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GIORGIO DI GENOVA Storico dell’arte, giornalista,  scrittore, già docente di storia dell’arte, critico e curatore, è nato a Roma, dove vive e lavora, nel 1933. Tra le altre opere, è autore della monumentale Storia dell’Arte Italiana del 900  per generazioni, edita in 10 volumi da Bora di Bologna.
Giorgio Di Genova
LA BIENNALE  2011 E  LO  STATO  DELL'ARTE  ITALIANA Da circa cinquant'anni il Padiglione Italia della Biennale di Venezia subisce varianti, in un'alternanza di iperboliche diastoli  e striminzite sistoli,  fino (in alcuni casi) addirittura a scomparire come entità a sé. Si è cioè passati dagli oltre 60 artisti della 32° Biennale del '64, scomunicata per la presenza di opere di Vacchi, Fieschi, Baj e Calabria, ai 3 (Cattelan, Cucchi e  Spalletti) della 47° edizione del '97 fino alla totale eliminazione del Padiglione Italia, ancorché alcuni artisti italiani erano inseriti nella mostra generale, nella 53° edizione del 2009. Nell'ultima Biennale veneziana il curatore Vittorio Sgarbi, per onorare il 150° dell'Unità d'Italia, è andato al di là di queste oscillazioni, superando ogni limite con lo spalmare il Padiglione Italia non solo, oltre Venezia, in ogni regione, ma addirittura all'estero. L'intenzione iniziale era emulare i Mille di Garibaldi, che avviarono appunto la riunificazione dell'Italia. Ma, si sa, l'appetito vien mangiando e, dopo vari aggiustamenti, Sgarbi è giunto, con i circa 700 artisti disseminati nei 12mila metri quadrati della Sala Nervi nell'happy end di Torino, a sfiorare il numero di 4mila artisti, confermando così quell'orizzontalità da me adottata nella mia Storia dell'arte del '900 per generazione,  a cui pubblicamente il critico ferrarese aveva dichiarato di ispirarsi. Naturalmente con criteri differenti, sia di metodo  che di cronologia. Infatti ha limitato gli inviti agli anni 2001-2011 e, sotto il titolo Lo stato dell'Arte, ha suddiviso il Padiglione Italia in ben 4 sezioni. La prima è stata L'arte non è cosa nostra, comprendente le opere di artisti indicati da oltre 200 intellettuali ed allestita all'Arsenale di Venezia. Le altre sono state Accademie di Belle Arti, riservata, su segnalazione dei docenti, ai diplomati delle Accademie nell'ultimo decennio e allestita sempre a Venezia alle Tese di San Cristoforo, Arsenale Novissimo; Regioni d'Italia, con mostre nelle 20 regioni italiane, alcune delle quali in più città, fino a 4, com'è stato in Abruzzo, ma per quanto attiene alla Sicilia solo a Siracusa, essendo saltata quella prevista a Palermo per mancata concessione di una sede espositiva (alcuni che vi dovevano esporre sono stati recuperati nella "coda"  di Torino, cui s'è riparato al buco del Piemonte, come dirò poi), e infine Istituti italiani di Cultura nel mondo, con artisti italiani residenti nei paesi delle sedi degli 89 Istituti segnalati dai relativi direttori e invitati dall'apposita commissione operante presso il Ministero degli Esteri, nella quale ero coinvolto, come pure in quella delle mostre regionali. Era stata programmata anche una mostra di artisti stranieri residenti in Italia, per la quale avevamo, come chiesto da Sgarbi, segnalato diversi nomi. Ma purtroppo questa ulteriore sezione del Padiglione Italia è naufragata per mancanza di spazi espositivi. Ho con convinzione aderito al progetto di Sgarbi, che per l'inedito e variegato censimento della produzione artistica italiana consideravo innovativo e per certi aspetti storicamente davvero unico, in quanto per la sua capillarità e ampiezza offriva ad artisti validi, che difficilmente - per le solite ragioni di mercato e di unilateralità di certi esponenti della critica - mai avrebbero avuto la possibilità di partecipare alla Biennale. E per tali ragioni ho accettato di far parte delle commissioni preposte alle mostre Istituti italiani di Cultura nel mondo e Regioni d'Italia. L'idea di Sgarbi era una provocazione  molto creativa. Ma come tutte le imprese così ampie e complesse richiedeva, oltre che una condivisione meno conflittuale (anche politicamente, da parte delle Amministrazioni regionali e/o cittadine), molto più tempo, e  soprattutto una direzione ed un'organizzazione molto più controllate, cosa che il curatore, in troppe altre faccende affaccendato, non è riuscito onorare. E ciò in taluni casi, per troppo delegare e per mancanza della  necessaria oculatezza nelle scelte dei collaboratori (e mi riferisco all'inadeguata professionalità ed a comportamenti troppo autoreferenziali di diversi incaricati da Sgarbi preposti  all'attuazione delle mostre regionali), s'è rivelato una sorta di boomerang, come attestano le regioni Abruzzo, Calabria e soprattutto Piemonte, che per i drastici interventi dell'incaricato, Vittorio ha voluto sospendere, per poi recuperare al buco (ed infatti nel catalogo Lo stato dell'Arte. Regioni d'Italia, il Piemonte è assente e dal Molise si salta alla Puglia) con la mostra della Sala Nervi da lui stesso definita una "sorta di comunità di Sant'Egidio dell'arte". Faccio qualche esempio del mancato controllo organizzativo. Il pomeriggio dell'inaugurazione a Palazzo Venezia della Regione Lazio, dopo aver lamentato che a Gabriella Di Trani, la quale aveva preparato un ambiente di mq. 3x3 (infatti nelle riunioni di avvio si era stabilito di mettere a disposizione di ciascun invitato 3 metri lineari o quadrati), era stato impedito di esporre l'ambiente, mentre alcuni degli artisti portati dallo sponsor Emanuele F. M. Emanuele avevano opere che superavano i 3 mq. (Tommaso Cascella, p.es.) ed altri erano addirittura artisti extra Regione Lazio (il ferrarese Franco Goberti, p. es.); il pomeriggio dell'inaugurazione, dicevo, gli chiesi, dato che avevano sistemato lo stesso giorno le inaugurazioni della Regione Umbria e della Regione Abruzzo, se avesse previsto di essere la mattina a Palazzo Collicola di Spoleto e il pomeriggio all'Aurum di Pescara. Ma egli mi rispose che non ne sapeva niente. Il risultato è stato che Sgarbi a Pescara non è andato mai, mentre non ha mancato di essere presente nelle successive inaugurazioni della Regione Abruzzo, cioè Civitella del Tronto (Fortezza), Lanciano (Museo di Santo Spirito) e L'Aquila (Cattedrale di S. Massimo, S, Stefano di Sessannio, Sextantio).  Ho voluto titolare “Un evento storico” la breve nota chiestami per il catalogo Lo stato dell'Arte. Regioni d'Italia, ma senza mancare di precisare: "Nel bene e nel male". A bocce ferme, confermerei lo stesso giudizio sull'insieme delle manifestazioni. Al male già in parte indicato, tuttavia, aggiungerei il naufragio della mostra L'arte non è cosa nostra, con sottinteso riferimento alla mafia: ed infatti all'Arsenale Sgarbi aveva trasferito da Salemi il Museo della Mafia, da lui realizzato in qualità di sindaco del cittadina siciliana. L'arte non è cosa nostra era nata da un'idea interessante: quella di tastare il polso della sensibilità e della conoscenza dell'intellighenzia culturale e creativa italiana nei confronti dell'arte contemporanea. Purtroppo gli oltre 200 intellettuali, che hanno accettato l'invito a segnalare un artista, hanno attestato,  eccetto pochi, la loro abissale distanza dall'arte contemporanea, facendo scelte ora mediocri, ora inaccettabili, ora per sentito dire, quando non hanno proposto il pittoraccio amico (vedi Giuliano Ferrara che ha invitato Duccio Trombadori, un componente della Commissione di studio delle mostre regionali: "E lo sventurato rispose"). Ad aggravare il fallimento di questa mostra/sondaggio c'è stato l'incredibile allestimento, orchestrato (si fa per dire) dall'architetto Benedetta Miralles:  raffazzonato, caotico e fuori di ogni norma espositiva con i nomi su cassette poggiate a terra ed i dipinti sistemati in tre file sulle alte pareti dell'Arsenale, per cui le opere valide erano sommerse tra le altre, rendendo impossibile, una volta individuate a stento, fruirle. Non mancavano gli accostamenti kitsch, quali la collocazione dei ritratti di Berlusconi e di Sgarbi con accanto il dipinto di un nudo di donna a gambe aperte, sulla scia del dipinto L'origine del mondo di Courbet, sistemati  in alto  a dominare una parete. L'unica parte accettabile in tale guazzabuglio era la sezione delle fotografie. Positivo rovescio della medaglia all'Arsenale era costituito dalla mostra delle Accademie di Belle Arti, che ha fornito a molti giovani un'occasione di proporsi, come promesse,  su una ribalta che forse in futuro resterà tabù alla maggior parte di loro, anche a quelli che manterranno appieno le promesse. Infatti è stata in realtà una scommessa sul futuro di coloro che hanno esposto alle Tese di San Cristoforo, futuro che staremo a vedere quanto ciascuno riuscirà a debitamente onorare. Simile rapporto tra positività e negatività si è ripetuto nelle altre due mostre. Se, per quanto attiene alla panoramica delle mostre degli Istituti Italiani di Cultura nel Mondo, le cose hanno proceduto nel verso migliore, non altrettanto è stato per le mostre delle Regioni d'Italia. Il merito dei risultati positivi della prima va attribuito senza dubbio a Francesca Valente, la quale ha saputo validamente coordinare la commissione presso il Ministero degli Esteri, usufruendo della sua esperienza professionale utilizzata fino al 2010 con grande successo presso l'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles. I lavori della commissione si sono svolti comme il faut, visionando e discutendo tutta la documentazione per preliminarmente approvare o meno gli artisti proposti dai singoli direttori degli Istituti, e quindi sottoporre le decisioni a Sgarbi per l'approvazione definitiva. Si son potute eliminare alcune proposte non all'altezza, anche se in qualche caso l'aver dato ai direttori degli Istituti il privilegio di decidere ha creato qualche problema. Per esempio, la direttrice Rossana Rummo aveva scelto per Parigi Valerio Adami. Per quanto mi riguardava un solo artista, per di più a mio parere oggi non più rappresentativo, nella capitale della Francia, in cui diversi altri validi artisti  risiedevano, era sperequativo, per cui mi sono battuto per farne esporre alcuni altri da me segnalati. Ma invano, perché nel corso di una lunga telefonata con Sgarbi, la Rummo ha ribadito che intendeva fare un omaggio ad Adami, anche se ammetteva che gli altri segnalati erano validi artisti. Buona parte delle mostre presso gli Istituti di Cultura erano documentate  da video, alla cui realizzazione aveva supervisionato Genny di Bert. Tali video, accorpati, sotto la regia della Valente, in un salone dell'Arsenale a creare una sorta di multivision, permettevano di vedere a Venezia in contemporanea ciò che si esponeva in varie parti del mondo. Purtroppo le mostre regionali non hanno avuto un esito del tutto positivo a causa di un coordinamento approssimativo. Ai 10 componenti della Commissione di studio chiamati per rivedere le liste ottenute dalle segnalazioni degli assessorati alla cultura regionali, provinciali e cittadini, col bel risultato che taluni nomi comparivano 2 o 3 volte nella medesima lista, altri erano collocati in regioni che non competevano loro. Fatte le osservazioni debite su questi elenchi, compresa quella che prevedeva 50 artisti per ogni regione, alquanto fuori luogo, perché non era logico equiparare regioni come la Lombardia, il Veneto, la Toscana o il Lazio alla Basilicata, al Molise o alla Valle d'Aosta, ci è stato comunicato che non si doveva tener conto degli elenchi fornitici e che ciascuno di noi doveva segnalare un numero prestabilito per regione (p.es. 10 per la Lombardia, il Lazio, 8 per il Piemonte, la Toscana, la Campania, la Sicilia,  5 per Emilia- Romagna, Abruzzo e le altre a scalare  fino a 3 per la Valle d'Aosta). Su tali segnalazioni si è proceduto, chiedendo materiale a tutti i segnalati, che erano affluiti nella sede romana di Arthemisia, dove operava lo staff diretto da Nicolas Ballario, responsabile del progetto Padiglione Italia. Ne era uscito fuori un panorama molto vario che riuniva le scelte di ciascuno dei 10 commissari, dialetticamente alquanto significativo. Poi, però, sono cominciate ad essere richiesti altri nomi. La pioggia s'è trasformata in diluvio di documenti, su cui Sgarbi avrebbe dovuto fare la definitiva cernita, andata, ahimè, alquanto per le lunghe, con fibrillazioni degli artisti che attendevano il responso che non arrivava (ne so qualcosa io stesso: molti mi tempestavano di mail per avere notizie e di telefonate, anche drammatiche, confessandomi che nell'attesa non riuscivano più a lavorare, ed a queste si aggiungevano quelle disperate di qualche mio segnalato non invitato). Ma  Sgarbi, in quel periodo impegnato a preparare il suo fallimentare programma televisivo in risposta a quello di Saviano, andava molto sporadicamente e con tempi ristretti nella sede di Arthemisia per vagliare la documentazione. Le numerose ombre e defaillances delle liste dagli invitati poi sono state aggravate dal mancato coordinamento e del coinvolgimento, come accennato in precedenza, degli incaricati da Sgarbi a sovrintendere le singole mostre regionali. E' così che, con l'avallo del curatore, parecchi nomi da me e da altri segnalati sono stati depennati senza una visione della documentazione, senza alcuna discussione con chi aveva fatto le segnalazioni, senza alcuna  delucidazione sulle ragioni per cui ciascuno dei 10 della commissione aveva segnalato quell'artista. Non bastasse, l'incaricato della Regione Abruzzo ha creduto fosse lecito ostacolare una artista da me segnalata perché non ne condivideva la pittura, inserendo per di più tre artisti, tra cui un'altra mia segnalata, in tutt'e quattro le sedi abruzzesi, in quanto suoi amici! Così costoro, anziché una sola opera come tutti, hanno avuto l'opportunità di esporne di più, anche se in sedi diverse. Lascio immaginare  con quanto piacere degli altri artisti, e soprattutto degli esclusi. Una volta che sono state rese pubbliche le liste degli invitati, parecchi artisti si lamentavano per le troppe presenze scadenti, altri hanno rifiutato di partecipare. Tuttavia gli elenchi ufficializzati non sono mai state definitivi per la norma delle "liste aperte", voluta dal curatore: infatti,  per tale criterio, fino a due-tre giorni prima di un'inaugurazione sono stati aggiunti artisti in tutte le "biennalette" regionali, come qualcuno, ovviamente abbarbicato a criteri conservatori, malignamente le ha bollate, non tenendo conto che questo criterio in definitiva, regione dopo regione, aveva portato a domicilio, o quasi, spicchi del Padiglione Italia ad un gran numero di persone che non sono state mai ai Giardini ed alle altre sedi della Biennale di Venezia, come ho potuto di persona verificare. Spesso dagli artisti che esponevano, mi sono stati esternati dubbi e critiche sulla struttura di tale composito corpus delle mostre regionali, soprattutto per certe presenze. A tutti ho sempre risposto che esse per la prima volta, nel bene e nel male, restituivano come mai era stato fatto prima un veritiero "stato dell'arte" in Italia. In altri termini  l'attuale realtà del panorama dell'arte italiana, in cui operano i bravissimi, i bravi, i passabili, i mediocri, gli orecchianti, i modaioli, i pessimi, i raccomandati, gli pseudo artisti e… gli intrufolati. E che, in definitiva, nell'insieme  rispecchiavano le storiche connotazioni regionalistiche, in verità tuttora in atto anche nell'ambito della creatività artistica, dell'Italia cosiddetta unita.   
1°parte:
2°parte:
UN  CONTRIBUTO VIDEO Da “Incontri / Arte cultura e società” presso la Biblioteca Vallicelliana, Roma: Il Padiglione Italia alla 54° Biennale di Venezia (8 febbraio 2012)