© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235
MAGRITTE E L’UOMO CON
LA BOMBETTA
Una riflessione sull’artista belga dopo una
bella mostra a Lugano e una a Milano alla
Fabbrica del Vapore
La
figura
umana
è
un’assidua
presenza
nei
dipinti
dell’artista
belga
René
Magritte
(Lessines
1898/Bruxelles
1967).
Si
tratta
di
un
borghese
composto
e
irreprensibile,
inappuntabilmente
abbigliato
con
camicia
bianca,
cravatta,
bombetta
e
soprabito
scuro.
Quasi
una
divisa.
Un
prototipo
d’uomo
seriale,
rappresentato
frontalmente
o
di
spalle.
Quest’uomo
ha
spesso
davanti
al
viso
una
mela
o
qualche
altro
oggetto
che
lo
copre
(lo
sostituisce).
Il
frutto
(perfetto,
sferico)
ha
la
stessa
importanza
del
viso.
Quando
si
vedono
gli
occhi,
lo
sguardo
è
fisso
davanti
a
sé,
nel
vuoto.
Figura
spersonalizzata
e
reificata.
In
Camera
d’ascolto
(1958)
un’enorme
mela
occupa
interamente
una
stanza.
Sostituisce
l’inquilino;
ha
la
medesima,
perfetta
impassibilità
borghese.
Magritte
si
riconosce
in
questo
tipo
umano, ne conosce e vive la medesima alienazione.
Nella
famosa
conferenza
La
ligne
de
vie,
tenuta
ad
Anversa
nel
1938,
si
proclama
fieramente
avverso
alla
società
borghese
capitalista
e
fautore
della
rivoluzione
proletaria,
l’unica,
a
suo
avviso,
in
grado
di
trasformare
il
mondo.
Inoltre
sostiene
che
soltanto
il
Surrealismo
può
liberare
quelle
capacità
e
forze
spirituali
latenti
nell’uomo
ma
soffocate
dalla
morale
religiosa,
civile
e
militare.
Denuncia
lo
stato
dell’arte
borghese
fondato
su
un’ottusa
gradevolezza
e
asservita
alla
mercificazione,
dominata
dal
mero valore commerciale dell’opera.
Rivendica
per
l’uomo
una
libertà
totale,
quella
di
cui
godiamo
nei
sogni,
che
Freud
e
il
Surrealismo
hanno
posto
all’attenzione
generale,
soprattutto
degli
artisti.
Al
mondo
onirico
e
a
quello
dell’inconscio
egli
privilegia,
tuttavia,
lo
stato
della
veglia.
È
qui
che
si
rivela
il
mistero
della
realtà
quotidiana
insieme
all’esigenza
di
svelarlo.
È
qui,
dunque,
che
ci
si
deve
liberare,
scoprendone
gli
inganni
e
le
menzogne.
Le
sue
riflessioni
e
le
opere
che
ne
scaturiscono
perseguono
tenacemente
questo
fine.
La
realtà
e
il
linguaggio
delle
immagini
sono
ambigui
e
fuorvianti.
Questo
ci
rivela
la
sua
pittura,
cupa
e
sempre
consapevolmente
ambigua.
È
possibile
ipotizzare
che
l’origine
di
tale
atteggiamento
risalga
alla
morte
della
madre
suicida,
annegata
in
un
fiume.
Pare
che
il
quattordicenne
René,
ne
avesse
visto
il
corpo
nudo,
ripescato
dall’acqua,
con
la
camicia
da
notte
bianca
avvolta
intorno
alla
testa.
Nei
dipinti
Gli
amanti
(1928),
Magritte
mostra
due
teste
avviluppate
in
un
drappo
bianco,
accostate
in
un
impossibile
bacio.
Il
diaframma
posto
tra
i
volti,
testimonia
un’insuperabile
condizione
d’incomunicabilità.
L’ispirazione
per
quest’opera
pare
gli
sia
suscitata
dalla
visione
del
dipinto
di
De
Chirico
Ettore
e
Andromaca,
dove
due
manichini
geometrici
tentano
un
arduo
abbraccio.
L’artista
belga
si
accosta
al
futurismo
e
a
De
Chirico
in
particolare,
spinto
dall’esigenza
di
rivoluzionare
la
concezione
borghese
dell’arte.
Del
maestro
della
Metafisica
ammira
Canto
d’amore
(1910)
“dove
stanno
insieme
un
guanto
da
boxe
e
il
volto
d’una
scultura
classica”.
Ecco
dunque,
il
Surrealismo,
definito
da
Max
Ernst
con
la
celebre
frase
del
poeta
Isidore
Ducasse
(1846-
1870),
“bello
come
l’incontro
fortuito
su
un
tavolo
di
obitorio
di
una
macchina
da
cucire
e
di
un
ombrello”.
L’artista
belga,
tuttavia,
non
si
limita
ad
adottare,
del
Surrealismo,
gli
accostamenti
incongrui
di
oggetti,
geniale
operazione
in
grado
di
far
scattare
imprevedibili
emozioni.
Egli
vuole
portare
alla
luce
una
realtà
più
profonda,
soffocata
dalla
consuetudine
di
una
visione
convenzionale
che
non
deve
sorprendere né, tantomeno, inquietare.
Un
effetto
sconvolgente
in
tale
senso
è
ottenuto
dalla
decontestualizzazione
di
oggetti,
soprattutto
domestici
e
famigliari.
Fuori
dal
loro
ambito,
essi
mettono
a
nudo
sia
l’aspetto
misterioso
della
realtà,
sia
il
loro
potere
evocativo.
Le
gambe
tornite
d’un
tavolo
grandi
come
alberi
in
una
foresta
ci
appaiono
in
una
dimensione
nuova;
così
il
cielo
con
delle
crepe
come
fosse
di
pietra;
lo
stesso
effetto
provocano
un
cielo
di
legno
o
dei
massi
sospesi
nell’aria, ecc.
Un
paio
di
stivaletti
slacciati
che,
prolungandosi,
termina
con
le
nude
dita
dei
piedi
(Il
modello
rosso,
1953)
suggerisce
una
strana
inquietudine.
Non
tanto
per
il
significato
che
ne
traspare,
vale
a
dire
il
contrasto
tra
la
costrizione
della
calzatura
e
la
libertà
del
piede
nudo;
quanto per la perversione dell’immagine.
Diverso
turbamento
suscita
un
cielo
diurno
che
fa
da
sfondo
a
un
paesaggio
notturno
(serie
L’impero
della
luce,
1949/64).
Tutto
è
perfettamente
logico,
reale,
ma
c’è
qualcosa
che
non
va,
qualcosa
che
sottilmente
disturba.
Esemplare
è
la
situazione
di
Il
nottambulo,
(1927/28).
Vediamo
l’interno
d’una
stanza
illuminata
sinistramente
dal
lampione
d’una
strada
notturna.
La
stanza
ha
dei
mobili
piccoli,
richiama
l’infanzia,
e
qui
appare
come
invasa
dall’esterno
buio
e
angosciante
della
strada.
La
sagoma
oscura
del
nottambulo,
in
bombetta
e
cappotto,
sembra
la
figura
del
turbamento
provocato
dal
non
saper
bene
dove
ci
si
trovi
e
dalla
presenza
di
un’infanzia
minacciata
da
un
ignoto rimosso.
Ulteriori
ansie
e
sorprese
sono
suscitate
osservando
una
sorta
di
teatrini
dove
brani
di
cielo
d’un
fondale
vengono
in
avanti
disponendosi
arbitrariamente
sulla
ribalta
come
strani
personaggi,
giocando
sul
rapporto
figura/sfondo
e
sulle
loro
ambigue
sovrapposizioni.
Dov’è
la
realtà?
Questa
situazione
di
dissimulazione/svelamento
è
evidente
in
un
dipinto
come
La
condizione
umana
(1933),
dove
la
veduta
raffigurata
sulla
tela
copre
esattamente
la
veduta
reale
che
si
trova
dietro
di
essa,
fuori
dalla
finestra.
Questo
è
chiaro
perché
una
piccola
porzione
della
tenda,
nascosta
dalla
tela
e
il
bordo
di
quest’ultima
ne
mostrano
la
presenza.
Lo
spaesamento,
in
questo
caso,
è
provocato
dalla
perfetta
aderenza
della
rappresentazione
con
l’oggetto.
Due
minimi
dettagli
li
distingue.
Dileguati
questi
dettagli,
dove
starebbe
la
realtà?
Inoltre,
facendo
un
passo
in
avanti,
ci
rendiamo
conto
che,
mentre
distinguiamo
il
paesaggio
raffigurato
da
quello
reale,
dimentichiamo
che
quello
che
vediamo
è
un
dipinto
nel
dipinto
di
un
dipinto.
Il
reale
si
perde
in
un
abisso di rimandi. Quindi scompare?
Magritte
intende,
dunque,
scardinare
le
convenzioni
vigenti,
operando
sulla
relazione
tra
rappresentazione
e
linguaggio,
e
sul
rapporto
tra
quest’ultimo
e
realtà.
Una
formidabile
anticipazione
dell’Arte
Concettuale
degli
anni
’60
del
novecento.
Anche
i
titoli,
afferma,
non
devono
spiegare
il
dipinto,
ma
sviare
e
disorientare
l’osservatore.
Si
crea
in
questo
modo
un
corto
circuito
tra
titolo
e
opera.
Per
esempio,
nella
serie
del
famoso
Il
tradimento
delle
immagini
dove
la
didascalia
Ceci
n’est
pas
une
pipe
(Questa
non
è
una
pipa),
mette
in
crisi
la
convenzione
che
lega
oggetto
all’immagine,
secondo
cui
quella
rappresentata
è,
senz’ombra
di
dubbio,
una
pipa.
In
realtà
Questa,
vale
a
dire
l’immagine,
è
un
dipinto,
la
pipa
reale
è
un’altra
cosa.
Tuttavia
succede
anche
che
la
pipa
della
didascalia
sia
tutt’altro
che
una
pipa:
è
una
parola.
Come
anche
Questa
è
una
parola,
non
una
pipa,
come
invece
si
sostiene
nella
frase.
Tre
casi
che,
come
rileva
Foucault,
mostrano
l’ambiguità
del
linguaggio
e
come
decada
la
“verità”
che
il
linguaggio cerca di codificare.
Magritte
sostiene
che
linguaggio
e
immagini
sono
convenzioni
ben
distinte
dalla
realtà;
mentre
la
stessa
realtà
ha
una
”verità”
che
ogni
definizione
tradisce.
L’oggetto,
infatti,
non
è
la
sua
definizione.
Tra
loro
esiste
uno
scarto
incolmabile.
Di
questo,
egli
ci
avverte,
si
deve
essere ben consapevoli.
Claudio Zanini
Pittore e scrittore,
nato a Trieste, ha
partecipato a
numerose mostre di
pittura, personali e
collettive, in Italia e
all'estero e ha
realizzato svariate
azioni sceniche e
performances. Vive a
Milano.
Questo articolo, comparso
anche su Odissea e su La
Tigre di Carta, pubblicazioni
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ripubblicato con il consenso
dell’autore.