Lei non se ne intende... Qualche anno fa mi trovavo nella Sala Napoleonica di Brera dove era allestita una mostra di Joseph Beuys. Dopo un giro attorno alle sue opere (vecchie lavagne di scuola graffite col gesso, slitte da neve, limoni con fili elettrici, e così via) mi sono messo davanti all'estintore della sala. Fisso. Immobile. Sguardo pensoso. Dopo cinque minuti un signore mi ha pregato di spostarmi per meglio vedere e dietro di lui c'erano altre due persone con occhi scrutanti. Il colmo è stato raggiunto quando quella medesima persona si era lamentata all'uscita perché l'estintore non era in catalogo. Facile, direte voi, fare ironia sulla paccottiglia contemporanea. Facile? Mica tanto. Provate a sostenere questo argomento nei luoghi che ospitano o dove si discute d'arte contemporanea: bene che vi vada avrete dei sorrisetti di compassione. A me è capitato in una riunione dei Lyons in un lussuoso albergo milanese dove tenevo una conferenza sull'evoluzione della figura professionale dell'artista. Sono stato verbalmente aggredito da un piccolo editore milanese che chiuse il suo intervento arrischiando il classico ricatto: "Lei non se ne intende di arte contemporanea". Aggiunse (non so bene perché) che io ero in malafede. Il che vuol dire, secondo un andazzo televisivo contemporaneo, che quando non si hanno argomenti, si passa all'insulto. Vi risparmio le mie risposte (...competenti) perché la cosa curiosa è che al termine della riunione molti sono venuti da me a complimentarsi , alcuni dicendomi: "Finalmente uno che parla chiaro". Al che ho chiesto agli interlocutori perché non erano intervenuti, visto che li avevo convinti. La risposta era che non volevano passare per ingenui di fronte ai loro amici. Siccome l'ultima Biennale era stracitata dal mio polemico interlocutore, ho fatto l'esempio dell'opera di Klara Lidén, artista svedese che vive in Germania. Alla biennale ha esposto, tra l'altro, un cestino dei rifiuti. Un vero cestino dei rifiuti, al punto che qualcuno ci ha gettato la carta. Ma anche questa indifferenza tra l'ordinario e l'artistico non persuadeva l'interlocutore, che sosteneva che l'ultima biennale aveva ospitato di tutto (e dappertutto in Italia con le mostre in diversi capoluoghi) e quindi c'era spazio per ogni espressione ed il meglio sarebbe emerso. A parte che  esporre un cestino cento anni dopo la latrina di Duchamp non vuol dire essere "avanguardia", ma semmai "riciclatori" di un dadaismo ormai stanco, senza neppure l'ironia di capovolgerlo come fece Duchamp con il cesso. L'affollamento dell'ultima Biennale ha semmai permesso al curatore di levarsi ogni responsabilità nella scelta, perpetuando così l'andazzo di moda che avrebbe voluto contraddire. Sarà infatti la solita cricca a gestire con profitto cianfrusaglie di basso costo ad un prezzo con valore aggiunto altissimo, ricattando gli spettatori con la frase: "Lei non se ne intende d'arte contemporanea". Come bene dice Jean Clair nel suo ultimo testo (L'inverno della cultura), anche nelle scuole d'arte si è persa ogni disciplina, ogni regola, ogni estetica, con il professore che dice agli studenti: "Esprimetevi, lasciatevi andare...", ma per andare dove? A far cosa?
CARLO ADELIO GALIMBERTI Pittore, vive e lavora tra Lodi e Milano.
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