© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235
AIUTO,
KIEFER MI
COPIA!
Gustoso aneddoto non privo
di una certa morale sulle
abitudini professionali di
taluni critici à la page
di Giampaolo Di Cocco
Era ancora estate e m’arriva una mail di Giorgio Di Genova
che mi segnala il fatto che Giorgio Bonomi nella sua rivista
“Titolo” n.10, estate/autunno 2015 mi accusa di “doppio”
nei confronti dell’artista tedesco Anselm Kiefer.
Dato che conosco Bonomi lo chiamo e lui mi dice che “non
guarda in faccia nessuno”.
Sono stupefatto tanto dall’assurdità del paragone tra me e
Kiefer quanto dalla risposta goffa e fuori luogo.
Ma insomma decido di documentarmi, mi metto alla
ricerca di questa rivista. Telefono e guardo in rete, però
non si riesce a capire dove procurarsela. Da Rubbettino,
editore della rivista, mi dicono che ci dovrebbe essere
un’edicola a stazione Termini che forse ce l’ha, alla fine si
resta d’accordo che me la mandano loro.
Avuta la rivista vedo che in effetti c’è una rubrichetta di
una sola pagina curata dal nostro Bonomi che s’intitola
“L’originale e il suo doppio” e che contiene due colonne
affrontate di foto delle dimensioni di circa centimetri 6x4
ciascuna, schierate rispettivamente sotto il titolo
“L’originale” a sinistra e “Il doppio” a destra.
Nella colonna di sinistra, la foto che riguarda Kiefer
rappresenta uno dei suoi aerei/scultura in piombo scuro
raggrinzito messo
a terra
all’Hamburger
Bahnhof di
Berlino; l’oggetto a
giudicare dalle
prese di corrente
che si vedono a
parete accanto a lui non deve essere più grande di un
3x2,50 metri, la data del lavoro è il 1989.
Quella che riguarda me rappresenta una mia grande
installazione che ha come protagonista il grande spazio
del Neues Kunstforum di Colonia dove nel 2015 ho
inscenato una complessa scenografia.
L’altro “attore” di questa scenografia (Leviathan II) è in
effetti la
riproduzione di
un modello
dell’aereo
italiano Savoia
Marchetti SM79,
reso in forme
opulente in
alluminio
satinato;
quest’ultimo oggetto misura 14x16x2,50 metri.
Bonomi ha omesso in modo scorretto nei confronti degli
eventuali lettori, di riportare i materiali, la tecnica e le
dimensioni dei due lavori che pretende tuttavia di mettere
a confronto, mentre questi dati potevano già dare l’idea
che si tratti com’è in realtà, di due lavori radicalmente
diversi.
Se Bonomi voleva sapere davvero che tipo di lavoro fosse
il mio bastava mi chiedesse via mail o telefono, visto che
mi conosce, la documentazione adatta a capirlo; invece s’è
guardato bene dal farlo, ha preferito fornire una notizia
falsa ai suoi lettori, sempre che ve ne siano, pur d’avere
del materiale per tenere in piedi la sua stenta rubrichetta,
simile questa alla lista dei buoni e dei cattivi delle scuole
elementari che Bonomi deve aver ripetuto più volte tanto
da conservarne un’impressione così durevole.
E c’è ancora un elemento che Bonomi pare derivare dalle
scuole elementari, quello della copia: “Maestra Pierino mi
copia!”; la copia, bestia nera degli antiquari e delle scuole
elementari si ripresenta nella rubrichetta di Bonomi in
termini nuovi, quelli del “doppio”.
Qui le cose si potrebbero complicare e farsi difficili perché
il “doppio” cosa significa poi? Il mio lavoro secondo
Bonomi sarebbe l’alter ego di quello di Kiefer? Oppure ne
rappresenta l’anima astrale? Ma questi temo siano
argomenti e territori troppo complessi per Bonomi, il
quale non spiega il senso dei suoi paragoni né dei termini
che usa, tanto da farmi credere, anche per via della rustica
risposta telefonica, che per lui “doppio” significa
semplicemente “copia”.
Tralascio di soffermarmi sull’assurdità di tale affermazione,
secondo la quale io avrei copiato Kiefer ventisei anni dopo,
mi interessa di più il confronto tra i due lavori, confronto
cui Bonomi d’altronde mi tira per i capelli.
Lo spazio in cui ho allogato Leviathan II misura in pianta
40x10 metri, con una altezza di 15. E’ uno spazio unico,
non suddiviso in altri spazi, che fin dall’inizio si presentò
per me come una sfida: come renderlo curioso, vivo,
significante? Le misure dell’SM79 interprete della
scenografia Leviathan II sopra riportate furono da me
calcolate in ragione di un rapporto proporzionale con lo
spazio dato; l’oggetto intruso doveva infatti mettere in
moto nello spazio del Neues Kunstforum ed insieme con
esso una scenografia mutevole e dinamica, stupefacente
ed inusuale; il modello suddiviso in grandi blocchi sospesi
in aria interpretava secondo me il mito dell’Italia moderna
e guerriera, ovvero, nelle mie intenzioni, l’eco della storia
che irrompeva con le sue forme ed il suo slancio nella
scena anacronistica del salone coloniese; ed infatti, per
questo motivo, tutti i miei oggetti intrusi realizzati via via
hanno sempre rappresentato modelli d’aerei e navi storici,
oltre che i grandi animali esistenti, tutte cose che da Kiefer
non si sono mai viste.
Lo “scontro” ovvero la giustapposizione tra questo velivolo
sospeso in frammenti ed il ponte pedonale posto al centro
del salone genera la frantumazione dello spazio
contenitore e dà vita ad una serie di sub-spazi inusuali e
nuovi, in una atmosfera sospesa e meditativa che allude ai
luoghi dell’inconscio e all’azzerarsi dell’elemento “tempo”.
Nel salone del Neues Kunstforum io infatti non ho allogato
solo il modello dell’SM79 bensì anche una quindicina di
oggetti in legno, sospesi in aria come i frammenti
dell’SM79 con il lavoro di cinque persone per una
settimana, i quali mimano la frantumazione del ponte e
delle scale del salone, accennando ad una ricostituita
unità del medesimo non più ritmato dal ponte trasversale.
Naturalmente data la dimensione minima della foto
proposta da Bonomi di tutto ciò non è dato accorgersi: i
punti di vista di questo lavoro sono infatti moltissimi e
molto diversi tra di loro, è stato un mio impegno
progettuale e costruttivo preciso, e anche questo Bonomi
l’ha tenuto accuratamente nascosto.
Il mio interesse per lo spazio e per le valenze narrative
dello spazio prima che per l’oggetto da inserirvi era stato
ben compreso ed espresso da Ramon Bejarano, critico
colombiano allievo prediletto di Carlo Ludovico Ragghianti,
il quale nell’occasione della mia grande installazione alla
stazione dell’Olympia Stadion di Berlino, nel 1990,
scriveva: “L’interesse principale del lavoro di Giampaolo di
Cocco sta nel tentativo di apprendere le regole della
retorica dello spazio, di scoprire congruenze già dal
momento della scelta del luogo e le correlazioni in ciò che
è apparentemente incompatibile.”
Già, Ramon Bejarano aveva capito, ma lui aveva preso
l’aereo, quello vero, ed era venuto a Berlino a vedere dal
vivo che cosa fosse realmente la mia “Olympia/Zeppelin
III”.
Bonomi? Figurati, Bonomi non si è mai mosso, non si è
mai scomodato in vita sua a vedere dal vero uno solo dei
miei lavori, è uno che parla per sentito dire, rincorrendo
l’”effettaccio” a tutti i costi, e cade in errori marchiani
perché ignora gli stessi argomenti di cui tuttavia pretende
di riferire.
Zitto zitto ha sparato la sua boutade senza senso, alla
ricerca forse di un effetto gossip per i suoi lettori,
ammesso -come dicevo - che ve ne siano.
Eppure era semplice accorgersi che critici d’arte di ben
altro calibro che non Bonomi si erano occupati a più
riprese delle mie grandi installazioni e le avevano
comprese in quanto elementi di interpretazione e
definizione dello spazio architettonico; parlo di Gillo
Dorfles, di Pierre Restany, di Omar Calabrese, dello
scrittore Giuseppe Pontiggia eccetera; ma la cosa che
avrebbe dovuto far riflettere Bonomi è che non solo i
critici italiani e francesi non mi hanno mai neanche
lontanamente paragonato a Kiefer, dato che in effetti con
me non c’entra niente, ma neanche i tedeschi con cui ho
lavorato, come Wolfgang Becker, Ursula Prinz, Qpferdach,
Lucie Schauer eccetera, al tempo in cui erano direttori di
Istituti di assoluta preminenza, come il Forum Ludwig di
Aachen, la Galleria del Senato Berlinese, la Neuer Berliner
Kunstverein, occupandosi del mio lavoro hanno neanche
per un istante accennato ad una qualunque somiglianza
con quello di Kiefer, tedesco come loro e arcinoto in
Germania, dato che questa somiglianza non c’è e non c’è
mai stata.
E c’è un altro fatto che illustra bene la natura del mio
lavoro: terminate le mostre, la componente “nave” o
“aereo” solitamente di metallo da me inserita in un
determinato spazio viene demolita e va al riciclo. Non si
tratta infatti di sculture riutilizzabili; una volta separate
dallo spazio che le aveva generate tali componenti non
hanno più senso di esistere. Si tratta insomma di qualcosa
di simile a scenografie, non a sculture/oggetto.
Eh si, Bonomi doveva frenare la sua supponenza ed
informarsi meglio prima di pubblicare una tale
sciocchezza, sia pure in un foglietto che pochi conoscono,
offendendo così il mio lavoro ed il mio impegno. Bonomi
s’è limitato a vedere che nel lavoro di Kiefer è presente un
modello d’aereo e nel mio anche ; e questo gli è stato
sufficiente per metterci in relazione, con quale finezza
critica si può intuire: sarebbe come dire che Leonardo
copia Fidia perché ambedue fanno cavalli.
Bonomi ci porta insomma nel territorio della farsa, ambito
che pare essergli ben più congeniale che non quello della
critica d’arte.
Ma c’è una cosa che all’inizio non capivo: perché Bonomi
se la prende proprio con me, dato che artisti che
rappresentano aerei all’interno del proprio lavoro ce ne
sono molti? Ad esempio, Luca Pignatelli, Paola Pivi, Wolf
Vostell, Panamarenko, Maurizio Mochetti eccetera
eccetera, e tutti costoro sono a mio parere molto più
avvicinabili a Kiefer che non me, dato che mi sembrano
più rivolti a fare oggetti, sculture o quadri insomma e non
relazioni storico- spaziali come faccio io.
Ma qui salta fuori un’altra attitudine del Bonomi, quella di
stare sempre dalla parte del più forte: infatti tutti questi
artisti che ho citato sono ben più “protetti” di me da
collezionisti e mercanti, quindi l’eroico Bonomi attacca me
per il semplice fatto che non ho gallerie e musei che mi
difendono, e così lui non rischia niente.
Un paio d’anni fa l’artista torinese Paolo Grassino fece una
scultura incentrata su di un aereo, un modello ridotto
ripreso dal Mig 15, noto caccia a reazione russo, che
s’infilava in delle piante; ebbene, nel lontano 1997 avevo
realizzato nella galleria barese Imagery una squadriglia di
quattro Mig 15, ovviamente modelli in scala, lunghi
comunque oltre sette metri cadauno, che attraversavano
la galleria mutuandosi con i suoi spazi (Mig 15/La Madre
dei Sogni); eppure sono certo che Paolo non mi ha mai
voluto copiare per il semplice motivo che i nostri lavori
sono profondamente diversi: col suo Mig, Paolo ha
prodotto una scultura, io invece ho fatto una installazione
spaziale che aveva nella forma dello spazio della galleria il
suo complemento e la sua motivazione.
Bisogna insomma entrare nel lavoro e capire cosa l’artista
vuol dire, non appigliarsi ad elementi esterni, come i
soggetti presenti nell’opera dell’artista, il soggetto non fa
l’arte; non basta per comprendere dare un’occhiata
distratta e malevola.
Se Bonomi voleva dare un’informazione corretta avrebbe
dovuto documentarsi sui miei lavori precedenti: dai primi
anni ’80 produco infatti lavori che hanno a soggetto
incidenti di navi o aerei, prima inserendo modellini in latta
su fondi dipinti (Firenze in guerra 1983; Okinawa 1984;
Betsy I e II, 1985; Arizona,1987 eccetera), più tardi
allogando modelli di dimensioni proporzionali in spazi
architettonici particolari; anzi, il mio lavoro dal 1988
(Grandi Naufragi XII, Palazzo Datini, Prato) in poi si mosse
dal cercare prima un edificio adatto, fabbriche dismesse,
bunker della guerra, grandi atrii, studiare la forma e il
senso dei loro spazi per poi collocarci un “oggetto”
interprete anche formale di questi luoghi e in dialogo
proporzionale con le loro dimensioni.
Vi chiedo e mi chiedo: che c’entra Kiefer con questo
procedimento? Che c’entra lui con l’interpretazione dello
spazio architettonico? Io ammiro Kiefer per la sua opera,
fondamentalmente di pittore, ma vedo anche la radicale
differenza tra il suo lavoro ed il mio.
Fu durante una conversazione con Sergio Risaliti, quando
il critico pratese, il quale mi aveva invitato alla mostra di
Palazzo Datini nel fatidico 1988, mi fece osservare che non
potevo metter quadri nell’affrescato Palazzo Datini che mi
venne l’idea collocarci un grande “oggetto” in stretta
relazione con le forme del Palazzo: alla tela dipinta che
fino ad allora avevo utilizzato come sfondo dei miei
modelli sostituivo per la prima volta l’architettura. Si trattò
di una installazione plurisignificante: il “lasciarsi andare”
psichico indicato dal “relitto”, un sommergibile di latta
lungo nove metri; il rapporto geometrico tra il “relitto” e la
forma e dimensioni del cortile del Palazzo; l’incontro-
scontro tra lo statico (il Palazzo) e il mobile (il
sommergibile) eccetera.
Seguì nell’89 il Betsy III alla ex Breda di Pistoia, poi
Olympia/Zeppelin III nel ’90 alla stazione di Berlino. E poi
tanti altri in tanti altri spazi suggestivi.
Le date insomma parlano chiaro e sono verificabili e
l’affermazione di Bonomi che vorrebbe porre Kiefer quale
originale rispetto ai miei lavori è una bufala con cui prende
in giro chi lo legge, tanto che, parafrasandolo, mi sento
autorizzato ad esclamare: Aiuto! Kiefer mi copia……
opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
Giampaolo Di Cocco
Nato a Firenze nel 1947, è artista, architetto e
scrittore. Nei suoi lavori esplora l'interazione tra
arte e architettura. Ha realizzato installazioni
permanenti in varie città europee, tra cui
Marsiglia, Gibellina, Duisburg, Colonia, Skagen
(DK), Follonica, Berlino, Seggiano, Firenze.