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Giorgio Seveso
critico d'arte e giornalista
(sito personale)
PER UNA CRITICA
DEL CONCETTO DI ARTE CONTEMPORANEA
Un problema del quale sembrano essere pochi ad
accorgersi e preoccuparsi in questi anni è quello dell'accezione
assunta dall'aggettivo contemporaneo per ciò che riguarda
l'arte.
Nella nostra cultura, il senso comune ormai larghissimamente
prevalente considera arte contemporanea non tutto ciò che oggi viene
esplorato e realizzato, bensì solo un particolare
insieme di linguaggi, di modalità e di tendenze rispondenti a
caratteristiche tecniche e linguistiche date:
quelle, e non altre.
L'arte, in questa accezione diffusa, è dunque considerata
contemporanea solo per via di stile, di forma, di gergo
condiviso ed esclusivo; per via di appartenenza a scelte di gusto, a
qualità di scuola o di linea. Arte contemporanea, dunque, come
sistema che pregiudizialmente esclude con i suoi meccanismi pervasivi ogni
tendenza non omologata, considerando la deroga come indizio di
scarsa qualità o come eclettismo nostalgicamente legato alla
tradizione.
O - ancora e peggio - come pratica estetica priva di reali rapporti
con lo spirito dei nostri tempi. Ma putroppo, oggi l'esprit du temps manque d'esprit...
Rispetto a una simile limitativa concezione del contemporaneo,
occorre ribellarsi. Occorre fare agire tutta la passione e l'energia
plastica e poetica dei moltissimi artisti di oggi che non intendono
partecipare alla gran fiera mediatica di mercati e vanità, di mode
culturali e complicità con i cartelli internazionali
affaristico-museali occupati a orientare le linee prevalenti di
scelta delle grandi istituzioni odierne della fabbrica dell'arte.
Occorre, insomma, affermare che è contemporanea, di pari dignità e
valore, ogni operazione espressiva condotta ora, purché capace di
mostrare compiutamente il frutto di un talento reale, un risultato plasticamente
e poeticamente valido, una sostanza autentica del fare e
dell'immaginare.
Se è di qualità, se è opera
eseguita in questi anni, a
prescindere dal linguaggio impiegato, dal suo grado di omologazione
alle tendenze prevalenti, dall'età anagrafica del suo autore,
bisogna ricordare a tutti che tale
opera d'arte è opera d'arte contemporanea. Quando
nel 1906
Cézanne morì aveva 67 anni: era il più contemporaneo tra le
centinaia di suoi colleghi
giovani
e giovanissimi che sgomitavano nei salotti forzando il loro talento
per andare incontro pompieristicamente ai gusti dei collezionisti borghesi.
Oggi è di lui che ci ricordiamo e che ritroviamo con emozione, non
loro...
E che dire di Van Gogh, considerato talmente poco contemporaneo
dai suoi contemporanei da non avere, in vita, quasi mai venduto un
quadro?
Insomma, di un giudizio come questo dobbiamo farci promotori in ogni sede, dobbiamo persuaderne
gli operatori decisionali del nostro settore.
Slegare il concetto di contemporaneo dalle mere scelte di
adeguamento stilistico o di pertinenza formale,
ricollegandolo con passione e lucidità al valore estetico e poetico dell'opera significherà
contribuire a sbloccare
l'universo delle istituzioni artistiche italiane, sia pubbliche che
private, oggi ingolfate dall'allineamento al pensiero unico anche
qui dominante. Significherà bruciare gli alibi e le cattive pratiche
della grande maggioranza degli amministratori, assessori,
direttori, curatori, divulgatori, operatori ecc. da anni
passivamente spalmati sull'acquiescienza all'effimero della moda
più recente, sull'adeguamento alle logiche della grande industria
dell'intrattenimento, sul contrabbando internazionale delle armi di distrazione di massa.
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data di pubblicazione in
questo sito
01/01/2011 |