© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235
LA MATITA
SPEZZATA
DI ZEHRA
DOGAN
Una giovane artista curda
imprigionata nella fortezza di
Tarso in Turchia
Condannata
per
un
quadro
che
esponeva
le
distruzioni
dell’esercito
turco,
l’artista
curda
Zehra
Dogan
ha
continuato
a
esprimersi
con
ogni
mezzo
durante
la
detenzione.
Ma
il
trasferimento
in
un
carcere
militare
fa
temere
il
peggio
a
coloro,
da
Ai
Weiwei
a
Banksy,
che
si
sono
mobilitati
per lei.
Tarso
è
una
città
amata
dal
t
u
r
i
s
m
o
religioso.
Da
qui
veniva
l’apostolo
delle
genti,
quel
Paolo
che
pensò
di
predicare
il
cristianesimo
ai
non
ebrei.
Ma
oltre
al
pozzo
di
San
Paolo
e
ad
altri
monumenti
che
ricordano
quanto
la
storia
ami
passare
spesso
per
gli
stessi
vicoli,
c’è
anche
una
prigione
il
cui
nome
torna
spesso
sulle
pagine
dei
bollettini
delle
Ong
che
si
occupano
di
diritti
umani.
Parliamo
delle
carceri
turche,
tristemente
note
per
la
leggerezza
con
cui
vi
si
dimenticano
i
diritti
dei
detenuti
e
soprattutto delle detenute.
È
qui
che
pochi
giorni
fa
è
stata
trasferita
la
giornalista
e
artista
curda,
di
nazionalità
turca,
Zehra
Doğan
insieme
ad
altre
venti
carcerate.
Per
capire
di
che
luogo
di
detenzione
stiamo
parlando,
basta
scorrere
le
notizie
sulle
morti
in
cella
della
scorsa
estate:
Şafak
Demir,
una
delle
migliaia
di
insegnanti
rimosse
dal
proprio
posto
di
lavoro
e
imprigionate
perché
accusate
di
essere
in
qualche
modo
sostenitori
del
movimento
di
Gülen,
è
deceduta
per
emorragia
cerebrale
in
luglio.
Le
circostanze
sono
ancora
poco
chiare,
ma
l’inchiesta
indipendente
non
è
stata
autorizzata.
La
prigione
di
Tarso,
sottoposta
alla
legge
marziale,
organizzata
per
comparti
stagni
dove
possono
stare
pochissime
detenute
per
evitare
i
contatti
in
una
situazione
di
semi
isolamento,
non
è
una
buona
notizia
per
il
futuro
della
giovane
artista
che
ha
mobilitato
l’interesse
della
comunità
non
solo
politica,
ma
anche
artistica internazionale.
Oggi
Zehra
ha
poco
più
di
28
anni,
ma
grazie
alla
sua
breve
attività
di
giornalista
e
artista
è
diventata
un’icona
conosciuta
internazionalmente,
in
particolare
dopo
che
Ai
Weiwei
le
ha
scritto
una
lettera
simbolica,
nel
giorno
dedicato
agli
scrittori
incarcerati
da
Pen
International,
per
chiedere
il
suo
immediato
rilascio,
ma
soprattutto
dopo
che
Banksy
a
marzo
scorso
le
ha
consacrato
il
suo
ritorno
sui
muri
di
New
York
e
ha
dedicato
alla
giovane
attivista
curda
il
Bowery
Wall,
uno
dei
muri
più
desiderati
dagli
Street
Artist
della
Grande
Mela.
Una
sequenza
ritmica
di
sbarre
verticale,
un
pattern
che
si
ripete,
con
un’unica
concessione
figurativa,
l’immagine
di
Zehra
che
insieme
ad
una
sbarra
tiene
una
matita,
la
sua
unica
arma,
quella
per
cui
è
stata
condannata
per
“propaganda
terrorista”.
E
l’immagine
incriminata
proiettata
ogni
sera,
come
a
dire
“Non potete farla tacere”.
opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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