Un commento di
RIVISTA TEMATICA ONLINE
riContemporaneo.org
CRISTINA PALMIERI
Critica d’arte
Gli equivoci dell’arte
contemporanea
Per chi quotidianamente si occupa di arte credo, attualmente, sia inevitabile
domandarsi come essa si possa specificare e cosa si debba considerare
tale.
Non è certo semplice formulare una risposta alla domanda. Da millenni si
avvicendano studi e tentativi di definizione per quello che è uno dei maggiori
ambiti in cui si concretizza la necessità espressiva dell'uomo. Ognuno di essi
serba in sé una parte di verità e offre spunti di riflessione da cui non
possiamo prescindere.
L'arte contemporanea, più di ogni altro momento della storia dell'arte, si è
prestata, e continua a prestarsi, ad equivoci che sovente conducono chi si
appresta a dissertare in proposito ad un'impasse da cui non è semplice
trovare vie d'uscita senza essere, come troppo spesso accade, semplicistici
e "distruttivi".
Non è mai stato questo il compito di chi produce pensiero. Doveroso è
invece proporre analisi che consentano di comprendere ragioni e motivazioni
di quanto ci circonda e accade intorno a noi a livello culturale. Perché la
cultura, e quindi l'arte, non possono che innegabilmente raccontare
un'epoca.
La difficoltà odierna di comprendere dove l'arte stia dirigendosi, di definirne
canoni estetici e modelli interpretativi e "operativi", dipende, senza dubbi,
dalle contraddizioni del nostro tempo.
L'arte contemporanea nasce da una precisa necessità storica; dopo
l'avvento della fotografia e dei nuovi linguaggi ad essa connessi, l'arte,
estromessa dall'universo della rappresentazione, cessa di essere lo
specchio del mondo. Si trova nelle condizioni di dover ridefinire il proprio
ruolo, il proprio territorio di appartenenza, il proprio stesso intrinseco
significato. Al termine dell'Ottocento ha inizio quel processo di abbandono
del concetto di verosimiglianza che apre la strada all'affermarsi di
un'autonomia della medesima rispetto al compito mimetico che per secoli le
era stato proprio.
Questo comporta un ripensamento del ruolo dell'artista, che lo induce ad
una nuova coscienza di se stesso e del fare pittura. Il quadro diviene - e
questo sarà ancor più vero con le avanguardie - il luogo dove egli crea
qualcosa che prima non c'era.
Questo spazio di libertà che si spalanca, quasi un "horror vacui" a cui
trovare una veste, ha prodotto geniali attestazioni che - lungi dall'essere
solo il prodotto di un atto creativo, di quel "fare" che sempre apparterrà
all'artista (del resto il termine poesia, dal greco "poièsis", reca chiaramente
in sé l'etimo del verbo "fare") e che presuppone conoscenza tecnica - sono
anche, e soprattutto, atti di pensiero, attestazioni filosofiche, tentativi di
concettualizzazione.
Purtroppo, però, la degenerazione di molta parte dell'arte contemporanea,
gli equivoci a cui essa si presta, innegabilmente trovano le proprie radici
appunto nella libertà espressiva e nel tentativo di giustificare ogni atto,
anche gratuito, con l'etichetta di concettuale. Tutto diventa lecito.
Ma per chi conosce l'iter delle "Avanguardie Storiche", di coloro che hanno
saputo interpretare nel modo più alto e più significativo questo senso e
significato di cui il post-espressionismo si è fatto portatore, è ben chiaro che
libertà espressiva non significa affatto "assenza di valori". Non possiamo
limitarci a reiterare la formula che magici mondi possa spalancarci, dove
tutto è accettato e possibile in nome del diritto di raccontare le proprie
emozioni. L'arte ha in sé certamente anche questa ragione fondante, ma
non può risolversi in essa, altrimenti ognuno - come spesso accade -
potrebbe definirsi artista solo perché si arroga il diritto di manifestare se
stesso e la propria visione del mondo. I valori tecnici, la conoscenza del
mezzo e del linguaggio, del codice comunicativo attraverso cui si decide di
esprimersi, sono imprescindibili, anche là dove li si scardina per innovarli.
Oggi invece la tecnica sembra essere considerata valore secondario e
talvolta superfluo all'idea. Per anni la critica ed il mercato hanno supportato
la convinzione che debba essere il messaggio ad avere rilievo e ruolo
fondante. Non intendo negare il significato provocatorio che alcuni schemi
formali sono stati in grado di esprimere.
Sarebbe come smentire uno dei fondamenti che l'arte contemporanea reca
in sé e con sé.
Ritengo però altresì doveroso non accondiscendere, senza discrimine, alla
tesi secondo cui nell'opera d'arte siano l'idea o il suo significato ciò che
conta.
L'arte non può coincidere tout court con la filosofia. La filosofia ha infatti
dedicato ad essa un ambito preciso di riflessione, quello dell'estetica.
L'artista, a differenza del pensatore, si esprime attraverso l'opera, per
eseguire la quale è necessaria la conoscenza dei mezzi del mestiere, ma
soprattutto la capacità di dominarli. Molti, osservando realizzazioni artistiche
contemporanee, si sono convinti che siano frutto ti tecniche ingenue. Nulla
di più distante dal vero, che ha portato ad errori interpretativi, ad incapacità
di lettura del valore di molti autori, ancor oggi non compresi nella propria
rivoluzionaria portata storica, nonché alla mistificante convinzione che l'arte,
intesa come il Novecento ce l' ha proposta, sia alla portata di tutti.
Picasso disse che possedeva la tecnica pittorica di Raffaello, per dipingere
poi tutta la vita come un bambino. Questa asserzione è certamente vera per
molti dei più grandi maestri del secolo appena conclusosi.
Non è questa la sede per poter abbracciare l'immenso spazio dissertativo
che si spalanca volendo parlare di crisi o di morte dell'arte.
Non voglio abbracciare in toto le tesi distruttive, per esempio, che Jean Clair
ha proposto come riflessione nel suo ultimo e recente saggio "L'inverno della
cultura"; indubbiamente mi sento di condividerle in parte, pur non
approvando completamente lo spirito dissacratore che talvolta caratterizza il
noto studioso. Innegabile la stanchezza, almeno da parte mia, nei confronti
di quelli che nell'ambiente definiamo gli epigoni duchampiani, propugnatori
del gesto fine a se stesso e portato all'estremo limite.
Sostenitori di uno stile non supportato da conoscenze tecniche, i post-
dadaisti, spesso privi di mestiere, studiano solo le strategie del marketing. Si
vendono come i testimoni di atti disperati che demonizzano il nostro
presente, mentre in realtà lo cavalcano, ne sfruttano le dinamiche e si fanno
testimoni e latori di quei valori che affermano di esecrare.
Cito per tutti Cattelan. Celebrato dal Guggenheim Museum di New York, che
gli dedicherà una retrospettiva a partire dal 4 novembre, afferma che
smetterà di fare l'artista. Farà il pittore. O meglio, farà dipingere qualcuno al
posto suo, visto che, per sua medesima affermazione, non ne è capace.
Niente sterili polemiche. Certo è che il suo dito medio in marmo di Carrara in
Piazza Affari sembra arridere alla medesima società consumistica verso la
quale polemizza.
Arriviamo ora, dopo questa lunga premessa, alla ragione per la quale ho
voluto scrivere questo intervento.
Ho presenziato, giovedì 27 ottobre, all'inaugurazione, presso la Sala dei Re,
in Galleria Vittorio Emanuele, del Padiglione Italia di Milano della 54a
Biennale di Venezia.
Sappiamo come l'intento dichiarato ed esplicito di Vittorio Sgarbi, nel curare
l'attuale Biennale, estendendo il Padiglione Italia ad altre città, sia stato
quello di fotografare lo "stato attuale dell'arte italiana".
Sgarbi, nel discorso di inaugurazione, ha certamente e abilmente
giustificato, non certo dimenticando la demagogia, il proprio operato.
Interessante il concetto espresso, secondo il quale questo apocalittico
millennio si apre con tante e molteplici proposte, che sarebbe ingiusto
ignorare senza far torto alla storia. Per altro condivisibile l'affermazione,
suffragata da innumerevoli esempi, che proprio ad inizio secolo spesso vi
siano stati i germogli che hanno aperto la storia dell'arte ad importanti novità
e rivoluzioni. Figure quali quella di Giotto, di Raffaello, di Caravaggio,
nonché le Avanguardie novecentesche, sono tutte analizzabili in tal senso.
Mi domando però una cosa. Se si decide di fotografare lo stato dell'arte,
ritengo si debba testimoniare -per riportarmi alle premesse di questo scritto-
quanto, anche magari agli occhi di molti discutibile, si fa propugnatore di
qualità, magari innovative, e per questo ancora difficili da intravedere agli
occhi dei più, ma pur sempre tali. Se invece si compie un'operazione che,
oltre ad inserire nomi della cultura indiscutibilmente importanti e apprezzabili
in altri ambiti, ma non in quello di cui la Biennale dovrebbe essere testimone,
si pescano a casaccio"pseudo-artisti" che forse neppure alcuni premi di
provincia, mossi da ben altri intendimenti, si possono fregiare di aver
esposto, solo perché è giusto restituire l'arte agli artisti, temo si equivochi il
concetto stesso della medesima. Quello a favore del quale il famigerato
Professore si fregia di combattere.
Non discuto sul fatto di avere creato eventi collaterali in altre sedi (anche se
credo questo vada a tradire lo spirito di una manifestazione, pur
indubbiamente creando attenzione e clamore intorno ad essa). Discuto però,
ripeto, la populistica formula "L'arte non è cosa nostra", che certo pare più
un'operazione pubblicitaria e di marketing, che non il tentativo sincero di
fotografare uno stato di fatto. Altrimenti questo medesimo stato di fatto
sarebbe davvero deprimente.
Sgarbi ha più volte dichiarato, nel corso della prolusione, di essere stato
mosso dalla precisa volontà di sottrarre l'arte alla "oligarchia" di critici e
gallerie che da anni propongono solo determinati nomi. Posso certamente
essere d'accordo. Ma non posso condividere che irresponsabilmente, se pur
giustificandolo abilmente con la propria dialettica, si amplifichi il concetto di
arte sino ad abbracciare il puro dilettantismo. Questo ritengo sia
un'operazione ancor più blasfema e distruttiva di quella di chi invoca un
ritorno all'ordine. Mi riferisco nuovamente a Jean Clair e alle polemiche
innescate dal suo saggio. Come affermò Trione, commentandolo, "forse,
anche nell' "inverno della cultura", ci sono significative sacche di resistenza."
Corretto quindi sarebbe cercare, onestamente e con dovizia, di portare alla
luce eventuali indicative testimonianze di quanto l'arte - rinnovandosi -
sappia precorrere i tempi e raccontarli con maggior freschezza di altri
linguaggi.
Ma mi pare di poter affermare che nella Sala dei Re vi fosse ben poco che
potesse rappresentare questo stato di cose.