La Biennale c’est moi ! Da qualche decennio, soprattutto da quando mi sono incaponito a riscrivere molti capitoli della storia dell'arte a partire dalla metà dell'Ottocento, ho sempre in mente  il pensiero di Renzo Federici che nel 1967 mi parve, allora giovane pittore, duro e incomprensibile. In un passo di una lettera, Federici annotava un'epitome velenosa sulla grande rassegna fiorentina voluta da Ragghianti dopo l'alluvione (Arte moderna in Italia 1915/1935) scrivendomi che la mostra di Palazzo Strozzi era "una sorta di massacro indiscriminato" e aggiungeva: "Se l'arte tra le due guerre aveva dei peccati, stia sicuro, qui li sconta: è l'ecatombe di un ventennio. Che Iddio li perdoni tutti quanti. A quelli della mia generazione non rimane nulla (come quando, all'apertura del testamento, si scopre che il padre ha sperperato tutto)". Eppure quell'opinione così inesorabile e definitiva è sempre più calzante e attuale. Applicabile ormai ad uno sfilacciato e deprimente testamento umano che implica ogni settore della nostra vita civile, sociale e culturale. Di fronte allo sbando delle urgenze planetarie eluse e alle fraudolente certezze omologate e dilaganti dei modelli socio-culturali-economici appare marginale - se non superflua - perfino l'idea di un rifiato del dibattito artistico. Non che manchino le ragioni e le impellenze di un progetto d'urto nei confronti delle lobbies che pilotano il mercato, le tendenze, le scelte museali e tessono, nel contempo, perfette strategie mediatiche supportate da un baldanzoso corollario di protesi esegetiche. E su questi imbrogli si sono stratificate anche le concrezioni storiche di tante letture artistiche convenzionali e scorrette insieme agli attuali ingombri delle sollecitazioni mitopoietiche che hanno infestato anche il mondo dell'arte moderna e contemporanea. Allora, quella diagnosi impietosa di Renzo Federici non si può che applicarla ai nostri giorni. Così anche alla mia generazione "non rimane nulla" se non l'illusione di aver speso la vita a rincorrere, con la necessità interiore delle utopie, un progetto che confinato nel recinto dell'arte e della cultura sembrava ingenuamente immune, malgrado l'andirivieni delle esaltanti certezze e dei bruschi cedimenti, da qualsiasi pressione o manipolazione esterna. Senza cedere alla rassegnazione e all'inevitabile amarezza, ma con rigore e lucidità dovremmo accumunare  i danni e gli imbrogli di tanta infame figurazione - che abbiamo tollerato o condiviso - all'imperante stupidità delle tendenze artistiche più sponsorizzate che dominano il panorama artistico mondiale dell'arte contemporanea. Il "massacro" è appunto "indiscriminato" e orizzontale. A questo va dunque sommata impietosamente anche l'orizzontalità della Biennale pensata da Vittorio Sgarbi. Se pareva lodevole una rassegna sottratta alle pressioni critiche e mercantili ("L'arte non è cosa nostra"; oppure: "questa è la Biennale degli artisti") fino a lambire il disegno di "un'operazione maoista" per poi snocciolarsi in un prodigo e sventato rosario geografico, affollato da qualche migliaio di improbabili artisti, presunti maestri, ecc., lo scrivente compreso. Un "massacro indiscriminato", appunto, che forse resterà un documento (catalogo permettendo, se e quando uscirà) per censire, con alcune esclusioni e qualche defezione, la situazione dell'arte in Italia fra l'ultimo Novecento e l'inizio del secondo millennio affidando al rimbalzo visivo di un'unica opera, dopo un estenuante elastico temporale -  iniziato a febbraio - fra progetti ambiziosi, rinvii, incarichi e dimissioni, il compito di assegnare dignità e prestigio a una marea informe di artisti. Per quel che ho potuto vedere nel Padiglione Italia della Regione Toscana, equamente diviso tra Villa Bardini e Pecci, c'è poco da dire sulle opere o sulle presenze se non rilevare il silenzio dei media, la scarsa visibilità, l'indifferenza dell'amministrazione comunale e dell'establishment museale e culturale di Firenze che hanno ignorato, forse di proposito, la rassegna. In fondo l'occasione artistica non era che la cornice di un evento mediatico la cui centralità estetico-culturale andava trasferita dalle opere a quella del curatore. La Biennale c'est moi ! Si tratta davvero di un'altra occasione mancata.
MARCO FIDOLINI Pittore, incisore e saggista. E’ nato a S.Giovanni Valdarno nel 1945, dove vive e lavora.
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Marco Fidolini, autoritratto
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