© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235
LA BIENNALE
E LA
TRASGRESSIONE
OMOLOGATA
di Marco Fidolini
Hans
Richter,
tra
i
fondatori
del
movimento
dadaista,
scriveva
nel
1964
introducendo
la
ricostruzione
storica
di
quell’avventura
che
«Il
Dada
ha
indotto
a
equivoci,
li
ha
provocati
e
ha
incoraggiato
ogni
genere
di
confusione:
per
principio,
per
disposizione
momentanea,
per
fondamentale
opposizione.
Il
Dada
ha
raccolto
la
confusione
che
ha
seminato».
Ed
è
sull’eredità
di
questa
confusione,
ormai
depauperata
dei
significati
originari,
che
le
tendenze
dell’arte
contemporanea
hanno
trovato
una
loro
stabile
e
dominante
conformazione
estetica
–
o
antiestetica – che pare ormai irreversibile.
Le
Biennali
degli
ultimi
decenni
e
le
grandi
kermesses
dell’arte
contemporanea
inverano,
oggi
più
che
mai,
il
teorema
di
Harold
Rosenberg
–
anch’esso
desunto
dal
Dadaismo
–
che
l’arte
debba
correre
il
rischio
«di
non
sembrare
affatto
arte».
Sotto
questo
punto
di
vista
la
svolta
dadaista
ha
condizionato,
più
delle
astrazioni
formali
o
di
qualsiasi
altra
rivoluzione
espressiva,
i
percorsi
attuali
dell’arte
contemporanea
sempre
più
accelerati
nella
rapida
progressione
degli
automatismi
del
linguaggio,
etichettati
e
aggiunti
al
casellario
delle
passività
omologanti.
Insieme
a
questa
imperante
concezione
estetica
ecco
pronto
l’inevitabile
strumento
dei
fumosi
garbugli
linguistici
di
un
nuovo
Iperuriano
a
sorreggere
e
dilatare
il
significato
del
prodotto
artistico.
Se
il
processo
antiartistico
del
Dadaismo
e
la
sua
indefinitezza
espressiva,
a
volte
finanche
casuale,
hanno
annullato
gli
schemi
estetico-formali
sostituendo
l’opera
d’arte
con
l’oggetto
modificato
o
semplicemente
prelevato
dal
quotidiano
–
dirompente
nell’affermazione
arbitraria,
irriverente
e
polemica
–
che
fagocita
indifferentemente
una
serie
di
riferimenti
travasati
dall’intero
campionario
delle
avanguardie,
si
è
instaurata
nei
sedicenti
nuovi
linguaggi
un’ulteriore
frattura
sulla
percezione
concettuale-visiva
dell’arte.
La
pittura
è
ormai
un
legaccio
inservibile
e
la
sua
negazione
squaderna
anche
l’ordine
secolare
degli
strumenti
e
delle
misure:
in
questa
nuova
dimensione
tutto
l’armamentario
esegetico
è
inutilizzabile.
Lo
spiazzamento
è
totale,
devastante,
fino
a
dilatare
all’infinito
quello
che
Edgar
Wind,
nel
suo
Arte
e
anarchia,
definiva
già
alla
fine
degli
anni
Sessanta
un
«museo
senza
pareti».
Ma
se
volessimo
anche
solo
sbirciare
l’esperienza
storica
dadaista
e
le
sue
provocazioni,
forgiate
nella
fucina
dell’
arte-antiarte
,
troveremo
fin
dalla
comparsa
dell’arte
povera
e
concettuale
innumerevoli
prodotti
desunti
o
addirittura
riproposti
da
quella
cornucopia
antiestetica
ed
esibiti
con
il
sigillo
avanguardista
e
che
legittimano,
nel
contempo, quel postulato per cui l’arte nasce dall’arte.
Eppure
il
Dadaismo,
al
di
là
di
ogni
legittimazione
nel
quadro
della
pittura,
soprattutto
per
una
concezione
che
afferma
l’arte
come
antiarte,
assume
un
ruolo
fondamentale,
depistante
e
nocivo,
sulle
prospettive
delle
tendenze
artistiche
contemporanee.
Il
frastuono
dadaista,
a
differenza
della
grancassa
dei
futuristi
–
che
teneva
d’occhio
i
problemi
formali
per
una
nuova
estetica
del
linguaggio
–
abolisce
ogni
relazione
con
l’opera
d’arte
in
quanto
tale.
La
negazione
del
prodotto
estetico
è
di
per
sé
un
atto
deliberatamente
ostile
nei
confronti
dell’arte:
una
negazione
che
ne
autorizza
la
conseguente
espulsione
da
ogni
ambito
artistico.
Nel
momento
in
cui
il
ready-made
viene
decontestualizzato,
isolato,
etichettato,
si
trasforma
in
opera
d’arte
senza
alcun
significato
estetico
o
giudizio
di
merito,
in
una
percezione
visiva
anestetica
che
apre
comunque
una
tessitura
di
sollecitazioni
concettuali
difficilmente controllabili.
Sollecitazioni
concettuali
in
cui
l’arte
contemporanea
naviga,
da
tempo,
con
tracotanza
dispiegando
un
ventaglio
inesauribile
di
arditezze
post-dadaiste
che
implicano
inevitabilmente
l’ascesa
esponenziale
del
linguaggio
della
stupefazione.
Uno
sconfinato
catalogo
di
articoli
artistici
che
ostenta
finanche
i
residui
organici
(d’artista,
naturalmente)
come
le
feci
o
i
tamponi
mestruali.
Ma
ciò
che
più
sorprende
in
questo
inseguimento
spasmodico
alla
priorità
della
stupefazione
non
è
tanto
la
supponente
propulsione
esegetica
degli
addetti
ai
lavori
quanto
il
consenso
planetario
che
le
sedicenti
avanguardie
raccolgono
in
quelle
processioni
museali
verso
i
templi
più
prestigiosi
dell’arte
contemporanea
e
che
in
passato
schernivano
ogni
sconquasso
formale.
Altro
discorso,
ovviamente,
per
i
curatori
delle
rassegne,
i
direttori
degli
spazi
espositivi
(nazionali
ed
internazionali)
e
gli
artisti,
sostenuti
e
protetti
dalle
sinergie
della
finanza,
della
politica
e
del
megafono
mediatico
(ovunque
omologhi
e
senza
distinzione
di
parte)
che
accentrano
da
tempo
gli
interessi
culturali
ed
economici
dell’intero
quadro
artistico
mondiale.
Viene
da
chiedersi,
semmai,
per
quali
motivi
l’attuale
tendenza
contraddica
secoli
di
storia
dell’arte
in
barba
all’ossimoro
di
un’avanguardia
sempre
più
comune
e
condivisa.
Del
resto
anche
le
accademie
d’arte,
un
tempo
dileggiate
per
i
loro
ottusi
e
conformi
linguaggi
sono
le
nuove
fucine
artistiche
già
protese
agli
sperimentalismi
più
corrivi
e
arzigogolati
come
le
installazioni,
gli
avanzi
della
discarica,
le
performances
,
la
video
arte,
ecc.
Tutto
ciò
in
perfetta
sintonia
con
le
nuove
mitologie
della
trasgressione
omologata
che
hanno
la
capacità
di
anestetizzare,
condizionare
e
conformare
i
nostri
destini
e
sedare
qualsiasi
sussulto
oltre
i
margini
delle
convenzioni
e
della
mediocrazia.
Ma
questo
invasivo
strapotere
artistico
(e
culturale,
si
fa
per
dire)
nel
suo
ambizioso
dissacrante
urto
polemico
che
sceglie,
sottrae,
ricompone
e
nobilita
gli
oggetti
della
cianfrusaglia
o
della
spazzatura
–
lodevole
per
il
riciclaggio
almeno
sul
piano
ecologico
–
o
promuove
ad
opera
d’arte
qualsiasi
banalità
sottratta
al
quotidiano
per
consegnarla
ai
contenitori
museali,
in
barba
ad
ogni
simulato
pluralismo,
è
davvero
un
modello
apicale
dell’arte?
O
soltanto
uno
sfregio
apparente
contro
le
regole
artistiche
e
sociali
il
cui
scopo
principale
è
quello
dell’arbitrio
dinamico
nella
libertà
assoluta
della
negazione
dell’arte?
Interrogativi
superati
dai
curatori
delle
gallerie
d’arte
contemporanea
più
prestigiose
o
dalle
manifestazioni
internazionali
come
la
Biennale.
Infatti
il
teorema
concettuale
–
utilizzabile
per
qualsiasi
progetto
artistico
–
del
demiurgo
di
turno
dell’attuale
rassegna
veneziana,
quale
il
semiotico
Ralph
Rugoff,
è
quello
di
«coinvolgere
i
visitatori
in
una
serie
di
incontri
che
saranno
essenzialmente
ludici,
perché
è
quando
giochiamo
che
siamo
più
compiutamente
“umani”»
e
di
«sottolineare
l'idea
che
il
significato
delle
opere
d'arte
non
risiede
tanto
negli
oggetti
quanto
nelle
conversazioni
–
prima
fra
l'artista
e
l'opera
d'arte,
poi
fra
l'opera
d'arte
e
il
pubblico,
e
poi
fra
pubblici
diversi.
In
fin
dei
conti,
la
Biennale
Arte
2019
aspira
a
questo
ideale:
ciò
che
più
conta
in
una
mostra
non
è
quello
che
viene
esposto,
ma
come
il
pubblico
possa
poi
servirsi
dell'esperienza
della
mostra
per
guardare
alla
realtà
quotidiana
da
punti
di
vista
più
ampi e con nuove energie».
Più
o
meno
la
pensava
così,
ma
con
opposte
prospettive,
anche
Karel
Teige
quando,
nella
sua
utopia
di
marxista
eterodosso,
aveva
affrontato
negli
anni
Trenta
il
problema
sui
valori
dell’opera
d’arte
e
la
relativa
variabilità
storica
della
percezione
nel
rapporto
mutevole
arte-pubblico,
affermando
che
«Solo
uno
spettatore
passivo
ed
una
società
passiva
possono
accettare
passivamente
un’opera
d’arte
[ma
è
quello
che
accade
da
tempo].
Il
pubblico
attivo
collabora
all’opera
poetica
[come
sostengono
gli
attuali demiurgocrati]».
E non si può ignorare il curatore del Padiglione Italia, Milan
Farronato
–
l’ordinatore
fashionista
fiorucciano
–
che
propone
con
la
sua
Né
altra
né
questa.
La
sfida
al
Labirinto
(«Faccio
il
curatore
come
fossi
un
coreografo»)
e
al
quale
va
la
nostra
gratitudine
per
averci
ricordato
i
percorsi
labirintici di Borges e Calvino.
Ma
infine,
ciò
che
resta,
sono
i
monumenti
delle
discariche
di
plastica,
gli
automi
da
vecchio
luna
park
che
mimano
i
mestieri,
la
mucca
Carolina
sui
binari,
la
performance
sul
rettangolo
di
una
spiaggia
simulata,
il
relitto
dei
migranti,
i
bagliori
caleidoscopici
della
video
arte,
gli
stracci,
le
moto
dimezzate,
la
pala
robotica,
il
padiglione-clinica,
ecc.,
tanto
amati
e
ostentati
dall’intellighènzia
critica
e
dall’ambigua
ubiquità catodica di molti intellettuali.
E
più
o
meno
così
accade
da
oltre
quarant’anni.
(Chi
non
ricorda
l’ironia
dell’episodio
Le
vacanze
intelligenti
di
quel
filmuccio
del
1978
Dove
vai
in
vacanza?
).
Ma
se
è
sempre
più
vero
che
«Ogni
opera
pittorica
o
plastica
è
inutile»,
come
dichiarava
nel
1918
l’ideologo
dadaista
Tristan
Tzara
in
un
passo
del
Manifesto
Dada
,
ci
dovremo
rassegnare
a
questa
ed
altre
infinite
vanità
del
tutto
,
ovunque
tanto
anelate,
supinamente
subite
e
diffuse
nel
nuovo
millennio
dalla travolgente inondazione della liquidità baumaniana.
opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
Marco Fidolini
Pittore, incisore e saggista. E’ nato nel 1945 a
S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora