© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235
La scomparsa a 85 anni di Enrico Crispolti
UNO STORICO DELL’ ARTE
DALLE ROTTE ECCENTRICHE
di Luca Pietro Nicoletti
Con
Volterra
73
lanciò
la
sfida
ambientale,
fu
un
fautore
delle
mostre-saggio
e
dei
cataloghi
ragionati.
Esperto
di
Futurismo
ed
esegeta
di
Lucio
Fontana,
dialogò
con
diverse
generazioni
mantenendo
sempre
aperta
la
curiosità
verso
le
traiettorie
del
contemporaneo
Nei
primi
mesi
del
2018,
Enrico
Crispolti
(Roma
18
aprile
1933
8
dicembre
2018)
meditava
di
fare
un
libro
che
enucleasse
una
linea
«espressionista»
dell’arte
italiana
del
dopoguerra.
Si
trattava
di
scegliere
dalla
sua
sterminata
bibliografia
alcuni
testi
adatti
a
una
narrazione
coerente
che
tenesse
insieme
Francesco
Somaini
e
Alik
Cavaliere,
Sergio
Vacchi
e
Giannetto
Fieschi,
probabilmente
Mino
Trafeli
e
Bepi
Romagnoni,
verosimilmente
Valeriano
Trubbiani
e
Titina
Maselli,
sicuramente
Mattia
Moreni.
Di
altri,
come
Franco
Francese,
avrebbe
scritto
per
l’occasione.
Sarebbe
riduttivo
schiacciare
il
profilo
critico
di
Enrico
fra
l’esperto
del
Futurismo
e
l’esegeta
di
Lucio
Fontana:
queste
erano
le
stelle
fisse
di
una
costellazione
ampia
e
ramificata,
sondata
all’insegna
di
una
«orizzontalità»,
scriverà
nel
fortunato
Come
studiare
l’arte
contemporanea
(Roma
1997,
2000,
2003,
2005),
dell’indagine
sul
presente
visto
in
prospettiva storica.
In
questo
diagramma,
a
cui
molti
nomi
si
potrebbero
aggiungere
(almeno
Corrado
Cagli
ed
Enrico
Baj,
oltre
al
sodalizio
con
Ico
Parisi),
si
legge
in
controluce
una
linea
di
militanza
critica
di
cui,
per
il
contesto
romano,
aveva
ridisegnato
i
confini
con
lo
spirito
del
«risarcimento»
di
una
«deriva
storico-critica»
in
due
mostre
al
Musia
di
Roma
(2017-2018),
che
a
posteriori
paiono
un
vero
e
proprio
testamento
spirituale:
una
tendenza
esistenziale,
con
una
graffiante
e
polemica
presa
sulla
realtà,
alternativa
a
un’avanguardia,
premiata
dal
mercato,
il
cui
rinnovamento
linguistico
gli
appariva
formalisticamente
consolatorio.
Va
letto
in
questa
prospettiva
l’impegno
suo
per
l’opera
di
Renato
Guttuso,
che
taluni
lessero
come
un
«tradimento»
della
militanza,
e
che
invece
rientrava
in
una
logica
coerente
in
cui
il
pittore
di
Bagheria
faceva
da
marcatore
per
leggere
l’arte
del
Novecento
in
senso
dialettico.
È
la
traccia
di
una
fedeltà
di
lungo
periodo
a
temi
che
lo
hanno
accompagnato
per
tutta
la
vita,
a
partire
dalle
tre
edizioni
di
una
rassegnata
epocale,
immaginata
poco
più
che
trentenne
e
durata
per
tutti
gli
anni
Sessanta,
come
Alternative
Attuali
(1962,
1965
e
1968,
e
Aspetti
dell’arte
contemporanea
1963)
al
Forte
Spagnolo
dell’Aquila,
di
cui
avrebbero
raccolto
il
testimone
alcune
edizioni
della
Biennale
di
Gubbio,
fino
alla
sfida
di
arte
ambientale
a
Volterra
’73,
punti
cardinali
di
una
geografia
eccentrica,
condotta
fuori
dalle
rotte
ufficiali
della
critica
stabilizzata,
e
che
tale
resterà
anche
quando
gli
verrà
chiesto
di
curare
due
sezioni
della
Biennale di Venezia nel 1976 e nel 1978.
Dalla
«periferia»
proponeva
un
nuovo
modello
critico:
la
«mostra-saggio»
(con
un’importante
premessa,
da
Crispolti
stesso
rapidamente
storicizzata,
in
Possibilità
di
relazione
nel
1960),
da
affiancare
al
«taccuino
critico»
come
modalità
di
approccio,
per
messe
a
fuoco
progressive,
alla
scrittura
critica.
In
questo
modo
erano
nati
tre
libri
fondamentali,
di
cui
è
urgente
la
ristampa:
Ricerche
dopo
l’Informale
(Roma
1968),
Il
mito
della
macchina
e
altri
temi
del
Futurismo
(Trapani
1969),
Arti
visive
e
partecipazione
sociale
(Bari
1977).
Parallelamente,
con
un
occhio
alla
geografia
dell’arte
italiana
del
Novecento,
Crispolti
si
collocava
in
una
generazione
di
critici
che
avevano
capito
per
la
prima
volta
la
scultura
contemporanea,
negletta
per esempio nella lezione del suo maestro Lionello Venturi.
Comincia
allora
la
stagione
dei
grandi
cataloghi
ragionati,
espressione
apicale
della
metodologia
crispoltiana
di
operare
sul
contemporaneo
e
sulla
sua
storicizzazione
in
atto:
dopo
i
prodromi
con
Baj
(1973)
e
Fontana
(1974,
poi
1986
e
2006),
sarebbero
arrivati
Guttuso
(1983-1989),
Guido
Pajetta
(2009),
Vacchi
(2009-2011),
Vittorio
Corona
(2014),
Moreni
(2016).
In
cantiere,
invece,
erano
Gianni
Dova,
Francesco
Somaini,
le
ceramiche
di
Fontana
e,
inaspettato
colpo
di
coda
finale,
Piero
Dorazio.
Nel
frattempo,
dopo
anni
di
insegnamento
all’Accademia
di
Belle
Arti
di
Roma
(1966-1973),
Enrico
era
entrato
all’Università:
dapprima
a
Salerno
(1976-1984)
poi
a
Siena
(1984-2008).
Nascevano
in
quel
frangente
le
prime
cattedre
di
storia
dell’arte
contemporanea,
legittimata
finalmente
come
disciplina
universitaria.
Siena
apre
una
stagione
cruciale:
dirigendo
la
scuola
di
Specializzazione
dal
1986
al
1998,
Crispolti
trasforma
la
Certosa
di
Pontignano
in
un
polo
di
attrazione
magnetico
in
cui
letteralmente
nasce
una
nuova
generazione
di
studiosi.
Non
si
può
tuttavia
limitare
l’insegnamento
di
Enrico
all’esperienza
senese,
perché
la
sua
apertura
generosa
e
disinteressata
ai
giovani,
artisti
e
studiosi,
non
si
è
mai
esaurita,
così
come
la
grande
visione
progettuale
espressa
dal
monumentale
archivio
messo
insieme
in
cinquant’anni,
organizzato
come
un
centro
di
documentazione.
È
la
grande
lezione
di
un
tramando
generazionale
ininterrotto,
fondato
sul
dialogo
in
modo
franco
e
con
inesausta
curiosità,
scevro
di
sentimentalismi,
ma
alimentato
costantemente
da
una lucida, arguta e appassionata partecipazione.
Da un articolo su
Il Manifesto con il
consenso dell’autore
L’originale è
Luca Pietro
Nicoletti
Critico e storico dell’arte,
è nato nel 1984.
Vive ad Arese MI.