codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 18/04/2018
ARTEMERCATO
Una riflessione sui curiosi
meccanismi del mercato
dell’arte
Con l’era moderna il mercato dell’arte è cambiato
rispetto alla consueta formula di committente – artista
esistente nelle epoche del passato. Collezionisti,
curatori, mercanti, giornalisti e amanti d’arte in genere
hanno iniziato a considerare un’opera d’arte come
oggetto d’arte. Oggetto perché passibile di quotazione,
di investimento al pari di altri beni. SI giustificano fiere,
vendite in circuiti esterni a quelli canonici delle gallerie,
studi, musei e collezioni. Come per altri oggetti,
considerati di lusso, sono entrate prepotenti le aste.
S’impongono pertanto alcune domande: l’arte è un
oggetto di lusso? O più in generale dovremmo
chiederci cosa sia l’arte e il suo prodotto, ovvero
l’opera d’arte. Quale sia il ruolo dell’artista nella nostra
società o in genere in qualsiasi contesto sociale e
quale il risultato del suo lavoro, spesso unica vera
testimonianza del “Noi” dentro di lui. Senza rispondere
puntualmente – ne risulterebbe un voluminoso trattato
di estetica, fuori dallo scopo di questo testo - vogliamo
tuttavia tenere in animo nostro questi quesiti, perché
risposte anche solo sfiorate con il pensiero, o solo
intuite, saranno criterio dirimente e guida, ausilio
prezioso in questa riflessione sul fenomeno moderno
dell’artemercato.
Si arriva, oggi, a coniare nuove parole: arteconomy o
artemercato. Le leggiamo sul sole 24 Ore, le leggiamo
sulle testate che fanno delle pagine patinate la loro
vana gloria. Arteconomy rappresenta un ossimoro, la
presenza, in un solo termine lessicale composto, di due
opposti come lucebuio, come suonosilenzio,
esserenulla o ancora dolorefelicità. Un ossimoro che
personifica il conflitto aperto della nostra epoca, della
nostra società ovvero il grave distacco che si è
prodotto tra etica ed economia. Testimone ne è il
manifesto dell’arteconomy composto nel marzo 2011
da Giorgio Gost, che avverte il pericolo di una netta
opposizione tra Old Economy e New Economy,
facendo un appello a tutti gli artisti e gli uomini in
genere a non abbandonare i valori fondanti della
tradizione. Infatti il valore, lo spessore, il pensiero,
l’originalità, il favore della critica di un artista non
trovano un riferimento diretto con i valori di quotazione
sul mercato. Dobbiamo questa introduzione dell’arte
come evento economico e fenomeno di mercato
fine a se stesso ad alcuni svizzeri, Christian Von
Mechel, Peter Birman e ancora il banchiere
François Tronchin che alla fine del settecento
iniziarono a mercanteggiare opere di grafica
incisoria. Una beffa quindi che la Svizzera, che
mai ha potuto competere in termini di qualità e
valori artistici con l’Italia, la Francia e la Spagna,
ma direi con nessuna delle nazioni di grande
spessore e valore culturale, ha trovato un modo
per rivalersi su di loro con l’escamotage
economico. Nel mondo che ha creduto
ciecamente al mercato come medicina di ogni
problematica sociale, ecco che, agli occhi di quel
mondo, anche l’arte è diventata oggetto di
mercato.
Prendiamo il caso del pittore Renato Guttuso che
trent’anni fa era in Italia uomo simbolo dell’arte di
sinistra. Ma che dico, comunista!! A cena una
volta tirò fuori un tacquino e fece il ritratto per
mio padre e glielo regalò. Il piglio di
Modigliani nella Ville lumiére.
Generosità, animo, umanità. Guttuso,
amico dei più grandi artisti da Picasso a
De Chirico, dei più importanti intellettuali
dell’epoca da Pasolini a Moravia,
Senatore della Repubblica dal 1976 al
1979, di raffinati musicisti da Petrassi a
Nono, editorialista dell’Unità, del Corriere
della Sera e di Repubblica, pittore ma
anche critico, creatore di tendenza,
teorico, analista politico. Le sue foto, le
sue interviste, le sue dichiarazioni, le sue
apparizioni televisive, gli scritti, i dipinti, i
disegni, i manifesti, il suo erotismo, le
pagine dei giornali, delle riviste, le
copertine dei libri. In vita un suo quadro
di medie dimensioni valeva come
due tele di Giorgio Morandi. Le
opere venivano vendute con la
pittura ancora fresca sul cavalletto.
La sua visione artistica, che
immortalava con la pittura lotte di
braccianti, comizi, garibaldini ed
eroiche pagine di storia patria
erano la calda e mediterranea
risposta al realismo socialista, la
sua grafica di limoni, fichi d’india,
girasoli peperoni e morbidi nudi
femminili era appesa nelle case
italiane come l’immagine più diffusa
e veritiera dell’italica bellezza. Poi,
in pochi mesi, dalla sua morte arriva il buio. Un buio
che si addensa sempre più, tanto da rendere i suoi
dipinti marginali per il mercato.
Esiste una discrasia, una discinesi totale fra il percorso
artistico, la dinamica di crescita di un artista, il giudizio
che il mondo della critica ne offre, e la quotazione
economica che all’asta lo stesso artista raggiunge.
Oggi Guttuso all’asta raggiunge il record di 240 mila
euro per dei “Fichi d’India” del 1962. Mentre il record di
Morandi è una “Natura morta” del 1939 battuta da
Christie’s a Londra nel 2015 per 2 milioni e 546 mila
sterline. Da cosa dipende questo crollo delle sue
quotazioni ?
Mark Westgarth della University of Leads in The Art
market and its Histories (2009) «gli indici dei prezzi
presenti in questi cataloghi diventano il nuovo metro
con cui anche un pubblico più ampio e meno preparato
può “valutare” l’importanza di un lavoro. Se questo
però lo si può leggere anche come tassello di un
processo di democratizzazione dell’arte che oggi
raggiunge i suoi massimi livelli, è anche vero che le
logiche “consumistiche” sono adesso state soppiantate
da quelle “finanziarie” che hanno distorto
completamente questo mondo». Infatti, oggi l’aspetto
finanziario delle transazioni in arte ha preso il
sopravvento sul gusto e sulla passione e in qualche
decennio l’arte è diventata inarrivabile per chi ha le
conoscenze culturali giuste e se la possono permettere
solo ricchi cacciatori di trofei dall’ignoranza abissale
che seguono il “diktat” del curatore-mercante à la page.
Per coloro che fanno dello studio o della conoscenza
della storia dell’arte una missione di vita nessuna
possibilità di vivere e godere dell’arte. Sarà un caso
che la fascia alta del mercato risulti sempre la più
manipolata al mondo, e che la storia dell’arte spesso
non ha nessun peso?
Nell’arte esiste la luce e l’ardore, l’anima dell’uomo.
L’arte parte dall’uomo per arrivare all’uomo, quindi la
sua natura si oppone a quella di merce, come la
vorrebbe ridurre l’artemarcato, una tendenza assoluta
a trattare come merce di scambio, ogni elemento delle
proprie logiche. Ed era prevedibile che gli USA –
grazie all’incomparabile potenza dei loro strumenti
economici – facciano la parte da padrone, impongano
artisti – avete presente Jeff Koons? - che sono lontani
dai valori estetici artistici condivisi. Questo in senso
positivo o negativo ha fatto esplodere i confini dell’arte,
estendendo a molti settori e a molte diverse forme
dell’attività umana il concetto di arte e l’aggettivo
artistico.
Nel suo libro On Ethics and Economics (1987) il
professor Amartya Sen, economista filosofo di fama
internazionale dell’Università di California a Berkeley,
bene evidenzia come l’economia logistica ha avuto
un’influenza sull’economia del benessere, ma che al
contrario l’economia del benessere non ha avuto
praticamente alcuna influenza sull’economia logistica.
In tal modo l’autore dimostra che se le origini
dell’economia collegata all’etica possono subire
deviazioni dagli assunti e previsti comportamenti
classici della teoria economica, se alle valutazioni
strettamente economiche si aggiungono valutazioni di
carattere etico è possibile dare una maggiore
comprensione della natura dell’interdipendenza sociale
e solo allora ottenere una combinazione virtuosa che
conduce alla pienezza del concetto di valore. Infatti
l’ipotesi di un comportamento economico mosso da
solo interesse personale ha ostacolato l’analisi e
l’elaborazione di teorie diverse che risultino utili e
significative alle esigenze democratiche della società
attuale. Ne consegue che le ipotesi fondanti del
mercato capitalistico, non forniscono in nessun modo,
nella loro ricerca di assoluta massimizzazione, la
migliore approssimazione al comportamento umano
effettivo, necessaria premessa di una società le cui
condizioni economiche risultino ottimali. Senza
prenderlo ad esempio, ma a solo titolo di tesi
estremamente opposta e quindi di particolare evidenza,
se si fa riferimento ad una economia nella quale esiste
un sistematico allontanamento dal comportamento
mosso dall’interesse personale, nella direzione di un
comportamento basato su valori e regole, come esiste
in Giappone, quali doveri di lealtà e buona volontà si
giunge a dimostrare che è stato estremamente
importante l’inserimento di tali considerazioni etiche al
fine del raggiungimento dell’efficienza economica
individuale e di gruppo. Il Giappone tuttavia all’opposto
degli USA annienta il singolo, esalta solo valori
collettivi, portando talvolta l’individuo a condizioni di
alienazione.
Quindi quale il modello sociale? Forse un modello in
cui se l’economia reale si lega alle esigenze dell’uomo,
non solo come individuo ma anche come essere
sociale, verso la concezione di una tecnica e di una
economia a suo servizio, per la soluzione di reali
necessità del singolo e della collettività, basati su una
vita con valori di uguaglianza e regole democratiche e
di equa distribuzione, solo allora si giunge – non ci si
allontana – all’obiettivo di una efficienza economica e
di progresso.
Critici, curatori e giornalisti devono riscoprire il loro
ruolo di mediatori culturali tra un’arte che non è mai
stata per tutti e un pubblico che è diventato di massa.
La parola chiave che deve guidare i creativi – non solo
nel settore dell’arte ma in ogni attività umana - è
INNOVAZIONE CULTURALE, un procedimento
complesso che parte dalle tradizioni di un popolo, dalle
vocazioni di quel popolo per spingersi senza violenza
dove ancora non si è mai andati, con l’unico obiettivo
del benessere, della valorizzazione del bene comune,
del bello come armonizzazione di spazi architettonici, e
di elementi che accompagnano il vissuto della
collettività, individuando il progresso come un cammino
che non segue un unico indice che sia la
massimizzazione del profitto, ma la crescita armoniosa
di vari fattori che insieme costituiscano un intero habitat
favorevole alla crescita socio-culturale e delle
condizioni reali di un popolo. Questo vuol dire che non
può esistere una sola arte sulla quale tutti si
appiattiscono? Questo vuol dire che deve rimanere una
pluralità di voci artistiche? Noi crediamo di si, come
crediamo che per quanto onesto il valore di un’opera
non debba schizzare a prezzi impossibili per la gente.
Poster e foto possono oggi essere arte, ma nelle case,
nei luoghi di lavoro, devono essere presenti sculture,
pitture e opere grafiche perché la gente possa vivere
l’arte, il bello. Il bello e la poetica sono esigenze
biologiche. Togliamo l’arte dalle mani sbagliate e
riportiamola a circolare tra tutti noi, valorizzandone i
messaggi e non esaltandone il solo feticistico desiderio
di possesso. Donare un quadro, donare una incisione
credo sia il gesto più vero al pari del dono di un libro.
Non c’è più spazio per le frasi criptiche e le citazioni
astruse che complicano tutto. Insomma il dibattito
artistico deve tornare nelle pagine culturali dei
quotidiani, nelle librerie, nei teatri, nei cinema, nelle
gallerie, possibilmente negli stadi ai concerti e nel web,
così da coinvolgere il pubblico ed educare, attraverso
l’approfondimento, il suo spirito critico. Solo così può
svilupparsi un rapporto realmente consapevole con
l’arte e, quindi, un collezionismo degno di questo
nome.
[Qui online dal 03/03/2018)
Il sommario
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
E’ nato a Siena. Dopo gli
studi scientifici a Milano e
Torino e una parentesi negli
Usa, oggi vive a Castiglione
della Pescaia. Figlio di
Plinio Tammaro, uno tra i
più interessanti scultori
figurativi del dopoguerra, ha
assorbito dal padre l’amore
per le arti visive e per la
poesia. Dirige
l’associazione Plinio
Tammaro con la quale è
molto attivo.
David
Tammaro
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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