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Flaminio Gualdoni
critico e storico dell'arte
(sito
personale)
IDEE della pittura e della scultura
Una volta Annibale Carracci, mentre il fratello Agostino era
impegnato in una dotta dissertazione sul Laocoonte
e sulle virtù mirabili dell'arte degli antichi, si mise
a disegnare su un muro il famoso gruppo scultoreo.
Interrogato sul perché di questo suo gesto egli rispose:
"Noi altri Dipintori habbiamo da parlare con le mani".
L'aneddoto è celebre e quanto mai pertinente per
ragionare, oggi, su quanto l'artefice, che sa attraverso il
proprio stesso fare,
sia figura non passata di moda nelle
arti contemporanee.
Parlare con le mani è quanto fanno non solo i "Dipintori",
ma tutti coloro che le tecniche
delle arti rendono partecipi
- in gradazione d'importanza e
responsabilità,
ma in pari necessità - del processo fervido e a tratti sapienziale
del
fare. Era così nella bottega rinascimentale nella quale,
contrariamente
all'opinione corrente, non si producevano
solo capolavori, ma in unico
processo le opere di gran
committenza e quelle che oggi chiameremmo arti
applicate: presso Bernardo di
Stefano Rosselli ad esempio,
tra fine Quattrocento e primi
Cinquecento, a fianco di pale
d'altare e tavole dipinte sappiamo
che si fabbricavano anche pitture su carta e pergamena, ceri ornati,
gessi colorati, stemmi,
decorazioni per travi, cornici, letti,
mobili, gabbie per pappagalli, tessuti dipinti, insegne di botteghe e
alberghi, specchi, targhe, panieri.
E' stato così sino a quando, nel Seicento, si prese a
distinguere l'artista
dall'artigiano, in un processo di
demarcazione così
complesso che, a tutt'oggi non
veramente risolto, ha generato una delle aree di ricerca
e di polemica culturale tra le più cospicue e intricate. Ma
sino ad allora artefici erano, tutti, solidalmente uniti da
un fare che era conoscenza, sapienza, abilità, esperienza:
quell'esperienza che nel 1678 Giuseppe Maria Mitelli
evoca dedicando la propria raccolta di proverbi figurati
al principe Francesco Maria de' Medici con la scritta in
frontespizio: "Così al mondo tramando i documenti /
e le regole certe altrui prescrivo / noto sul paragone
ogni sentenza / sono, Maestra all'uomo, l'Esperienza". L'esperienza,
necessaria e fondativa, come radice del
genio: che è eventualità e non regola, in arte.
Secondo uno stereotipo diffuso, il secolo che ci siamo lasciato alle
spalle è stato il tempo di un'avanguardia dissolutoria, costruita su
un apparato di deroghe afa tecnica, e al linguaggio, e al gusto.
Sotto gli stendardi del
pissoir
duchampiano, assai più incolpevole dei suoi pallidi emuli e, lui sì,
geniale, si è fatto passare dì tutto: soprattutto una sorta di
cupio dissolvi
secondo cui le discipline, pittura e scultura in testa, erano per
antonomasia il vecchio, il nemico da abbattere, ciò che non si
doveva fare se lo scopo primario era, come ben più di un secolo fa
già dicevano i fratelli Goncourt, "travailler de chic".
Valga una memoria aneddotica. Kassel, 1977, mostra "Documenta".
L'agguerrita critica militante dice al celebre esponente della
pittura analitica: "Ormai la pittura è finita, la fotografia è il
nuovo linguaggio. Sai quanti rollini fotografici si scattano in un
giorno?". Il pittore replica alla critica: "E tu sai quanti rotoli
di carta igienica si consumano?".
In realtà, l'arco tutto del Novecento è stato segnato da una
continuità delle pratiche pittoriche e scultoree che ci si consegna,
oggi, fresca e tesa, per dirci che ancora tutto è possibile, in
quella forma plastica ed entro quel rettangolo convenzionale. Se si
ha qualcosa da dire, c'è ben modo di dirlo, in un quadro, in un
bronzo, in un marmo: in un affresco o in un acquerello se si vuole,
e persino nella tanto bistrattata incisione. I decenni ultimi ci
avevano abituato a un discorrere d'arte in cui il campo disciplinare
rappresentava di per sé valore: sotto le spoglie del vessillo
sdrucito dell'antiartisticità, ecco l'accademismo della tecnica come
genere, fosse il video o la performance, l'installazione o il lavoro
web. Ma "se sono le piume che fanno il piumaggio, non è la colla che
fa il collage", ricordava molti anni fa Max Ernst: dunque, ammantare
di nuovismo tecnico il nulla non serve a granché. "Molto meglio
essere bravi, che originali, ricordava d'altronde spesso un altro
che con l'avanguardia ha ben avuto a che fare, Mies van der Rohe.
E i critici e i musei lì, a far la guardia a una territorialità del
"questo è arte e questo no" che, proprio come quella
accademica
ottocentesca contro cui è nata l'avanguardia stessa, ancora
pretenderebbe di stabilire dei confini, di decidere a nome e per
conto di una comunità che non ha rilasciato delega alcuna. Sono
coloro che si sentono questurini o commissari del popolo, ma sono
solo come i buttafuori della discoteca, e si convincono di esserne i
boss. Alla fin fine, come tutti i servi, son solo un po' fastidiosi.
E pensare che già nel 1938, cioè sette decenni fa, uno come Mark
Rothko, cioè uno che dell'arte del Novecento è stato un santone,
dichiarava con lucidità: "Una nuova accademia sta ripetendo un
vecchio gioco: cercar di creare qualcosa inventandosene il nome". I
confini di ciò che, secondo taluni, può essere artisticamente
rilevante e cosa no alla fin fine sono come i cartelli di confine
dei municipi, o degli stati di Schengen: passi, e nessuno ha
l'autorità di metterti il timbro o di rigettarti. Certo, dei confini
ci sono, ma convenzionali: quelli tra ciò che il sistema riconosce e
ciò che esclude proprio per poter rendere credibile ciò che ha
incluso.
Ricordo un vecchio ragionamento causidico e arguto di Thierry De
Duve, che recitava così: "Perché l'enunciato questo
è arte
sia avverato,
sono dunque richieste quattro condizioni. Occorre un oggetto, un
qualcosa di cui non si giudichi in precedenza niente se non che
serve da referente all'indice questo. Occorre un autore,
un'istanza soggettiva qualsiasi che pronunci la frase una prima
volta (o alla quale si attribuisca di aver pronunciato la frase una
prima volta). Occorre un pubblico, ossia un'altra istanza soggettiva
distinta dall'autore e che ripeta la frase per proprio conto.
Occorre infine un'istituzione ad hoc, un dispositivo decisionale o
un'istanza di registrazione la cui funzione è di effettuare le prime
tre condizioni".
L'istituzione ad hoc, quella che traccia i confini, c'è, e si pensa
oggi più autorevole che mai, ma l'artista (se non vogliamo chiamarlo
artista non c'è problema, naturalmente: possiamo anche non chiamarlo
proprio, ma lui c'è) spesso la mette in scacco nel modo più
velenoso, ignorandola. Ed è quello che fanno, felicemente,
fastosamente, avventurosamente; realizzando cose bellissime e anche
talora sbagliando strada; sperimentando ma sempre con l'occhio volto
criticamente al magistero della disciplina; oppure non sperimentando
ma in piena concentrazione su ciò che solo val la pena di fare, di
dire, sui valori che l'arte non può non avere: è quello, si diceva,
che fanno molti, moltissimi artisti oggi, ben consapevoli che,
secondo una felice intuizione di Gore Vidal, "oggi non avere talento
non basta più", che l'epoca del chiacchiericcio sull'arte sta
finendo e bisogna, se ne si è capaci, parlare con le mani.
Del resto già nel 1891, George-Albert Aurier scriveva in "Mercure de
France" che "l'opera d'arte dovrà essere anzitutto ideista, perché
suo ideale unico sarà l'espressione dell'idea": ciò, più d'un secolo
prima che Tom Stoppard, in Artista che scende una scala,
constatasse desolatamente che "l'immaginazione senza la tecnica ci
da l'arte contemporanea", e Anthony Burgess in MF ribadisse
che "l'arte prende il materiale grezzo dal mondo intorno a noi e
cerca di dargli una forma piena di significato. L'antiarte prende lo
stesso materiale e mira alla mancanza di significato".
Avere un'idea, esercitare le capacità tecniche per farla diventare
una cosa fisica e visibile, essendo ben consapevoli che, come vuole
Max Weber, "l'idea non sostituisce il lavoro. E il lavoro, da parte
sua, non può sostituire o suscitare a forza l'idea, più di quanto
non possa farlo la passione". Scrive Mark Rothko in "Possibilities",
1947: "I dipinti devono essere miracolosi; nel momento in cui uno
viene ultimato, l'intimità fra la creazione e il creatore è finita.
Egli è un estraneo. Il dipinto deve essere per lui, come per
chiunque altro lo guarderà più tardi, una rivelazione, la
risoluzione inaspettata e senza precedenti di una necessità
eternamente conosciuta". Si può dunque, e si deve dipingere e
scolpire. Si può fare anche altro, ma dipingere e scolpire si può e
si deve. Senza complessi di superiorità ma neppure d'inferiorità,
nella consapevolezza che il savoir faire dell'arte non è in
se stesso merito, ma neppure demerito. Si direbbe in un'altra
disciplina: condizione non sufficiente, ma necessaria.
A ben vedere una
storia delle avanguardie in senso fabrile è, nonché possibile,
tutt'altro che arbitraria. Si pensi da un lato ad Arts & Crafts,
alla Wiener Werkstatte, al Bauhaus e al suo richiamarsi al modello
medievale della Bauhutte, la capanna addossata alle mura delle
chiese in costruzione in cui operavano le comunità di scalpellini e
artefici che vi lavoravano (scriverà Joseph Albers che il Bauhaus si
chiamava "significativamente non casa delle arti o casa
dei mestieri o qualche altro miscuglio tra i due termini, ma
Bauhaus, cioè una Haus fur Bauen, una casa per costruire, ma anche,
di nuovo con grande modestia, per fare e per creare"). Ma,
anche esulando dalle vicende di maggior poggiatura sulle arti
applicate, si pensi anche a comunità artistiche come la Pont-Aven di
Paul Gauguin e da allora in poi molte Kunstlergemeinschaft (comunità
artistica appunto, si vuole e definisce la Brucke di Ernst Ludwig
Kirchner e compagni) e per un senso naturale del "costruire" che
diviene in certi decenni - si pensi a un Carlo Carrà o a un Mario
Sironi - addirittura parola d'ordine: ciò che manualistica d'arte
chiama gruppo, è assai più sovente e nei casi autentici comunità,
voglia rinnovata di bottega.
Nel quadro, nella scultura - ma s'è detto, anche nella fotografia e
in ogni altro esercizio tecnico dell'arte, ove la mente sia sgombra
da pregiudizi e luoghi comuni, e l'idea salda - è dunque ancora
possibile far accadere tutto, dire e significare, esprimere e dar
senso, dar forma al pensiero e all'emozione.
Avverte Antoni Tàpies nel 1958: "L'opera è frutto di una lenta
gestazione dell'artista. Egli prende per così dire l'abitudine di
pensare e di reagire per mezzo di immagini che poi, in modo quasi
inconscio, si decantano, si imprimono o si cancellano. Ma quando
crediamo di potere di punto in bianco lavorare su di una determinata
idea, ci accorgiamo che anche l'opera comanda, perché ha le sue
leggi - interne ed esterne - di sviluppo. Si ribella e ci impone
le sue condizioni come i personaggi di Pirandello. Come ovunque vi
sia vita, si svolge un dialogo tra l'autore e la materia della sua
opera. All'inizio lo scopo non è sempre chiaro: il cammino si
forma sotto i passi".
E postilla Emilio Vedova: "La nostra esigenza sarà di riscattare
i segni, i colori, da tutte le pigrizie, da tutti i vizi, per la
grande avventura: per la nascita espressiva di una nuova condizione
umana. Nell'esigenza di consegnare le equivalenze di questo nuovo
sentire, nasce la ricerca, l'inserimento di nuovi mezzi espressivi.
Vivere nella coscienza significa vivere nella tensione, per toccare
attimi di verità".
Ecco. Tutto ciò non appartiene ai decenni passati. E' patrimonio di
secoli che nessuna trouvaille di cinico intellettualismo e
nessun fuoco d'artificio di manipolazione tecnica può neppure
immaginare di sostituire. Viviamo, si sa, in tempi in cui arte è
spesso solo parlar d'arte, in una variante snob del gossip mondano.
Ci diciamo che dobbiamo apprezzare cose che esistono solo in quanto
esito di una vicenda, l'avanguardia dissolutoria e provocatrice, che
ormai simula se stessa e nulla più, ma preserva insieme una sorta di
carisma che le viene tanto dal passato "rivoluzionario" quanto
dall'essere riuscita a trasformarsi in dovere culturale, in parodia
chic, reato ridotto a simulazione, gioco mondano e socialmente
elegante.
E pensare che anche questa forma di stilizzazione non è proprio, sia
detto a disdoro di chi si sente à la
page
perché finge di
estasiarsi dei frutti del gioco postavanguardistico, l'ultima delle
novità. Già ai tempi delle prime avanguardie vere, l'impressionismo
e dintorni, Edmond e Jules de Goncourt in Manette Salomon si
scagliavano contro la deriva salottiera della ricerca intellettuale
onesta, autentica, rischiosa : "La blague, questa forma nuova dello
spirito [...] divenuta il credo farsa dello scetticismo, la rivolta
parigina del disincanto, la formula leggera e furbesca del blasfemo,
la grande forma moderna, empia e satirica, del dubbio universale e
del pirronismo nazionale".
La blague è il virgolettato intellettuale, il discorso
indiretto e già furbescamente attento a simulare il reato
dell'avanguardia strizzando l'occhio al poliziotto e al parroco
("faccio il fenomeno, ma lo sai che non ci credo neanch'io...") e
soprattutto a fare in modo da ricevere l'invito del prefetto, del
banchiere, della moglie dell'ambasciatore. E' proprio lo spirito
arguto e caustico di Marcel Duchamp a ricordarcelo: "ora si mette
l'artista al posto d'onore. Siede alla destra della padrona di casa.
E' un essere superiore, dotato di facoltà intangibili". Vivaddio,
questi teatrini vieti si possono lasciare alle pagine kulturali dei
periodici che ti fanno sentire intelligente.
C'è in giro un sacco di altra roba che si può fare, e guardare.
(Testo tratto da: “Guida
all’investimento artistico”,
edizioni Artitalia,
Milano, 2009, per gentile indicazione
dell'Autore e dell'Editore)
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data di pubblicazione in
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19/02/2011 |