© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235
Come
si
sa,
«l’arte
è
tutto
ciò
che
gli
uomini
chiamano
arte».
Così
Dino
Formaggio
nel
suo
memorabile
saggio
“Arte” del 1973.
Io
credo
che
questa
icastica
affermazione
oggi
andrebbe
modificata
in
“L’arte
è
tutto
quello
che
è
contenuto
in
luoghi
che
all’esterno
espongono
l’insegna
Galleria,
Museo,
Biennale
e
ccetera»,
e
che
sono
governati
da
coloro
che
dispongono
del
potere
di
classificare
in
questo
modo
qualsiasi
oggetto
o
accadimento
si
svolga
in
quegli
ambiti.
Questo
è
dovuto
alla
rivoluzione
che
è
avvenuta
attorno
alla
metà
del
XIX
secolo:
la
perdita
della
committenza
e
la
nascita
dell’esclusiva
del
mercato
come
luogo
di
circolazione
e
diffusione
delle
opere
d’arte.
Da
qui
la
confusione
tra
prezzo
e
valore,
che,
come
si
sa,
non
sono
proprio la stessa cosa.
Se
aveste
l’occasione
di
sfogliare
i
racconti
dei
cronisti
dell’800,
scoprireste
come
la
gente
affollasse
il
cosiddetto
Salon
des
Refusés
per
sganasciarsi
(letteralmente)
dalle
risate
osservando
le
opere
delle
avanguardie
di
quel
tempo.
Provate
oggi
ad
attraversare
un
padiglione
qualsiasi
della
biennale,
magari
dove
ci
sono
installazioni
o
opere
concettuali:
trovereste
diverse
persone
che
osservano
mute
l’opera:
come?
Muti
e
silenziosi,
per
il
timore
di
far
brutta
figura
meritandosi
l’accusa
di
non
essere
competenti
di
arte
contemporanea.
Io
stesso
ho
provato,
anni
fa,
a
mettermi
davanti
ad
un
estintore
in
una
mostra
di
Joseph
Beuys
all’Accademia
di
Brera
(1993).
L’estintore
era
lì
collocato
per
le
norme
di
sicurezza.
Stavo
fermo
e
immobile.
Sguardo
intenso,
pugno
sotto
il
mento,
aria
pensierosa.
Mia
moglie
mi
prendeva
per
un
braccio
dicendomi:
dai,
vieni
via,
non
farmi
fare
brutte
figure.
Ho
risposto:
lasciami
e
aspetta
un
momento.
Dopo
un
poco
avevo
dietro
me
tre
persone
che
con
curiosità
ed
interesse
osservavano
l’estintore.
Uno
di
loro
sfogliava
il
catalogo
e
non
si
capacitava di non riuscire a trovar pubblicata l’opera.
Facile,
direte
voi,
fare
ironia
sul
contemporaneo.
Certo,
ma
quello
che
non
comprendo
è
perché
ci
abbiano
rubato
la
facoltà
di
giudizio
e
affidiamo
a
luoghi
predisposti
ed
a
etichette
fabbricate
appositamente
la
definizione
di
artistico
a
qualsiasi
oggetto.
Inoltre,
non
capisco
come
la
cultura
politica
dominante
sia
disposta
a
sbeffeggiare
i
competenti
(“uno
vale
uno”)
e
nessuno
osi
farsi
una
risata
davanti ad un’opera di Cattelan.
Forse
perché
viviamo
un
tempo
che
ha
scambiato
il
prezzo
col
valore,
per
cui
qualsiasi
bambolotto
in
acciaio
lucidato
(Jeff
Koons)
basta
che
venga
pagato
qualche
milione
di
dollari per essere apprezzato come opera d’arte.
Come
dice
l’esergo
di
uno
straordinario
testo
di
Jean
Clair
(
L’inverno
della
cultura
-
Skira,
2011)
citando
Karl
Kraus
“Quando
il
sole
della
cultura
è
basso
sull’orizzonte,
anche
i
nani proiettano ombre lunghe”.
opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
Carlo Adelio Galimberti
Pittore, scrittore e conferenziere vive e lavora a
Milano.
di Carlo Adelio Galimberti
UNO VALE UNO
ANCHE DAVANTI
A CATTELAN?
Un tempo di tramonto, che
confonde il prezzo
con il valore