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CARTEGGIO ELETTRONICO TRA PIO TARANTINI E MARCO CAPOVILLA A proposito dell'articolo di Pierluigi Panza  sul Corriere della Sera del 29 dicembre 2012 "Se esplode la bolla dell'arte contemporanea"   (Vai)
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Scambio di posta elettronica (dalla prima all’ultima) da Pio a Marco (e una lunga lista di amici) - 2 gennaio 2012  Care amiche, cari amici, approfitto per inviarvi affettuosi auguri di buon  anno, con la speranza di uscire presto da questo  tunnel economico-politico-sociale che sta  mortificando le speranze nostre e dei nostri figli. Mi permetto di segnalarvi, se a qualcuno di voi  fosse sfuggito, un articolo pubblicato qualche  giorno fa dal Corriere: si tratta di un limpido  intervento di Pierluigi Panza a proposito del  mercato dell'arte. Sapete che interrogarmi sul  valore dell'arte attuale, sul ruolo della critica  e degli apparati che decretano la validità di  artisti ed opere, è un po' una mia fissazione e  nel mio piccolo, nel corso degli anni, là dove ho  potuto, ho espresso, a voce o nei miei interventi  scritti, il mio pensiero (molti di voi, quelli  che erano presenti, ricordano quanto si disse, al  proposito, nell'incontro-presentazione del mio  volume-manuale di linguaggio al Centro San Fedele la scorsa primavera). Ho trovato l'articolo di Panza una perfetta e  lucida analisi che ovviamente condivido e anche  se Panza pone l'accento sull'aspetto  finanziario-speculativo, di fatto poi va a  toccare il tema della validità intrinseca  dell'arte attuale. Sto notando, con piacere, che  negli ultimi anni finalmente molti giornalisti e  critici importanti stanno cominciando a reagire  al clima di potere quasi mafioso che ha imposto e  continua a imporre artisti come saponette. Mi  rendo conto che lo smascheramento di questa che  io considero una grande impostura sarà lungo,  faticoso e solo in parte realizzabile perché le  ragioni del mercato, se non altro per una mera  questione di convenienza economica, prevarranno a  lungo. Vedremo. Io continuo a fare la mia piccola parte. Buon anno di cuore a tutti voi, un abbraccio, Pio. da Marco a Pio -  28 gennaio 2012 Ciao Pio, (...)  Mi riferisco alla tua gentile  segnalazione, lo scorso 2 gennaio, dell'articolo  di Pierluigi Panza sul Corriere, in cui si  parlava della politica culturale nel campo  dell'arte, del potere della finanza e del valore  intrinseco dell'intervento artistico  contemporaneo, al di là delle legittimazioni date  dai critici e dai controllori dei flussi economici che la mantengono. Io di questi temi ne so poco e non ho saputo  accogliere e dar seguito al tuo implicito invito  a dibattere sul tema. Ma, sempre che gli altri 35  destinatari della tua mail circolare non abbiano  ritenuto opportuno rispondere privatamente solo a  te, mi verrebbe da dire che perfino noi (te  escluso, evidentemente), così interessati al  versante culturale della fotografia e dell'arte,  siamo poi spesso incapaci di mettere insieme i  nostri pensieri, i nostri saperi e i nostri cuori  e trasformare queste occasioni in "discorso  pubblico", o anche solo in scambio di opinioni.  Mi stupisce e un po' anche mi intristisce, questa cosa.  Ma devo anche svelarti che, per cercare di capire  qualcosa proprio di questo argomento sul quale mi  reputo un ignorante, ho provato a cercare se, a  parte qualche articolo di giornale, peraltro raro  come da te osservato, ci sono volumi a stampa sul  tema in oggetto. E ho scoperto una cosa  interessante: in Italia ho trovato su quello che  ho creduto essere il settore di riferimento, soltanto questo volume: “Finanza per le arti, la cultura e la comunicazione” a cura di Maurizio Dall'Occhio e Emanuele Teti, EGEA Bocconi 2003.  Nel quale, in realtà, è soltanto il capitolo 7 a  occuparsi in parte di questo tema: “Le modalità di finanziamento nel settore della cultura e dell’arte”. E questo forse non è nemmeno il cuore di quello  di cui volevi dialogare tu, mandando a tutti quell'articolo. Alla fine, ho pensato di cercare pubblicazioni in  lingua inglese. Intuizione giusta, dal momento  che ho quasi subito individuato un volume di  pochi anni fa (2006) che fa il punto su tutte le  possibili declinazioni della materia: “Handbook of the Economics of Art and Culture”, in cui tutto, ma proprio tutto ciò che c'è da  sapere sull'argomento viene sviscerato nelle 1300 (mille e trecento) pagine di cui si compone. Ad esempio, tanto per non restare nel vago, i  capitoli 5 e 6, che si occupano del "Valore  dell'arte", si intitolano, rispettivamente:  “Defining Cultural and Artistic Goods” e “Value and the Valuation of Art in Economic and Aesthetic Theory”.  Dopo la lettura parziale di questi e di altri  contributi, inclusi i capitoli dedicati  all'analisi della politica culturale e del  finanziamento dell'arte degli stati Europei  confrontata con gli Stati Uniti d'America, o altri capitoli come il 23: “Artists' Careers and Their Labor Markets”  ho raggiunto la conclusione che quella che tu hai  chiamato "una perfetta e lucida analisi" era in  realtà un minimo assaggio del vastissimo universo  che sta dietro a questa punta di iceberg. E,  tanto per dire, anche di uno dei contributi in  inglese citati da Panza (che ho rintracciato),  lui si è limitato a riportare due frasette  incluse nell'abstract. Insomma, un articolo di  giornale, anziché un saggio nel quale imparare cose nuove.  Per concludere, mi pare che noi italiani siamo  come sempre nella periferia di un impero di cui  cogliamo, da lontanissimo, solo delle pallide  ombre fluttuanti, di cui riusciamo a percepire i  contorni, ma di cui ci sfuggono le strutture  portanti, le cornici strutturali in cui tali fenomeno si sviluppano.  Scusa se ti ho annoiato con questa sbrodolata,  ma, alla fine, volevo ringraziarti sinceramente  per avermi fornito lo stimolo per cercare di  approfondire argomenti di cui so veramente poco (ora un briciolo di più).  Un abbraccio  Marco  da Pio a Marco - 29 gennaio 2012 Ciao Marco, grazie a te per la consueta attenzione. Per quando riguarda la tua analisi sull'articolo  che vi avevo segnalato, vorrei subito chiarire  che io non sono uno "studioso" della materia e  che quell'articolo è stato definito da me come  "una perfetta e lucida analisi" sempre in quanto  articolo di giornale, non certo come un saggio o  un volume intero. Ti ringrazio per le  segnalazioni che fai e, a mia volta, ti segnalo  un volume che mi è stato indicato da Roberta  Valtorta, in risposta alla mia segnalazione, "Lo  sboom" di Adriana Polveroni, che non ho comprato  ma di cui ho letto alcune recensioni su internet.  Ma la "materia" con cui io cerco di confrontarmi  non è certamente l'aspetto finanziario del  mercato dell'arte quanto il fatto che questo  aspetto sia rivelatore della provvisoria  "storicizzazione critica": a me interessa  relativamente poco sapere a quanto viene venduto  Hirst o Gurski o Beecroft o Cattelan, mi  interessa molto invece capire, o tentare di  capire, quanto realmente valgono da un punto di  vista storico-critico; la risposta ovviamente non  ce l'ho, come non ce l'ha nessuno, e  probabilmente si delineerà tra cinquanta o cento  anni, quando noi non ci saremo. Molto  interessante il volume che mi suggerì qualche  anno fa Sergio Giusti: "L'arte e la sua ombra" di  Mario Perniola (Einaudi, 2000), questo sì una attenta analisi  intorno alla "possibilità di grandezza dell'arte attuale". Coloro che con impudente sicumera impongono  artisti "stellari" (e, da questo punto di vista,  non è proprio vero che l'Italia è la periferia  dell'impero: vogliamo parlare di Cattelan,  Beecroft, la transavanguardia?) pare non abbiano  imparato niente dalla storia dell'arte:  probabilmente esiste già, io non lo so, ma  sarebbe interessante un volume che riepiloghi i  fallimenti critici della storia dell'arte:  moltissimi artisti che avevano grandissimo  successo ai loro tempi sono letteralmente  scomparsi, dimenticati). Tu queste cose le sai  già, non sto dicendo nulla di nuovo, ma forse  occorre ricordarle con più costanza in un mondo  dell'arte in balia della speculazione  finanziaria. Questo non mi deve impedire  -  in  base alla mia formazione, alla mia sensibiltà,  alla mia esperienza ecc... - di esprimere un  giudizio critico e operare delle scelte. Al proposito ti segnalo un mio intervento che, in  un certo senso, ha a che fare con questo  discorso: mi è stato chiesto da Giorgio Seveso,  critico d'arte e curatore, che ha realizzato questa rivista on-line  riContemporaneo.org. Io mi pongo queste domande perché, in quanto  autore, mi chiedo ovviamente se quello che ho  realizzato e realizzo nella mia ricerca ha un  senso che travalichi il puro piacere personale  creativo, che resta importante e fondamentale  sicuramente: si vedrà poi quello che resterà. Per  il mio/nostro lavoro non possiamo vivere in una  torre d'avorio: esprimere un giudizio, operare  cioè delle scelte, è direttamente correlato con  le nostre ricerche. Io so che non riuscirò mai a  realizzare un lavoro pensato a tavolino  inseguendo le mode del concettuale, dello  "strano" e così via. Forse questo mi penalizza,  pazienza: vorrei potermi affacciare da una  nuvoletta, tra cinquanta anni, e ridacchiare di  tutte le puttanate che ci stanno propinando;  siccome ho qualche dubbio che questo possa  accadere, mi permetto di ridacchiare adesso,  così, senza livore, un po' alla Fantozzi: "Sono cagate pazzesche!" A presto, un abbraccio, Pius.  P.S.: se ritieni che questa nostra corrispondenza  possa interessare i nostri amici, girala pure:  potrebbe essere un modo per far rivivere un minimo di dibattito tra noi.  da Marco a Pio - 29 gennaio 2012 Caro Pio, grazie per la risposta. Seguo il tuo suggerimento e, sperando di non  intasare la posta altrui ma anzi, come proponi  tu, di lanciare una riflessione collettiva,  inoltro il nostro botta-e-risposta a tutto il  gruppo di amici al quale avevi inizialmente  inviato copia dell'articolo del Corriere da cui è  partito il nostro scambio. Buona lettura e un caro saluto a tutte e tutti.  Marco  
riContemporaneo.org