30/06/2020
UNA LETTERA
L’artista dovrebbe provare a parlare, a dare
testimonianza
di Gioxe De Micheli
Caro Giorgio,
apprezzo
sempre
davvero
tanto
questa
tua
indomita
voglia
di
mantenere
vivo
un
rapporto
con
le
“cose”
dell’arte,
con
gli
artisti,
i
loro
problemi,
il
loro
modo
di
confrontarsi
con
la
contemporaneità.
Dunque,
come
da
te
richiesto,
proverò
a
fare,
in
breve
sintesi,
“qualche
considerazione”
su
quello
che
ci-mi
è
capitato.
È
vero,
in
questa
“nicchia
di
privilegio”
che,
malgrado
tutto,
è
ancora
l’Occidente,
nessuno
si
sarebbe
aspettato
la
catastrofe
che
abbiamo
vissuto.
Una
catastrofe
che,
nonostante
la
“nicchia
di
privilegio,”
ha
fatto
migliaia
di
morti
e
che
in
altre
parti
del
mondo
si
è
abbattuta,
si
abbatte,
come
un
evento
di
proporzioni
bibliche.
Abbiamo
guardato
con
le
lacrime
agli
occhi
le
colonne
di
camion
militari
che
trasportavano
le
bare
e
l’abnegazione
di
chi
ha lottato contro il virus. E l’artista? Cosa fa, cosa dice l’artista?
Ecco,
l’artista
che
tenta
di
non
restare
muto
davanti
alla
brutalità
e
all’indifferenza
del
presente
dovrebbe
provare
a
parlare,
a
dare
testimonianza.
E
qui,
caro
Giorgio,
devo
giocoforza
riferirmi
a
me
stesso,
riferirmi
a
quello
che
è
stato
ed
è
il
mio
“rapporto
creativo”
con
la
pandemia.
Premetto
che
i
mesi
di
isolamento
non
mi
hanno
in
alcun
modo
creato
ansie
o
angosce
claustrofobiche.
Il
dramma
vero
e
tangibile
era
fuori
dalla
porta.
Ho
cominciato
timidamente,
con
qualche
disegnino,
qualche
gouaches
su
materiali
di
recupero,
ho
usato
soprattutto
carte
e
cartoni.
D'altronde
i
negozi
di
Belle
Arti
erano
chiusi,
e
alla
fine
ho
dovuto
persino
comprare
la
trementina
on-line.
Il
tema
della
mascherina
l’ha
fatta
da
padrone,
ma
mi
sono
arrivate
anche
strane
suggestioni
e
reminiscenze.
Una
notte
ho
sognato
Egon
Schiele
e
la
giovane
moglie
morti
di
spagnola
nella
loro
casa,
e
a
loro
ho
dedicato
una
serie
di
immagini,
infine
ho
buttato
giù
un
gruppetto
di
studi
per
un
futuro,
possibile,
dipinto
130
x
200.
Una
sorta
di
parabola
della pandemia.
Il
giovane
istruttore
che
mi
costringe
a
un’ora
di
ginnastica
una
volta
alla
settimana
mi
ha
chiesto
a
cosa
o
a
chi
fosse
destinato
tutto
questo
lavoro.
Ho
un
po’
esitato
e
poi
ho
risposto
che
non
avevo pensato a nessuna destinazione in particolare.
Bene,
allora
perché
ho
lavorato?
Non
certo
per
il
mercato
che,
almeno
per
quel
che
riguarda
l’arte
di
immagine,
è
morto
e
sepolto,
e
non
so
se,
sotto,
sotto,
ho
lavorato
con
la
speranza
di
piacere
o
di
essere
ricordato
dai
posteri.
No,
ho
lavorato
perché
“me
lo
ha
ordinato
il
medico”.
Mi
ha
detto:
“È
per
la
tua
salute!”.
E, come si sa, quando c’è la salute c’è tutto!
Un abbraccio, Gioxe