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Celestino Ferraresi
pittore
 

“Si dice che sono troppi. Ma i pittori sono sempre stati troppi. Dipingere non è proibito. È un diletto, un piacere che non va negato a nessuno; una libertà che ciascuno si può prendere. Al tempo delle classi privilegiate, non c’era damigella che non avesse cognizione di pittura. Al tempo dell’artigianato non c’era stipettaio che non sapesse schizzare un puttino. Soltanto, costoro non avevano velleità di esporre, e nemmeno sognavano di farsi fare la monografia. Il fatto nuovo è che è sorta un’industria, che dispone di sale illuminate, spaziose e centrali. Poi ci sono le ‘presentazioni’. La gloria è a portata di mano...” Cosi scriveva Mino Maccari in “Alfabeto” nel dicembre del 1960.
Nei cinquant’anni che sono seguiti, con l’affermazione della cultura di massa, tutto questo è diventato costume. Nelle Accademie una moltitudine di giovani studia bizzarre discipline artistiche e si diploma senza dipingere mai un quadro né scolpire o modellare…
La pittura e la scultura sono linguaggi antichi ma pochi li conoscono, comprendono il loro valore e se ne arricchiscono. C’è un solo modo per tornare ad avvicinare il pubblico all’arte ed è quello di farla bene…  Non è sufficiente dipingere, è necessario, come sempre nelle stagioni migliori della pittura,  dipingere bene: ricercare la bellezza del quadro, della forma e del segno; avere  rispetto del mestiere; entrare nelle problematiche dell’invenzione formale, delle idee e delle ragioni poetiche. E  soprattutto rifiutare la facile e accattivante banalità.
Ognuno rivendica per la propria presenza uno spazio di partecipazione, il pluralismo sembra divenuto un irrinunciabile connotato di democrazia, ma cosa centra la democrazia?  Il fascismo, niente affatto democratico, ha lasciato uno stile e un’arte perché Margherita Sarfatti, Mario Sironi e gli altri Novecentisti conoscevano le cose dell’arte.
Oggi invochiamo il buon governo, un ritorno all’onestà e ad un’etica; ma ogni speranza sarà vana se questa società non sarà in grado di ristabilire il valore  alla selettività in tutti i suoi campi.
In arte non prevale più l’ingegno, il saper fare o la conoscenza, ma le relazioni e le appartenenze, perciò chi può paga e chi è pagato scrive…. da quanto tempo non ci capita di leggere più una stroncatura!
 Credo che pittori, scultori e storici dell’arte ben intenzionati dovrebbero assumersi pienamente la  responsabilità dell’arte di questo tempo, rimboccandosi le maniche  e cercando pazientemente di consegnarla alla storia  migliore di com’è.
Se perdiamo la conoscenza del linguaggio colto della pittura e della scultura,  il futuro sarà  irrimediabilmente  più povero.


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data di pubblicazione in questo sito
16/03/2011

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Meditazione,  1997
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