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Pier Luigi Senna
critico d'arte
(sito personale)

QUANTO? 

E’ un’esperienza comune a tutti coloro che scrivono d’arte, più o meno assiduamente: una nuova conoscenza su due, sentita la qualifica professionale, dopo un ooohhh! di circostanza, segnala di avere a casa un dipinto da far valutare, e formula pertanto l’invito ad una “visita di cortesia”. Pignoli come il ruolo richiede, si segnala che i cosiddetti critici si occupano del valore artistico dell’opera di un artista, mentre la valutazione commerciale, monetaria, spetta ai periti e ai mercanti. Attimo di sconcerto, cui segue il più delle volte l’obiezione che ogni valore va comunque quantificato. E’ un dato di fatto: un giudizio di qualità non si pone a sé, se non come presupposto per essere tradotto in termini quantitativi, e monetari. Del resto, tale atteggiamento mentale vale non solo per le opere d’arte: vale anche per le attività umane, e per le persone stesse. Non a caso nei convegni statunitensi di manager, i cartellini che i partecipanti esibiscono appuntati su di sé in bella vista, oltre alla foto ed al nome mostrano anche un numero: l’emolumento annuale percepito. Ciascuno vale, non per le potenzialità di sé realizzate, non per quanto si rende utile al contesto umano, ma per quanto incassa. Dal che risulta che al vertice della piramide sociale, nell’ammirazione generale del pubblico, stanno propriamente calciatori e donnine dalle varie abilità. Mezzo secolo fa si parlava al riguardo di alienazione, nel senso proprio di vendita, di mercificazione, e con tono di denuncia: ora nessuno accenna a stupire. La cosa è stata accettata, e viene condivisa. La rispettabilità sociale è solo questione di censo. Fino alla perversione, diffusa, di ammirare furbastri e malfattori che comunque accumulano denaro, per risaputamente mal guadagnato che sia.

Tiritera moralistica sulla crisi di valori? No: s’è solo voluto inquadrare il fenomeno del mercato dell’arte nel contesto generale. Attualmente non solo l’opera d’arte ma lo stesso artista è solo un “prodotto” da imporre, da lanciare con opportune strategie di marketing, non diversamente da un nuovo detersivo o cosmetico. Esperti d’arte, critici, storici, teorici, estetologi et similia sono stati soppiantati dagli art advisor, art consulter, e così via: assidui frequentatori di tutte le fiere dell’arte del mondo, attenti ad ogni minima variazione del trend, ad ogni esigua oscillazione del gusto corrente, per poter rapidamente adeguare non solo le indicazioni per gli acquisti, ma anche l’offerta alla domanda potenziale del mercato. Altro che teorie estetiche! “Le Oscillazioni del gusto – L’arte d’oggi tra tecnocrazia e consumismo” è il titolo di un ottimo saggio di Gillo Dorfles, pubblicato da Einaudi nel 1970 e riproposto nel 2004 da Skira: l’approccio è interdisciplinare e a largo raggio, ma pur sempre conoscitivo in senso culturale. L’approccio conoscitivo degli operatori attuali non è finalizzato all’analisi euristica, ma alla semplice individuazione degli articoli più appetibili da proporre alla prossima fiera dell’arte, ovunque si tenga, giacché il mercato è ormai globale, per cui giovani artisti cinesi o indiani possono rappresentare un’alternativa “conveniente” alle scuole europee o nordamericane. “C’è un trend così squisitamente modaiolo!”, è stato il commento entusiasta di un giovane nuovo gallerista milanese di ritorno da Basilea, dichiarando di non essere disposto a perder tempo e denaro a proporre mostre di nomi ormai consacrati dalla storia dell’arte, pur nei suoi ultimi capitoli. I nuovi valori guida sono l’attualità, nella sua accezione più effimera, e la commerciabilità. Il resto compete ai musei. Si vive alla giornata, più sradicati che mai, e si va alla ricerca frenetica dei giochetti più insulsi purché apparentemente nuovi da proporre all’élite festante di nuovi collezionisti.

L’anno scorso un esperto del mercato dell’arte, persona amabile e colta, stimabilissima tanto dal punto di vista professionale quanto da quello umano, tenne un ciclo di conferenze sui protagonisti recenti della scena artistica. Le conferenze seguivano uno schema bipartito: nella prima metà era analizzato l’aspetto artistico, nella seconda la realtà di mercato e le sue dinamiche. Tra gli artisti esaminati figurava ovviamente Damien Hirst, “l’artista più ricco del pianeta”, per cui lavora oltre un centinaio di “operai”, realizzatori materiali delle sue opere, collezionate dalla Famiglia Reale del Qatar come da gruppi  internazionali d’investitori temporanei, che speculano al rialzo come sul rame o sulle azioni di una finanziaria d’assalto. Vincitore a Londra, appena trentenne, del Premio Turner d’Arte contemporanea nel 1995, nel ritirarlo Hirst dichiarò: “E’ incredibile dove si possa arrivare con un quattro in Arte, un’immaginazione bacata e una sega elettrica!”.

Meriti artistici? Ha contribuito a liberare l’arte dalla soggezione alla convenzionale ricerca del bello, abbinamento dichiarato anacronistico. Ha favorito l’apertura del linguaggio artistico alle dimensioni della scienza e della tecnologia. Ha posto i suoi fruitori di fronte al problema della morte, l’ultimo vero tabù sopravvissuto nella nostra fase culturale. Non a caso, il titolo della sua opera più conosciuta, prodotta nel 1999, suona, tradotto, come: “L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo”. I più ricorderanno che si tratta di uno squalo tigre di quattro metri, imbalsamato e conservato in formalina, vale a dire una soluzione acquosa al 37% di aldeide formica. A sua volta, lo squalo stesso è una figura evocatrice di morte, data la sua pericolosità per gli esseri umani che lo incontrino nel suo habitat, ed è qui bloccato nell’istante in cui perde la vita per diventare reperto: l’ingresso nella morte posto in vetrina.

Nulla da eccepire. Salvo il fatto che alcuni ricorderanno che nel nostro orticello, a Milano, un allora ancor poco conosciuto giovane artista, Giovanni Valentini, vinse nel 1971 un Premio San Fedele con un progetto dal titolo “Tecnologia dell’ibernazione”. Il premio constava in una mostra personale organizzata dall’Ente promotore, poi realizzata in collaborazione con l’Università di Pavia e consistente in una serie di piccoli animali presentati sotto azoto liquido. Tutte le motivazioni artistiche citate per Hirst erano già applicabili per l’opera di Valentini, più di un quarto di secolo prima. Le differenze stavano nella tecnica conservativa, nelle dimensioni dei reperti,  e soprattutto nel fatto che per  Valentini, allora, nessuno pensò ad una possibile operazione economica collegabile. Per Hirst intervenne Charles Saatchi a finanziare con cinquantamila sterline la realizzazione dell’opera, per poi rivenderla a Steven A. Cohen per una decina di milioni di dollari. Per Valentini nessuno fiutò un possibile affare e la sua azione scomparve nel novero delle sperimentazioni, delle bizzarrie dell’avanguardia artistica, di cui è arduo trovare traccia.
Hirst, all’opposto, ha appena inaugurato la Gagosian Gallery di Hong Kong: la mostra è in corso, come lo è quella a Firenze, a Palazzo Vecchio, mostra questa di un’unica opera, sempre legata alla morte: “For the Love of God”, il famoso teschio umano a grandezza naturale, tratto dal vero, fuso in platino e tempestato di ottomilaseicentoun brillanti. Valore dichiarato cinquanta milioni di sterline; prezzo d’ingresso alla mostra, che durerà oltre cinque mesi, dieci euro.

Capricci della Fortuna? No, potenza dei mercanti e delle speculazioni. E l’arte che c’entra? Ovviamente, è solo un mezzo, un campo d’azione per scorrerie finanziarie. Hirst è solo un esempio, non la pietra dello scandalo: è solo un caso eloquente. Chi non è Hirst, né Saatchi, né Gagosian cosa può fare? Continuare a fare arte, studiare arte, parlare d’arte, ammirare arte, proporre arte: Arte vera, possibilmente organizzandosi per non rimanere una Vox clamantis in deserto, isolata e ignorata.


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data di pubblicazione in questo sito
03/03/2011

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