© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235
BEYUS E LA FINE DI UN MITO
Le ombre naziste nel passato dell’artista tedesco
Una
delle
storielle
su
Joseph
Beuys
che
affascina
generazioni
di
artisti
è
la
"leggenda
dei
tartari".
Durante
la
guerra,
da
soldato,
Beuys
sarebbe
precipitato
con
l'aereo
dietro
le
linee
nemiche,
in
Crimea,
dove
dei
nomadi
tartari
lo
avrebbero
salvato
dal
freddo
avvolgendolo
nel
grasso
e
nel
feltro.
Eserciti
di
critici
lo
hanno
interpretato
come
un
episodio
chiave
per
capire
la
passione
del
grande
artista
tedesco
per
quei
materiali.
Peccato
che
l'episodio
sia
falso,
così
com'è
inventata
la
placca
d'argento
che
uno
dei
padri
di
Fluxus
e
del
Neo-Dada
avrebbe
nascosto
sotto
il
suo
cappello di feltro.
Quelle
fissazioni
vengono
piuttosto
dalla
sua
infanzia
nella
zona
industriale
di
Krefeld,
in
Renania.
Per
andare
a
scuola,
Beuys
passava
davanti
alle
puzzolenti
fabbriche
di
cioccolata,
di
scarpe
e
della
margarina
Rama
—
la
stessa
che
torna
nelle
sue
opere.
Le
passioni
per
il
grasso
e
il
feltro,
ma
anche
le
sue
citazioni
wagneriane
hanno
radici
lì:
Beuys
crebbe
a
pochi
metri
dal
luogo
mitico
dove
Lohengrin
sarebbe atterrato sul suo cigno.
Che
un
artista
reinventi
la
propria
vita
per
renderla
più
coerente
con
la
sua
traiettoria
creativa
non
sorprende.
La
totale
inaffidabilità
dei
racconti
di
Beuys
può
essere
considerata
persino
parte
del
suo
irrequieto
e
anarchico
genio.
Ma
che
gli
storici
dell'arte
continuino
a
perpetuare
le
sue
leggende,
è
incredibile.
Uno
dei
pochi
ad
aver
ricostruito
in
modo
meticoloso
la
sua
vita
è
Hans
Peter
Riegel,
il
cui
Beuys.
Die
Biographie
è
uscito
(Riverside)
riveduto
e
ampliato
rispetto
alla
prima
edizione
che
suscitò
cinque
anni
fa
enorme
scalpore.
Riegel
disseziona
i
miti
intorno
a
uno
dei
padri
dell'arte
novecentesca
tedesca,
a
cominciare
dalla
sua
infanzia
nella
Germania
nazista
e
all'esperienza
durante
la
guerra,
che
non
negò mai.
«Volevo
stare
in
mezzo
alla
merda»:
così
spiegò
l'essersi
arruolato volontario nel 1940.
Ma
Riegel
dimostra
che
minimizzò
sempre
su
episodi
agghiaccianti
come
il
rogo
dei
libri
cui
partecipò
nel
'33
o
sul
fanatismo dei suoi insegnanti.
Anche
dopo
il
nazismo,
persino
negli
anni
in
cui
l'anarchico,
trasgressivo
e
pacifista
Beuys
si
impegnò
con
i
Verdi,
non
smise
di
frequentare
reduci
del
Reich
e
filonazisti.
Il
suo
mecenate,
il
collezionista
Karl
Ströher,
fece
fortuna
grazie
agli
espropri
nazisti
degli
ebrei.
Il
suo
segretario,
Karl
Fastabend,
era
stato
un
Ss.
Beuys
era
un
ammiratore
dell'antroposofia
steineriana,
ma
si
spinse
a
dire
che
il
moderno
materialismo
era
peggio
dei
crimini
nazisti.
E
secondo
Riegel,
non
abbandonò
mai
le
ambiguità nei confronti delle atrocità del regime hitleriano.
Da un articolo su
Repubblica-online di
Tonia Mastrobuoni
con il consenso
dell’autrice
L’originale è