Torna alla pagina principale Qui trovi i numeri pregressi Scrivici per intervenire o commentare riContemporaneo.org BEATI NOI? PURTROPPO NO... Una risposta a qualche considerazione ottimistica sul mondo della fotografia italiana Ho letto con interesse l’intervento di Giorgio Seveso a proposito delle impressioni suscitate in lui dall'iniziativa Photo Festival di Milano anche perché sono direttamente interessato non come fotografo ma come operatore avendo scritto la presentazione di due mostre aderenti all'iniziativa stessa. Ma al di là di questa mia partecipazione più o meno diretta mi preme dire qualcosa in merito a quanto scrive: purtroppo devo per certi aspetti contraddire in parte la sua impressione sul mondo della fotografia e mi riferisco ad alcune sue affermazioni che, sostanzialmente, dipingono questo mondo come più dialettico e meno compromesso dai meccanismi di conflitto, invidie, e poteri varî. Egli scrive: " … la cultura fotografica che emerge dalla rassegna e dal catalogo che l'accompagna è, in tutta chiarezza, una cultura esplicitamente pluralistica sotto il profilo delle poetiche, dei linguaggi, delle estetiche e tendenze presenti in quella dimensione del creativo contemporaneo."  E fin qui la sua lettura del progetto è del tutto condivisibile; risulta più problematico - per chi come me in questo ambito specifico della cultura fotografica opera da diversi decenni - condividere il passaggio successivo della sua interpretazione, quando, passando all'aspetto più generale, per esempio scrive: " … Sarà perché nel mondo della fotografia non sono (ancora) presenti o determinanti i meccanismi invasivi di quel mercato di speculazione e di valori effimeri artificiosamente imposti sull'onda del provincialismo e dello snobismo culturali che infestano, invece, il nostro ambiente?" Ma lo salva la forma interrogativa e quell'"ancora" messo tra parentesi: ebbene sì, la fotografia rispecchia e ripete, purtroppo?, gli stessi meccanismi del mondo dell'arte, soltanto che, vivendo essa in Italia una stagione più recente, meno vincolata, ancora, a poteri consolidati ma non per questo meno forti, appare più "democratica", sciolta, dialetticamente professionale. Questo suppongo sia riconducibile anche all'antico marchio della cultura italiana che ha fatto molta fatica - come già scrivevo in un mio precedente intervento su questa rivista - ad accettare pienamente la fotografia come forma d'arte. Al proposito ancora oggi si tende a distinguere tra "fotografia d'arte" e fotografia documentaria: la prima è espressione di artisti non fotografi che usano la fotografia, realizzando opere molto di moda soprattutto perché si muovono su un piano stilistico (cosiddetto) concettuale dove, come scrivevo nel precedente intervento, tutto può significare tutto: e quanto più misterioso e impegnativo è il titolo dell'opera tanto più la stessa fa suscitare gridolini di ammirazione - da una categoria varia di fruitori, dai critici ai galleristi, dai collezionisti a un pubblico che vuole sentirsi engagé -, fino all'ineffabile insignificanza del "Senza titolo" e alle altrettanto ineffabili, a volte francamente ridicole, presentazioni critiche infarcite di concetti e frasi criptiche o esageratamente complesse o profonde rispetto alla banalità dell'opera. E ogni volta che leggo questi testi mi viene in mente il buon Totò: "…ma mi faccia il piacere!". Detto questo, che non è una divagazione ma è un aspetto fondamentale della visione critica generale sul mondo dell'arte e quindi dei rapporti di potere che scaturiscono all'interno di essa, e tornando all'ambito più ristretto della fotografia, non posso dunque che confermare quanto suggerito all'inizio di questa nota e cioè che si ripetono, magari in piccolo, gli stessi meccanismi di potere, conventicole, inclusioni ed esclusioni, lotte e contasti, con rare eccezioni. Per restare a Milano una (eccezione) è sicuramente l'iniziativa Photo Festival menzionata e descritta da Seveso; un'altra è l'esperienza consolidata del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, caratterizzata da un taglio istituzionale e quindi oggettivamente lontana da pratiche clientelari o opportunistiche, e un'altra ancora sarà la prossima edizione di MIA (Milan Image Art Fair, 4-6 maggio 2012) importante dal punto di vista dell'affermarsi e consolidarsi di un terreno artistico ma anche di mercato della fotografia. Non a caso però queste esperienze menzionate hanno un carattere generalista, universale, o istituzionale, dove si intrecciano linguaggi ed esperienze completamente diverse messe in campo per esigenze diverse e dove non ci può essere spazio per personalismi, conflitti, rivalse e tutto il bagaglio negativo tipico delle logiche di schieramenti. Il discorso potrebbe continuare a lungo ma credo di aver dato un'idea. Ad maiora!, un caro saluto, Pio Tarantini.      PAGINE TEMATICHE ONLINE                                                            Pio Tarantini PIO TARANTINI Fotografo e giornalista-critico di fotografia, è nato nel 1950 a Torchiarolo, nel Salento. Dal 1973 vive a Milano L’INTERVENTO di