© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235
NON IN
MIO NOME,
PREGO
La 58° Biennale di Venezia e
qualche questione di principio
So
bene
che
secondo
l’orientamento
attuale
di
certi
ambienti
artistici
il
titolo
di
questo
scritto
dovrebbe
suonare
qualcosa
come:
“
Please,
not
in
my
name
”.
Ma
poiché
la
penso
anch’io
come
Corrado
Augias
circa
il
vezzo
di
intercalare
con
l’inglese
scrivendo
e
parlando,
prendetela
così.
Cioè
prendetela
in
italiano,
come
preghiera
di
segnare
una
distanza
esplicita,
una
differenza
dichiarata
tra
l’opinione
di
chi
scrive
queste
righe
(e
magari
anche
di
molti
che
hanno
la
bontà
di
venirle
a
leggere
dalla
rete)
da
una
parte
e,
dall’altra,
quella
di
tutto
l’intruppato
gregge
dei
celebranti
dell’arte
oggi
prevalente,
che
siano
estatici
ammiratori
partecipanti
o
passivi
e
attoniti spettatori subenti.
Ma
perché
marcare
già
dal
titolo
le
distanze
da
ciò
che
in
questi
mesi
si
è
visto
nelle
sale
della
nostra
massima
istituzione
contemporanea
di
arte
plastica
e
visiva?
Perché
farne
quasi
una
questione
di
principio,
pur
senza
pregiudiziali,
pur
non
rinunciando
a
considerare
e
soppesare
le
cose
che
si
sono
viste,
alla
ricerca
di
qualche
segnale di ripresa?
La
risposta
è
tragicamente
semplice,
immediata.
Perché
negli
interventi
pressoché
generali,
e
soprattutto
nel
“Padiglione
Italia”,
il
clima
complessivo
che
si
respira
–
ahimè
–
è
la
reiterazione,
pedissequa
e
disarmante,
della
stessa
tendenza,
degli
stessi
linguaggi,
delle
stesse
inconsistenze
ludico-concettual-giovanilistiche
che
da
noi
decennio
dopo
decennio,
da
quasi
un
secolo,
vengono
separando
i
fatti
dell’arte
dall’immaginario
delle
persone
e
dalle
circostanze
reali
del
presente.
E
vengono
soprattutto
segnando
una
cesura
incomprensibile,
una
spaccatura
barbarica,
un
violento
abbandono
di
ruolo
e
di
senso,
tra
l’arte
di
ieri
e
d’avantieri
nei
suoi
percorsi,
nelle
sue
evoluzioni
e
rivoluzioni,
nelle
sue
plurime
“storie”
intrecciate,
e
l’arte
prevalente
di
oggi,
in
un
rovesciamento
disastroso
che,
senza
“consecutio
temporum”,
senza
radici
e
senza
causalità,
tende
a
consegnare
irrimediabilmente
l’opera
alla
sua
mera
reificazione,
pensandola,
vivendola,
proponendola,
“agendola”
in
definitiva
–
come
un
oggetto,
uno
spettacolo,
un
evento
–
solo
sul
piano
della
mercificazione e della speculazione economica.
Anzi,
su
questi
disvalori
si
è
assistito
quest’anno
direi
alla
concentrazione,
alla
distillazione,
all’esaltazione
acritica
e
incondizionale
dei
tratti
peggiori
di
questa
vera
e
propria
ideologia
dell’arte
contemporanea.
Le
testimonianze
e
le
varie
letture
che
seguono
ne
segnalano
vari
aspetti,
dal
grottesco
al
modaiolo
che,
in
qualche
modo,
segnano
per
me
punte
mai
ancora
toccate
sul
piano
dell’inconsistenza
culturale e dell’insignificanza estetica.
Ecco.
Volendo
dirla
in
altro
modo,
di
fronte
alla
Biennale
di
quest’anno
questo
mio
(nostro?)
“chiamarsi
fuori”
da
una
simile
complessa
ed
epocale
deriva,
da
una
tale
alluvionale
marea
montante
dell’esclusivo
inseguimento
del
nuovo,
dello
spettacolare,
del
clamoroso
e
del
superficiale
assume
qualcosa
di
ideale,
il
valore,
ma
anche
il
peso,
di
una
testimonianza
da
rendere
accesa,
di
una
battaglia culturale da combattere.
Non
è
questione
di
nomi,
bensì
di
valori
e
di
senso.
Rispetto
ai
problemi
terribili
che
le
donne
e
gli
uomini
si
trovano
davanti
nel
loro
quotidiano,
di
fronte
ai
drammi
immani
che
ci
crepitano
accanto
e
che
soprattutto
si
vengono
preparando
nel
futuro
prossimo
come
molle
caricate,
dinnanzi
al
destino
oscuro
che
stiamo
fabbricando
per
il
nostro
pianeta
e
per
l’umanità
e
che
sembriamo
incapaci
di
modificare,
c’è
un’immagine
che
si
ostina
a
venirmi
in
mente
ripensando
alle
carrettate
di
sciocchezze
e
giochetti,
di
corbellerie
e
infantili
seriosità
viste
a
Venezia.
É
quella
dell’orchestra
del
Titanic
,
che
suona mentre la nave lentamente affonda…
E’
un’immagine
che
ha
relazioni
ed
echi
simbolici
anche
con
la
scelta
che
è
stata
fatta
di
mettere
il
peschereccio
affondato,
con
il
ricordo
dei
suoi
morti,
come
supposto
«monumento»
del
presente,
come
livida
imitazione
di
ciò
che
dovrebbe
essere
un’opera.
Se
ne
occupa
molto
acutamente
De
Micheli
qui
su
queste
stesse
pagine.
Mi
pare
metafora
della
sconsolante
realtà
di
gran
parte
dell’arte
contemporanea,
di
questa
sorta
di
planetaria
panzana
che
per
molti
è
divenuta
l’unica
arte
sulla
scena:
un’arte
di
cinici
pifferai,
che
travolge
verso
alluvioni
di
volgarità
e
inconsistenza
anche
le
molte
cose
buone
che
contiene,
rendendo
per
di
più
quasi
invisibili
i
fatti
artistici
di
segno
diverso
che
pur
continuano
ad
operare
nel
presente.
Un’arte,
soprattutto,
che
di
fatto
costituisce
e
alimenta
una
enorme,
gigantesca,
ipertrofica,
pantagruelica
“bolla
speculativa”,
sia
economica
che
soprattutto
culturale,
sulla
quale
crescono
e
s’ingrassano
tendenze
e
personaggi
ambigui
e
senza
scrupoli,
specchio
e
copia
conforme
dei
disvalori
di
una
civiltà
che
si
regge
ormai
sull’apparenza
più
che
sulla
sostanza,
sul
consumare
più
che
sul
vivere
realmente.
E
che,
soprattutto,
tende
in
definitiva
a
distrarre,
a
esorcizzare,
a
intrattenere,
a
“cambiare
discorso”
con
una
ottusa
stravaganza di facciata e falsi intellettualismi provinciali.
Altro
che
l’intenzione
dichiarata
nell
titolo
che
è
stato
dato
dagli
organizzatori
alla
Biennale
e
che,
ovviamente
in
inglese,
suona
“
May
you
live
in
interesting
times
”,
cioè
l’augurio che “Tu possa vivere in un tempo interessante”!
opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
di Giorgio Seveso
Giorgio Seveso
Critico d’arte, curatore e giornalista, vive e opera
a Milano dal 1969. Fondatore e conduttore di
questo blogMagazine, è stato critico de l’Unità per
oltre vent’anni. E’ nato a Sanremo nel 1944.