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Claudio Salvi
 

Caro Giorgio, una volta sono andato a Venezia, in occasione di una notte bianca a chiusura di cento giorni di conferenze e performance in onore di Joseph Beuys e del suo progetto – difesa della natura – un progetto di riforestazione di intere regioni, di riscoperta della natura, di opera d'arte totale, fino alla realizzazione di una macchina complicata, alla Duchamp, per separare il grano dal loglio, una specie di lunga centrifuga a cestelli in un'armatura di legno. E' stata l'ultima opera di Beuys ed è conservata nel museo di B., dove visse per quindici anni ospite della baronessa D. madrina della manifestazione e grande esperta, pare, dell'opera di Beuys.
B. è il paese di un artista per il quale ho scritto un testo pubblicato in un catalogo molto curato, opera di P., uno strano personaggio fotografo e editore d'arte. Il paesino contava e conta quattrocento anime e ha avuto la fortuna di vedere arrivare Beuys come una meteora negli ultimi anni settanta. In realtà l'artista, come mi è stato detto, non aveva quasi rapporti con i paesani, ma era una presenza e ha dato nuova vita a tutta la regione che oggi è frequentata da artisti importanti, da critici di fama, dove si svolgono premi e convegni.
P. l'ha conosciuto e oggi è stretto collaboratore della baronessa D. Mi rendo conto che scriverne è quasi ridicolo, la baronessa è come potresti immaginarla, ha la erre moscia è completamente autoriferita, fedele a Beuys fino al fanatismo, crudele e snob, una mecenate. Per tutta la sera ha fatto uno show interminabile, con discorsi lunghi, al limite del delirio e una spiccata predisposizione a insultare e disprezzare il pubblico non pagante, fino al punto da prendere in giro chi mangiava gratis al suo buffet e non si occupava delle performance – cibo della mente – e al punto da ordinare ai camerieri al microfono di sgomberare i tavoli nel corso della cena: capricciosa.
P.
, che fotografava ogni cosa, mi ha confessato che temeva perdesse la ragione – secondo me rischia di dare i numeri – ha detto.
P.
girava per la festa con una macchina fotografica che scatta foto a una definizione di trentanove milioni di pixels. Mi ha presentato al direttore del nuovo museo di Sarajevo, una delle tre più importanti collezioni d'arte contemporanea al mondo. E' un uomo piccolo, calvo e molto serio, vedovo, credo abbia perso la moglie nell'ultimo anno di guerra, un uomo appassionato che ha fatto un breve intervento e ha regalato a tutti un piccolo libro elegante, scritto da lui, una specie di vademecum dell'artista e dell'essere umano, qualcosa di disperato perché si sente il dolore per la perdita della persona più amata. Però la passione non l'ha abbandonato, credo che parli con il fantasma di lei, che trovi coraggio in lei, anche se è morta. Ha gli occhi piccoli e azzurri e la bocca sottile, il naso grande. Mi ha dedicato il suo libro – Claudio, l'amore e la bontà sono la bellezza della vita – P. gli ha scattato molte foto e una l'ha scattata anche a me, appeso al palo che reggeva un pannello nero, all'interno di un padiglione di quello strano posto, accanto a una gigantografia di Beuys con il cappello di feltro e l'aria triste. Anche io avevo l'aria triste ed ero spettinato, ma non ci ho fatto caso, anzi, tutto mi sembrava interscambiabile. Il posto è il Thetis, dietro Venezia, dietro l'Arsenale e la Biennale cui sarebbe collegato se l'unico ponte di collegamento non fosse rotto. Si arriva con il battello, oppure lungo un camminamento sotto le mura antiche dell'Arsenale e dal pontile si vede l'ultima laguna e di notte le luci di Porto Marghera. Credo che pochi veneziani lo conoscano, eppure al Thetis studiano il Mose e altri progetti per salvare Venezia. C'è un parco grande, con sculture assurde, ovunque, una bandiera arancione di – ho sentito tanti nomi, fatti con deferenza e anche con tranquillità, nomi ignoti – e un bambù dipinto di arancione dorato; un bunker – bunker-capelle – di un'artista tedesca, con dentro un portacandele di ferro come nelle chiese e la volta dorata che si illuminava, c'era anche un grillo. Dall'altra parte c'era una gabbia a due cerchi concentrici, concava, come le gabbie per i topi che una volta entrati non possono più uscire, aveva due ingressi opposti che non si guardavano e le sbarre seguivano l'andamento di una spirale; una panchina bianca su zampe altissime. Nel parco, tra le sculture proprietà del Thetis, gli artisti facevano le loro performance, le hanno fatte tutta la notte. Cose grottesche, altre divertenti, qualcuna bella o interessante, come il ballo di un ballerino greco, dipinto di bianco come un mimo, infilato dentro una struttura di carta bianca che formava un mantello appuntito da cui spuntavano solo le sue braccia e la testa, diventava uno schermo illuminato da forme disegnate bianche e nere, di luce, con una musica bellissima. Il ballerino faceva movimenti lentissimi e la musica era lenta, la baronessa l'aveva spiegato: si trattava di una danza animale, perché gli animali non hanno mai mutato il loro modo di muoversi. Poi si è spostato verso la bandiera arancione, sotto un fascio di luce, sembrava che non avesse piedi, un fantasma. Si è liberato della crisalide ed è corso via nel prato verso gli alberi. Cosa volesse dire non so, ma anche le cose più belle mi ricordavano una parola: sovrastruttura. Pensavo che l'arte pittorica non è più una sovrastruttura, che in qualche modo è penetrata nelle fibre degli esseri umani e non può più stupire, mentre l'arte nuova è fuori dalle possibilità degli esseri umani e per questo attrae, e per questo la baronessa e tanti altri erano convinti che fosse l'arte di un'era nuova. Forse è solo l'arte di una nuova classe sociale.
A mezzanotte ci hanno fatti uscire tutti verso la laguna, molti si sono concentrati sul camminamento e sui moli e dal mare è arrivato un piccolo battello carico di uomini e donne che reggevano delle croci vagamente decorate, illuminate da luci a colori. Sono scesi in processione guidati da un uomo che teneva la sua croce distesa con un fascio di luce radente che la colpiva. Si sono diretti, seguiti dal pubblico intorpidito, verso un container sul lato di una piazza del Thetis. Il container era chiuso da tende nere, la processione di quelle persone vestite di bianco è entrata ed è uscita senza croci, poi l'officiante ha spiegato che quelle erano le croci dei morti della prima guerra mondiale e ha parlato dell'emergenza di una base americana a Vicenza. C'erano due carabinieri e due poliziotti mescolati alla folla che ascoltavano. L'uomo è un filosofo, un uomo apparentemente mite e modesto, molto amato dalla baronessa. Sono entrato dentro il container, era vuoto, le croci erano sparite come per un gioco di prestigio e sulle pareti erano proiettate in scorcio le immagini di una processione analoga, con quattrocento figuranti – l'aveva detto il filosofo.
Comunque, ogni spettacolo aveva a che fare con l'uomo, la natura, la bellezza, la bontà, l'ecumenismo. E' naturale, per quelle persone appassionate che vivono la loro vita nei cinque continenti e hanno continui scambi con gente di altre culture e di altre razze. Lo è meno per il resto del mondo, ma questo non sembra essere un problema. Anzi, quest'arte ha riempito un vuoto, che l'arte tradizionale non riusciva più a colmare. E io mi trovo a partecipare a eventi nuovi, ma gestiti da anziani, di cui non riesco ad afferrare il senso, che mi fanno un'impressione di apertura al mondo che non posso condividere e che in fondo mi sembra davvero sovrastruttura. Questo termine è legato al confronto con P., che durante la realizzazione del catalogo aveva potuto leggere la prima critica all'artista. Svelava la struttura del disegno, in maniera un po' schematica. Questo non andava bene, avrebbe tolto magia alle immagini. Ora capisco che aveva la mente a un'arte così leggera che non può permettersi di svelare la sua trama – lo dico senza astio –. Quello che la tiene in vita è il sentimento del buono e del bello, della fratellanza universale, che in qualche caso, mi accorgo, può diventare fanatismo, atteggiamento settario e che sicuramente serve a placare un'angoscia, come nel caso del direttore di Sarajevo.
Non so, ma né l'arte vecchia né la nuova riescono davvero a commuovermi.

Al mattino ho cercato P., ho chiesto a un vecchio critico deluso, con gli occhi bistrati dalla stanchezza, che mi ha risposto – ma che vuoi trovare –. La baronessa consegnava a tutti una bottiglia di rosso con l'etichetta della Biennale. Sono uscito, Venezia era grigia, l'aria umida e pesante. Ho ascoltato Vivaldi con le cuffie, mentre camminavo, le quattro stagioni, lo spleen di Venezia, magnifica e decadente come nessun'altra. E' addirittura superata la decadenza. Dietro la vetrina di un pasticcere ho visto – ma tieni conto che pensavo in terza persona: il critico vede attraverso una vetrina – uno strudel al cioccolato. Sono entrato e ho chiesto alla pasticcera se fosse solo al cioccolato, la vecchia mi ha guardato e ha chiesto che domande facevo, certo che era al cioccolato, cosa ci volevo, le patate? Poi ha sospirato e ha detto che i giovani oggi sono un po' stupidi, perché hanno studiato troppo, le ho dato ragione e lei ha attaccato a dire che il suo mondo era più semplice. Avrei potuto ribattere che nel suo mondo nessuno avrebbe pagato uno strudel due euro e novantacinque, ma non ho insistito. Per colmo di stupidità ho acquistato per sette euro due piccole gondole in resina, con sotto scritto Venezia e che la commessa ha avvolto in carta da regalo a righe azzurre stampata con le vedute schematiche di Palazzo Ducale, San Marco e scritte in tutte le lingue – arrivederci a Venezia, auf wiedersehen – anche in cinese. Del resto, mi dicevo, era il senso di tutto il viaggio.


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data di pubblicazione in questo sito
11/04/2011

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