Biennale, una realtà desolante Questa Biennale appena conclusasi avrebbe dovuto, nelle intenzioni, rompere la casta dell'ufficiale sistema dell'arte che per diversi decenni, e sino ad ora, ha escluso gran parte della ricerca degli artisti. Abbiamo di fronte infatti un sistema dell'arte che subordina gli artisti italiani (almeno nella maggioranza), le loro intenzioni e la loro ricerca ad un confuso senso esterofilo che contagia anche chi dirige istituzioni pubbliche tenute in piedi, come sappiamo, dai soldi dei contribuenti. Il sistema dell'arte oggi dominante, in adesione all'attuale società della superficie, esclude per scelta l'inconscio ed esalta invece una fredda creatività, il cui trionfo segna proprio la morte dell'arte stessa e delle le spinte creative più autentiche, quelle che nascono da una profonda necessità. Inoltre questo dilagare di una stanca creatività continua a ripercorrere per automatismo quel processo interdisciplinare del '900 in cui ogni disciplina, cedendo parti di sé alle altre, sacrifica la propria forza testimoniale sull'altare ideologico di un'improbabile unità della poesia. Infine nell'attuale sistema dell'arte il valore dell'opera in sé è irrilevante e viene sostituito dal plusvalore che deriva dall'impatto espositivo, mentre il giudizio sull'opera ha, come unico referente, il grado d'incidenza che essa raggiunge sul buon esito dell'affare. Questa Biennale avrebbe potuto essere una preziosa occasione per favorire la reidentificazione della natura e della funzione sociale dell'arte oggi, portando alla luce le nuove tensioni che spesso, nella zona grigia della emarginazione, attraversano la così detta vecchia pittura, consentendole così di contrapporsi ad un sistema dell'arte ormai stanco, vuoto e ripetitivo. Questa Biennale, dunque, avrebbe potuto essere l'occasione per cercare di ricomporre una nuova modalità di giudizio, identificando l'originalità dei processi ed evitando con cura stanche ripetizioni di forme logore di concetti e di codici già conclusi. Sarebbe stato anche opportuno evitare una dannosa commistione della pittura con quelle esperienze la cui modalità creativa è già omologata nell'ufficialità del sistema dell'arte perché la loro presenza in questa Biennale ne ha indebolito l'intenzione alternativa dichiarata. Purtroppo l'attuale Biennale non ha colto l'importanza inedita che va assumendo il processo dell'arte che si fonda sulle dimensioni introspettive della personalità oggi esiliate dalla società. Non ci si è accorti, infatti, che tale tipologia dell'arte va assumendo una nuova funzione che consiste nell' essere portatrice di una visione del mondo alternativa a quella che ci offre oggi la filosofia degli scambi sociali, cui invece è organico il così detto "sistema dell'arte". Forse il Curatore di questa Biennale, consapevole dello sfaldamento dei vecchi criteri di giudizio, si è detto: " Faccio emergere tutta la produzione possibile, che poi la gente giudicherà senza filtri interpretativi". Ma purtroppo il sistema delle infinite raccomandazioni ha prodotto un filtro comunque giudicante, che ha imposto comunque una selezione, nella maggior parte dei casi motivata da ragioni estranee all'opera. Inoltre, su un'operazione di rottura degli schemi ( cioè quella di affidare le opere allo spontaneo giudizio della gente) è pesata invece l'ombra della diversificazione dei segnalatori. Gli intellettuali hanno segnalato i nomi per l'Arsenale, e quindi per la sede storica della Biennale, ossia quella che attrae un pubblico internazionale. I critici, invece, hanno segnalato artisti per le sole sedi regionali: quindi una serie A e una serie B. E questo non è forse un giudizio? O meglio non è forse un pregiudizio? Di conseguenza si può dire che il sistema globale delle raccomandazioni che domina questa Biennale ha finito con l'abbassare il livello dei criteri selettivi, che appaiono così ancora più confusi di quelli adottati dallo stesso sistema dell'arte in cui, se non altro, agisce il parametro del mercato. Mi rendo conto che la mia obiezione si presenta come molto parziale di fronte ad una Biennale universalistica, ma non si può non rendersi conto che essa di fatto riconferma le gerarchie consolidate. Tanta confusione, dunque, per il convergere di molte intenzioni, di moltissimi interessi e di molte superficialità. Ma tutto questo non è forse lo specchio fedele della torbida palude ormai così estesa da caratterizzare gran parte dell'intera società italiana? Quindi a questo punto io desidero ringraziare il curatore della mostra per aver messo a nudo lo stato delle cose. Se si è nella palude non si può evitare di camminare nel fango. Questa è ormai per i molti una verità assoluta. Per quanto mi riguarda, dopo cinquant'anni di ricerca incessante, mi sono reso improvvisamente conto di far parte di una zona grigia non identificata, o non più identificata. Così mi sono reso conto che un rifiuto mi avrebbe confuso con quelli che escludono da molti decenni artisti reali i quali, per il loro radicamento in una verità, non sono utili alle strategie stagionali del mercato di faccendieri arroganti che reiterano le loro nenie noiose, vuote sotto gli abiti enfatici di un intellettualismo snob. Ho compreso di dovermi comportare come uno che inizia di nuovo e che spera che sia la propria stessa opera in sé, per la sua stessa presenza, a garantirgli di essere identificato. Ho compreso che qualsiasi dichiarazione teorica che avesse chiarito le ragioni di un rifiuto a partecipare da parte di chi non avesse avuto appoggi o potere, sarebbe stata del tutto obsoleta. Oggi è l'autorità del potere che dà peso al proprio eventuale pensiero, e non viceversa, come io ho creduto per tutta la vita. Oggi il pensiero non ha più né credibilità né funzione, se pretende una propria autonomia fuori da uno stretto rapporto con i corpo e con lo status quo sociale. Sento quindi il bisogno di ringraziare Sgarbi perchè ha fatto vera cultura nel momento in cui ha rappresentato senza veli lo stato delle cose e l'assenza di giudizio. Poi io in particolare lo ringrazio per la dura lezione di realismo che ha resi consapevoli i sognatori come me che la sveglia ha già suonato da tempo. Dal  blog  "I colori e il tempo" di Ennio Calabria su l’Unità online con il consenso dell'autore:
ENNIO CALABRIA Pittore. Vive a  Roma. E’ nato a Tripoli nel 1937.
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Ennio Calabria, "Autoritratto"
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