Un commento di
RIVISTA TEMATICA ONLINE
riContemporaneo.org
PIO TARANTINI
Fotografo e giornalista-critico di
fotografia, è nato nel 1950 a
Torchiarolo, nel Salento.
Dal 1973 vive a Milano
Il vecchio, il nuovo, il
falso
Le considerazioni degli altri amici sul Padiglione Italia della
Biennale di Venezia sono tutte, quasi in toto, condivisibili: se non
che ho l'impressione di avvertire un "rumore di fondo" che mi
disturba. Io sono stato invitato a una edizione regionale di questa
Biennale, quella salentina, realizzata a Lecce, relativa alla
regione dove sono nato e ho vissuto fino alla giovinezza; ho
avuto modo, durante l'estate, di visitare la mostra e di rendermi
personalmente conto di tutte le contraddizioni (è un eufemismo) -
soprattutto quelle relative al rapporto qualità-quantità - già
evidenziate dagli interventi che precedono questo mio. Non torno
dunque su queste considerazioni sulle quali mi pare ci sia una
sostanziale omogeneità di giudizio così come per l'aspetto
positivo di questa avventura sgarbiana, quello cioè di aver
brutalmente messo in discussione il sistema di potere, di stampo
quasi mafioso, dell'arte dei nostri giorni.
Detto questo mi permetto di intervenire discretamente per
evidenziare quelle stonature, anzi quel fastidioso ronzio, quel
rumore di fondo di cui parlavo prima, che avverto in questo
dibattito.
Io non sono pittore né scultore. Ahimè sono solo fotografo! E vivo
da quasi quarant'anni il malcelato senso di superiorità, per non
dire la totale incomprensione o addirittura l'ostracismo, che quasi
tutti gli "artisti" tradizionali (pittori e scultori italiani) che ho
conosciuto dimostrano nei confronti della fotografia. Non mi
addentro qui nella questione, fuori tempo e fuori luogo, della
fotografia come forma d'espressione artistica: è un dibattito
ottocentesco che in Italia è stato risolto, con molto ritardo, agli
inizi degli anni settanta del Novecento, e di cui non si dovrebbe
parlare più: chi storce il naso di fronte alla fotografia si aggiorni.
Ma pongo il problema, invece, perché nella critica, sacrosanta - e
Seveso può darmene atto anche attraverso miei interventi
pubblicati, di cui uno è stato ripreso anche da questo blog tempo
fa - alla vacuità dell'arte attuale (dico attuale, non
contemporanea) si può tendere a fare di tutte le erbe un fascio: e
questo può far scivolare facilmente in quella sensazione un po'
passatista e polverosa per cui tutto ciò che non è pittura (magari
figurativa) e scultura (tradizionale) sia fuffa.
Certo l'equivoco dell'estintore in una mostra d'arte che diventa
esso stesso opera d'arte di cui parla nel suo intervento Carlo
Adelio Galimberti è esperienza significativa, tanto che è stata
popolarizzata in un famoso sketch del trio comico Aldo, Giovanni
e Giacomo, per non ricordare l'esilarante e geniale scena di un
famoso film di Alberto Sordi in cui la "buzzicona" moglie del
protagonista, in visita alla Biennale di Venezia, sedutasi per
stanchezza su una sedia in una sala, viene scambiata per opera
d'arte, attraendo l'attenzione e gli obiettivi dei visitatori.
Certo, siamo tutti un po' stanchi, molto stanchi, di noiosissimi
video che dovrebbero tenerci incollati per decine di minuti: ma
come, noi che siamo cresciuti a Visconti, Antonioni, Fellini,
Pasolini, solo per restare agli italiani, e che eravamo pronti,
giustamente, ad annoiarci quando anche loro, come Omero, ogni
tanto sonnecchiavano, dovremmo sopportare le masturbazioni
intellettual-visive di questi artisti tanto in auge? No, io non le
sopporto e quando mi capita resisto quel tanto che basta a farmi
un giudizio. Quasi sempre sommario e tranchant.
Però, però, consentitemi di ricordare una ovvietà su cui suppongo
si sia d'accordo: un conto sono i furbetti nipotini di Duchamp e un
conto sono le fantastiche creazioni di un Melotti o, in tempi a noi
più vicini, le installazioni di un Kiefer (quanto sono suggestivi e
"significanti" i Sette palazzi celesti dell'hangar Bicocca!).
Insomma il punto, come sempre, non è il mezzo ma il modo:
quando dietro un'opera che vuole essere arte c'è non solo il
mestiere ma soprattutto l'idea, il significato, il contenuto e questa
"essenza" viene presentata dall'autore in modo non dico geniale
ma quanto meno originale, beh allora forse siamo in presenza di
qualcosa di interessante. Altrimenti è solo mistificazione, furberia,
prodotto di galleristi o critici inadeguati o prezzolati, oppure
semplice "comunicazione" - ma questa è la società della
comunicazione - che il tempo spazzerà via molto prima di quanto
oggi, alla luce di quanto avviene, possiamo pensare.
L'importante è che un dipinto, una scultura, una installazione, una
performance, un video, una fotografia riescano a coniugare in
forma intrigante e inventiva lo spirito del tempo e gli strumenti
dell'arte. Che non possono più essere esclusivamente quelli
tradizionali del pennello e dello scalpello.