023

Celestino Ferraresi
pittore
“Si dice che sono
troppi. Ma i pittori sono sempre stati troppi. Dipingere non è
proibito. È un diletto, un piacere che non va negato a nessuno; una
libertà che ciascuno si può prendere. Al tempo delle classi
privilegiate, non c’era damigella che non avesse cognizione di
pittura. Al tempo dell’artigianato non c’era stipettaio che non
sapesse schizzare un puttino. Soltanto, costoro non avevano velleità
di esporre, e nemmeno sognavano di farsi fare la monografia. Il
fatto nuovo è che è sorta un’industria, che dispone di sale
illuminate, spaziose e centrali. Poi ci sono le ‘presentazioni’. La
gloria è a portata di mano...”
Cosi scriveva Mino Maccari in “Alfabeto” nel dicembre del 1960.
Nei cinquant’anni che sono seguiti, con l’affermazione della cultura
di massa, tutto questo è diventato costume. Nelle Accademie una
moltitudine di giovani studia bizzarre discipline artistiche e si
diploma senza dipingere mai un quadro né scolpire o modellare…
La pittura e la scultura sono linguaggi antichi ma pochi li
conoscono, comprendono il loro valore e se ne arricchiscono. C’è un
solo modo per tornare ad avvicinare il pubblico all’arte ed è quello
di farla bene… Non è sufficiente dipingere, è necessario, come
sempre nelle stagioni migliori della pittura, dipingere bene:
ricercare la bellezza del quadro, della forma e del segno; avere
rispetto del mestiere; entrare nelle problematiche dell’invenzione
formale, delle idee e delle ragioni poetiche. E soprattutto
rifiutare la facile e accattivante banalità.
Ognuno rivendica per la propria presenza uno spazio di
partecipazione, il pluralismo sembra divenuto un irrinunciabile
connotato di democrazia, ma cosa centra la democrazia? Il fascismo,
niente affatto democratico, ha lasciato uno stile e un’arte perché
Margherita Sarfatti, Mario Sironi e gli altri Novecentisti
conoscevano le cose dell’arte.
Oggi invochiamo il buon governo, un ritorno all’onestà e ad
un’etica; ma ogni speranza sarà vana se questa società non sarà in
grado di ristabilire il valore alla selettività in tutti i suoi
campi.
In arte non prevale più l’ingegno, il saper fare o la conoscenza, ma
le relazioni e le appartenenze, perciò chi può paga e chi è pagato
scrive…. da quanto tempo non ci capita di leggere più una
stroncatura!
Credo che pittori, scultori e storici dell’arte ben intenzionati
dovrebbero assumersi pienamente la responsabilità dell’arte di
questo tempo, rimboccandosi le maniche e cercando pazientemente di
consegnarla alla storia migliore di com’è.
Se perdiamo la conoscenza del linguaggio colto della pittura e della
scultura, il futuro sarà irrimediabilmente più povero.
⌂
torna su
|
data di pubblicazione in
questo sito
16/03/2011 |