© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235
CHAGALL
/ SOGNO
DI UNA
NOTTE DI NATALE
Un libro «natalizio» diventa
pretesto per una lettura nel
profondo della poetica del
grande artista
Pubblico
qui
con
il
suo
consenso
un
estratto
del
libro
di
Chiara
Gatti,
uscito
da
pochi
giorni,
nel
quale
la
critica
milanese,
in
occasione
di
un
libro-strenna
natalizio,
ha
dissezionato
con
dita
sensibili
e
limpida
scrittura
il
grumo
della poetica di Marc Chagall.
«Noi
rifiutiamo
ogni
divinità,
parliamo
persino
della
sua
d
e
c
a
d
e
n
z
a
.
Ma
facciamo
un
errore;
cerchiamo
qualcosa
in
grado
di
sostituire
questo
senso
divino
(…).
Ma
come
non
è
possibile
creare
un
dipinto
senza
l'amore,
nel
senso
pieno
della
parola,
anche
una
costruzione
sociale
dell'uomo
non
può
essere
creata
senza
una
dose d'amore».
Con
queste
parole,
nell'autunno
del
1958,
durante
una
lunga
conferenza
tenuta
all'Università
di
Chicago,
Chagall
rivelò
al
mondo
come
l'arte
fosse
per
lui
una
forma
di
preghiera
libera
da
vincoli
figurali
tradizionali. Un'esigenza del cuore.
Marc
Chagall,
che
era
nato
nel
1887
a
Vitebsk
da
una
famiglia
ebrea
praticante,
dipinse
come
si
sa
una
Crocifissione
bianca
nel
1938
a
Parigi,
dove
ormai
risiedeva
da
molto
tempo
con
la
famiglia.
Sullo
sfondo
di
un'Europa
che
stava
vivendo
una
delle
stagioni
più
tetre
della
sua
storia,
alla
vigilia
dell'invasione
della
Polonia
da
parte
dell'esercito
tedesco
e
all'alba
della
fase
più
cupa
e
tragica
della
persecuzione
antisemita,
il
suo
dipinto
risuonò come un boato teso a scuotere le coscienze.
L'anno
prima,
nel
1937,
Pablo
Picasso
aveva
terminato
Guernica,
altro
indimenticabile
manifesto
d'accusa
contro
le
barbarie
e
ogni
genere
di
brutalità.
La
Spagna
invasa
e
umiliata
dai
franchisti
non
era
molto
lontana
dal
sangue
degli
ebrei
sugli
opuscoli
infamanti
dei
nazisti.
Due
pittori
straordinari
dipanarono,
ciascuno
col
suo
linguaggio,
i
suoi
colori,
il
suo
segno,
il
drammatico
epilogo
dell'esistenza
umana
nei
giorni
spettrali
del
conflitto.
Monsignor
Timothy
Verdon,
studioso
d'arte
sacra
e
professore
alla
Stanford
University,
ha
spiegato
così
la
differenza
e
l'affinità
fra
questi
due
maestri
delle
avanguardie:
«Picasso,
uomo
non
credente
cresciuto
nella
cattolicissima
Spagna,
reagisce
alle
violenze
della
guerra
civile
del
suo
paese
abbracciando
quella
tradizione
iconografica
cattolica
spagnola
che
presenta
allo
spettatore,
quasi
in
modo
teatrale,
la
sofferenza
nelle
sue
forme
più
atroci.
L’ebreo
Chagall
si
serve
invece,
e
inaspettatamente,
della
teologia
cristiana
per
raccontare
i
patimenti
del
suo
popolo» (…).
Mentre
i
nazisti
asportavano
le
sue
opere
dai
musei
tedeschi,
confiscate
ed
esposte
nella
sprezzante
mostra
di
Monaco
sull'Arte
degenerata
(Entartete
Kunst),
Chagall
si
tuffava
col
cuore
e
con
la
mente
nei
brani
della
Bibbia,
cercandovi
ossessivamente
indizi
premonitori
di
vessazioni
e
lutti,
ma
anche
spiragli
di
liberazione
e
salvezza.
«
«Fin
dalla
prima
infanzia
–
confessava
–
sono
stato
affascinato
dalla
Bibbia.
Mi
sembrava
sempre,
e
così
mi
sembra
adesso,
la
più
grande
radice
della
poesia
di
tutte
le
epoche.
Fin
da
allora
ne
ho
cercato
il
riflesso
nella
vita
e
nella
natura
(…)
Per
me
è
stata
l'alfabeto
colorato
in
cui ho intinto i miei pennelli».
C'è
un
capolavoro
dei
primi
anni
Cinquanta,
intitolato
proprio
Esodo,
e
conservato
al
Centre
Georges
Pompidou
di
Parigi,
che
dice
tutto
sulla
capacità
di
Chagall
di
fondere
in
un
unico
racconto
elementi
della
migrazione
biblica
con
temi
cristologici
usati
quale
allegoria
delle
persecuzioni
in
tempi
moderni.
La
gente
di
Vitebsk
vi
si
confonde
con
gli
ebrei
erranti,
il
popolo
eletto
nel
deserto
del
Sinai,
i
perseguitati
razziali,
le
vittime
dell'Olocausto.
Cristo
è
l'emblema
di
un
martirio
universale,
mentre
un
lampo
di
speranza
sorge
ai
piedi
della
croce
dove
brilla
la
presenza
di
una
donna
che
allatta
il
suo
bambino.
Avvolta
in
un
ampio
manto
blu
elettrico
che,
secondo
la
tipica
modalità
occidentale,
rappresenta
la
natura
divina
della
Madonna
e
la
sua
celeste
spiritualità,
la
madre
è
il
perno
attorno
a
cui
ruota
la
composizione
e
spalanca
la
riflessione
di
Chagall
verso
riconoscibili
temi
cristiani:
la
natività,
la
maternità,
il
mistero
dell'incarnazione.
Era
il
1952
quando
l'artista
mise
mano
a
questo
suo
Esodo
monumentale,
ma
il
soggetto
della
madre
regnava
da
sempre
nel
suo
immaginario
ferito
dalla
nostalgia
di
una
infanzia
perduta.
Il
primo
capitolo
de
«La
mia
vita»
si
apre,
non
a
caso,
con
la
descrizione
di
una
vera e propria natività laica. La sua.
«La
prima
cosa
che
mi
è
saltata
agli
occhi
è
stata
una
tinozza.
Semplice,
quadrata,
semicava,
semiovale.
Una
comunissima
tinozza.
Una
volta
dentro,
la
riempivo
completamente.
Io
non
me
ne
ricordo
–
è
stata
mia
madre
a
raccontarmelo
–
ma
proprio
al
momento
della
mia
nascita,
nei
pressi
di
Vitebsk,
in
una
casupola,
vicino
all'argine,
dietro
una
prigione,
scoppiò
un
grande
incendio.
La
città
bruciava,
il
quartiere
dei
poveri
ebrei.
Hanno
trasportato
il
letto
e
il
materasso,
la
mamma
col
piccolo
ai
suoi
piedi
in
un
luogo
sicuro,
all'estremità
opposta
della
città.
Ma, innanzitutto, io sono nato morto.
Non
ho
voluto
vivere.
Immaginate
una
vescichetta
bianca
che
non
voglia
vivere.
Come
se
si
fosse
rimpinzata
di
quadri
di
Chagall.
L'hanno
punta
con
spilli,
l'hanno
tuffata
in un secchio d'acqua. Alla fine, emette un fievole pigolio.
In
sostanza,
sono
nato
morto.
Vorrei
che
gli
psicologi
non
traessero da questo conseguenze disdicevoli. Per favore!»
Scorrendo
i
brani
del
libro,
dalle
preghiere
in
sinagoga,
alle
lezioni
di
disegno
nella
scuola
del
signor
Pen,
dall'incontro
con
Bella
alla
partenza
per
Pietroburgo,
fino
all'approdo
a
Parigi
con
gli
sfavillanti
balletti
di
Djagilev,
si
scopre
che
la
figura
della
madre
e
l'amore
di
Marc
per
lei
dominano
la
sua
memoria
come
un
assillo,
una
litania.
«Sorridi
del
mio
sorriso.
Ah!
Quel
sorriso,
che
è
mio»
scriveva
dopo
aver
visitato
la
sua
tomba.
E, ancora:
«Ah
mamma,
non
so
più
pregare
e
piango
sempre
più
di
rado.
Ma
la
mia
anima
pensa
a
te,
a
me,
e
il
mio
pensiero
si
consuma
nel
dispiacere.
Non
ti
chiedo
di
pregare
per
me.
Tu
lo
sai
quante
pene
ho.
Dimmi,
piccola
madre:
nell'altro
mondo,
in
paradiso,
nelle
nuvole,
là
dove
sei,
ti
consola
il
mio
amore?
Potrò
con
le
mie
parole
filtrare
per
te
un
po'
di
tenera,
carezzevole, dolcezza?»
Davanti
al
suo
piccolo
capannello
di
madri-coraggio,
donne
forti
negli
inverni
gelidi
dell'oblast
russo
di
Tver,
emerge
chiaro
il
confine
che
separa
le
immagini
della
croce
da
quelle
della
maternità.
Le
prime
parlano
al
popolo,
mostrano
contenuti
universali,
hanno
il
compito
di
smuovere
le
coscienze,
denunziare
gli
eccidi.
Le
seconde
aiutano
Chagall
nel
suo
viaggio
“à
rebours”
fra
i
ricordi
d'infanzia e dell'adolescenza. È una questione privata.
I
simboli
nascosti
fra
le
pieghe
del
racconto,
non
appartengono
a
nessuno
altro.
Ma
a
lui
soltanto.
Sono
oggetti
legati
a
reminiscenze
dei
giorni
passati
fra
le
capanne
dai
tetti
a
punta;
quelle
che,
nel
1908,
appena
ventenne,
ritrasse
oltre
lo
steccato,
affacciandosi
dal
davanzale della cucina, nei toni aspri di un sogno inquieto.
(…)
opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
Chiara Gatti
Storica e critica d'arte specializzata in arti grafiche
moderne e in scultura moderna, dal 2001 scrive
d’arte per La Repubblica. Dal 2002 collabora come
curatore per il Museo d'Arte di Mendrisio (CH)
di Chiara Gatti