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Nino Tricarico
pittore
(sito
di interesse)
Queste brevi
riflessioni sul tema del contemporaneo, non vogliono andare al di là
di quanto indica il lavoro che ho sempre fatto. Semmai, voglio
riferire del pensiero, che giorno dopo giorno, mi è stato fedele
compagno.
L’artista lavora sull’Estetica, non fa cronaca, non assembla
o analizza i fatti come lo storico. Questo, tuttavia, non lo isola
dal proprio tempo; vive le inquietudini della vita come tutti gli
altri e di queste ne fa un’appassionata visione. Trascende la realtà
per meglio comprenderla. Ipotizza mondi diversi e ingannevoli che
chiama Poetica, Utopia, Inganno: l’inganno
necessario per la sopravvivenza e per meglio comprendere la realtà.
Al tempo della brutalità, ferocia, morte, terrore e devastazione, si
contrappone l’estetica della guerra come eroismo, l’estetica della
pace come retorica, o semplicemente l’estetica della bellezza come
armonia della forma e del mondo, che rappresentano, in ogni caso, la
fuga dalla realtà, l’ipotesi di un mondo diverso, possibilmente
migliore.
Ciò non toglie la sensazione d’impotenza rispetto ai venti tragici
che lo attraversano e alla incapacità di modificarli, non impedisce
il moltiplicarsi di interrogativi, non esaurisce i dubbi.
Alla disperazione e al senso di totale impotenza di fronte alla
crudeltà (si partecipa alla gara per il trofeo della violenza, si
sgozza per reazione e per depressione) si impone il cinismo della
guerra preventiva che distrugge per ricostruire, che uccide per
amore della democrazia.
Il potente di turno non recede dai suoi propositi né di fronte alle
preghiere della spiritualità, né alla vista di una moltitudine di
fiaccole e bandiere.
Viaggiamo tra rossori e riflessi ingrigiti dell’anima, senza poter
modificare i venti tragici che ci attraversano. Siamo soli. Il
paradosso è che il tempo della massima comunicazione è anche il
tempo della solitudine.
La solitudine è il sentimento della mancanza di relazioni affettive
importanti, è una spia che mi dice che non posso far altro che
ripartire da me. Se io faccio cose che mi piacciono, per esempio
leggo i giornali o mi appassiono a una discussione su qualche tema,
non c'è solitudine; in questo caso sono a contatto con qualcosa di
reale, dei giornali o delle persone, dunque sono a contatto con la
realtà.
La
solitudine si vince col contatto con la realtà. La solitudine è una
mancanza di contatto con la realtà.
Se siamo a contatto
con la realtà, con cose e persone, siamo a contatto anche con i
nostri desideri. E non è il desiderio ciò che spinge l’artista a
sporcarsi le mani di materia verità e sentimenti? Dunque la
solitudine si vince ripartendo da noi stessi, cioè dalla capacità di
ristabilire un contatto con noi stessi, e con gli altri.
L’arte deve pensare il mondo. Il pensiero che ad esso fa riferimento
procede per sottrazione, scarta il superfluo, trae fuori, mettendolo
in luce l’essenziale. E il pensiero vede l’essenza. L’essenza non di
ciò che è fuori dal mondo ma di ciò che sta, che accade, nel mondo.
Il mondo del proprio tempo, del quale è chiamato ad essere dentro e
ad esserne protagonista. Il suo compito non è raccontare i fatti ma
capire il senso dei fatti che avvengono nel suo tempo
giacché i fatti sono la superficie e il loro senso è l’essenza.
Abbiamo altresì il compito di capire il senso del tempo che viviamo,
non ripeterlo, non copiare la superficie, ma scavare nel profondo e
cercare di portare alla luce ciò che sta nel profondo.
Pertanto essa non è naturalismo, cioè un semplice ritratto dei
fenomeni. Non è formalismo o estetismo, cioè sola forma senza
contenuto, espressione di un bello puro e fine a se stesso. Non è
intellettualismo, che concepisca l’arte come solo pensiero. Né può
essere definita come puro sentimento. Essa deve essere prima di
tutto vera, cioè esprimere l’autenticità di un’esperienza veramente
sentita e vissuta sia pure mediante la finzione dell’arte.
Infine il nostro lavoro visivo deve permettere, a chi lo guarda, di
risalire dalla bellezza dell’opera al contenuto di verità che essa
racchiude, e permettere quindi di dare, anche all’altro,
un’esperienza di verità. A differenza delle estetiche che dividono
il bello dal vero, occorre cercare una sintesi tra vero e contenuto,
tra bello e forma. Anche quando il vero è brutto, e sono orribili le
emozioni che suscita, com’è il caso della guerra, esso deve
trasfigurare il brutto, ossia esprimere il brutto in modo bello.
L’opera solo vera è fredda, l’opera solo bella è vuota.
Un giorno ero sulla
diga di Monte Cotugno, la parte della Lucania più prossima alla
Magna Grecia di Siris e Metaponto, con degli amici carissimi: un
pianista di straordinaria capacità interpretativa e uno storico
della letteratura italiana. Guadavamo, immersi nel silenzio, il
paesaggio del lago e i riflessi della luna nell’acqua. Uno spazio
immenso, sacrale; appariva tuttavia bello, troppo romantico
L’emozione era grande e così come appariva era troppo romantica. Una
visione lontana da quell’ingannevole desiderio che metto in atto nel
mio lavoro quando cerco di spostare il Limite e i suoi
fantasmi, quando a protezione della vita immanente cerco di essere
quanto più felice possibile rispetto alla infinitezza e allo
smarrimento della solitudine Oltre. Più tardi quella realtà è
diventata un dipinto dove la luce lunare fende come coltellate un
azzurro che è cielo e acqua.
L’arte si svolge in
una dimensione inspiegabile dove i fatti della vita vissuta,
giungono come echi, si riverberano e diventano altro; dove la
memoria, la fantasia, l’invenzione e la genialità si confondono in
uno spazio, in un tempo, in una luce.
Un luogo i cui fatti della vita vissuta, “avvolti nello spazio e
nel tempo dell’esistenza e dove via via si spogliano di questa veste
di spazio e di tempo come una catarsi preventiva, allo stesso modo
che le esperienze della cultura depongono le loro ragioni storiche
ed entrano nella dimensione dei valori puri, della qualità. Soltanto
da quel livello intermedio e quasi di limbo, ne conserva ancora la
flagranza del fatto vissuto ma già lo trasforma nell’immagine
verbale, si potrà salire all’immagine senza spazio né tempo: dove, e
questo appunto sa di prodigio, dalla già conseguita catarsi si
produrrà un nuovo dramma, i cui protagonisti, però, non saranno più
cose e persone ma, immer wieder, vita e morte”(Argan).
C’è ancora qualcuno che ha dubbi su questo assunto?
A dispetto di tutti
coloro che detengono il potere decisionale della cultura figurativa
sempre più vuota di significato e soprattutto priva di verità e di
quella tensione morale che deve caratterizzare il lavoro artistico,
il lavoro di tutti, c’è una fronda numerosa e silenziosa che lavora
non solo per affermare una morale ma anche perché la società si
prepari a sostituire l’uomo del potere con l’uomo dell’etica.
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data di pubblicazione in
questo sito
21/02/2011 |