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Silvia Campese
Storica dell'arte e giornalista
 

LA LEGGEREZZA DELL'ARTE CONTEMPORANEA

Gabriele Lolli, nel suo ultimo libro “Discorso sulla matematica. Una rilettura delle Lezioni Americane di Italo Calvino” pubblicato in questi giorni per Boringhieri, parla della matematica usando le stesse parole che l’autore sanremese ha rivolto alla letteratura, in una concezione che si fonda sulla filosofia e sulla scienza. Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità, i cinque temi affrontati da Calvino, sono applicabili, nella tesi di Lolli, tanto alla letteratura quanto alla matematica in un racconto dove la scientificità, intesa come arte della conoscenza, apre orizzonti nuovi ed esatti. Pensando al caotico mondo dell’arte contemporanea, sarebbe un grosso aiuto, per mettere un po’ d’ordine e soprattutto per individuare dei parametri entro cui accettare o meno la definizione di opera d’arte, poter applicare una lettura scientifica, precisa e inconfutabile, alle vaste e variegate produzioni. Un criterio ben lungi dal pensare di rimettere in relazione linguaggio artistico e forma fisico-matemcatico-geometrica, com’è avvenuto nei secoli, dalla struttura prospettica di Piero della Francesca e delle città ideali, all’Optical Art, all’Arte Cinetica e, ancora, ad autori quali il Gruppo Zero o Max Bill, dove l’opera scaturiva da una precisa formula. Un criterio, invece, finalizzato a tracciare una linea di demarcazione tra ciò che è arte e ciò che non possiede non tanto la dignità quanto l’autenticità propria della vis artistica. Un sogno impossibile a cui già Duchamp prima e il Nouveau Realisme dopo hanno risposto portandoci, sul gognometro dell’arte, prima alla tabula rasa degli zero gradi e poi ai 40° sopra Dada. Lo stesso Hans Belting, nel testo “La fine della storia dell’arte o la libertà dell’arte”, edito nel 1983 e tradotto in italiano nel 1990 per Einaudi, addentrandosi nella metodologia della storia dell’arte, aveva ipotizzato la fine di una concezione teleologica dell’arte, introdotta da Vasari, in favore di una nuova libertà che volge lo sguardo all’universale temporale. Una volontà, quindi, di emancipazione dal corso storico e dal concetto estetico di opera d’arte, così come sostenuto anche da Arthur C. Danto, professore di Filosofia alla Columbia University di New York, che parte dalla constatazione del raggiungimento di un punto di saturazione e di non ritorno raggiunto dall’arte oggi. Concetti, questi, già anticipati da Hegel che, nell’Estetica, sostenne che l’arte avrebbe raggiunto la propria fine quando, attraverso una presa di coscienza, fosse arrivata al riconoscimento della propria natura interna. Tale momento è stato raggiunto con la fine della struttura narrativa in favore di una sempre maggiore autocoscienza, spesso, come per il Concettuale, tautologica e ripiegata su un’autoriflessione. Joseph Kosuth, maestro del Concettuale, sostiene che “le opere d’arte sono proposizioni analitiche. Vale a dire, viste dentro il loro contesto, in quanto arte, non forniscono informazioni di alcun genere su dati concreti. Un’opera d’arte è una tautologia in quanto è una rappresentazione dell’intenzione dell’artista: egli dice, cioè, che quella particolare opera d’arte è arte implicando così che è una definizione dell’arte”. La condizione artistica dell’arte è, quindi, uno stato concettuale.

Danto individua un momento preciso di svolta in questo senso: gli anni sessanta, precisamente il 1964, quando Andy Warhol espone le “Brillo Boxes” sulla 74° Strada di New York, alla Stable Gallery, per un’arte da “leggere” non con gli occhi ma con il pensiero. Una presa di coscienza della propria identità, da parte dell’arte, che, citando ancora Danto, si può distinguere da un oggetto comune solamente attraverso un atto filosofico. In sintesi, un’arte post-storica, un’arte filosofica. Un’arte che utilizza le nuove tecnologie palesando non tanto una crisi dell’immagine quanto una crisi del corpo umano. In questo percorso, infatti, a smarrirsi non è l’immagine, ma l’uomo stesso nel senso fisico del proprio essere. Il corpo è sostituito dal pensiero, come progettavano i Superstudio per il Cimitero di Modena, in uno spazio dove i corpi sarebbero stati distrutti e reinseriti nel ciclo naturale, mentre a essere “conservato” sarebbe stato solo il pensiero, custodito in un calcolatore enorme con tanto di terminali per l’ascolto.

Quale ordine, quindi, si può tracciare oggi nell’arte contemporanea a termine di questa riflessione?
Probabilmente nessuno. O forse, ritornando alla matematica e a Calvino, la discriminante può essere proprio la Leggerezza. “La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città”, scriveva Calvino nelle “Lezioni Americane”.
Non so quanto questo possa essere considerato un criterio scientifico, una discriminante, e non so nemmeno quanto possa aiutare a districarsi nel mare magnum della produzione artistica dell’oggi. Ma una cosa è certa: le opere che possiedono il dono della Leggerezza sono arte e potranno entrare a pieno titolo nell’atemporale, nuova, storia dell’arte contemporanea. Sopravvivendo, come Perseo, alla pietrificazione della Medusa librandosi con i suoi sandali alati.


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data di pubblicazione in questo sito
17/02/2011

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