d'arte veniva messa in
discussione in quanto feticcio. Gastone
Novelli, il cui quadro L'oriente risplende di
rosso del 1968 è imprescindibile per
raccontare quella stagione, alla Biennale di
quell'anno espone i suoi quadri rivoltandoli
verso il muro, rendendoli invisibili e
scrivendo sul retro della tela "La Biennale è
fascista". E Gastone Novelli in questa
mostra non c'è. Piero Gilardi nel 1968
interrompe la propria produzione per
dedicarsi all'anti-psichiatria e per unirsi ai
gruppi della nuova sinistra extra
parlamentare. E Piero Gilardi in questa
mostra non c'è. Enrico Baj con i suoi
"generali" incarna perfettamente lo spirito
antimilitarista che impronta di sé l'intero
movimento e Enrico Baj in questa mostra
non c'è.
Pino Spagnulo dà il suo contributo alla
protesta del 1968 attraverso un'idea di
scultura militante che intende essere
condivisa fattualmente con gli operai del
Pignone, degli altiforni e delle acciaierie che
hanno contribuito a forgiarla. Nascono le
immense falci e martello e gli omaggi ad
Angela Davis e al Black Panther Party. E
Pino Spagnulo.... Avete già capito che Pino Spagnulo non
c'è. Così come non ci sono.... Öyvind Fahlström, Ben
Vautier, Joseph Beuys, Fabio Mauri, Gianni Emilio
Simonetti, Errò, Yoko Ono e John Lennon con i loro "bed-
in", Jean-Jacques Lebel, l'Atelier Populaire, la poesia
visiva... la lista sarebbe troppo lunga. E non ci sono
perché comunque non sono ascrivibili alle correnti care a
chi ha curato la scelta.
Insomma una mostra che col '68 c'entra come i cavoli in
un dejeuner sur l'herbe. Una mostra di opere fatte sì nel
'68, ma che certo non possono essere considerate
rappresentative di quel movimento, un'esposizione che
espunge la concretezza della partecipazione politica, la
sporcizia del sogno collettivo, l'umore e il rumore di
un'arte che voleva sintonizzarsi e comunicare coi
manifestanti: street fighting art. Dove sono le piazze, le
occupazioni, le furibonde discussioni?
Dov'è la lotta di classe?
Dunque solo una mostra compiacente e ammiccante a
una tendenza ormai vincente nel mondo della critica e dei
musei internazionali (quella dell'arte povera, per dirla in
una parola), una mostra elitaria e riduttiva, banalizzante,
estetizzante, noiosamente radical chic, in cui i due quadri
di Mario Schifano e Franco Angeli con le loro bandiere
rosse stanno lì come foglie di fico per giustificare
un'operazione di rimozione, di cancellazione e di
riduzione della realtà a un modello unico.
In sintesi: un titolo fuorviante, una connessione (quella
con il 1968 come anno della ribellione per antonomasia)
usurpata, un'occasione sprecata!
[Qui online dal 16/12/2017]
Figlio d'arte, Pablo
Echaurren nasce a Roma
nel 1951 da Angela
Faranda, attrice italiana, e
dal pittore cileno Roberto
Sebastian Matta Echaurren.
Inizia a dipingere a diciotto
anni.
Per gentile concessione
dell’autore.
Intervento pubblicatio su
L’Huffington Post online
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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