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MARCO LAVAGETTO Artista. E’ nato nel 1962 a Cogoleto (GE) dove vive e lavora.
Marco Lavagetto
S'i' fosse foco, ardere' il mondo...04 giugno 2011, Venezia   Io non sono mai andato alla biennale di Venezia. C'è tanta gente deficiente che ci va solo per farsi notare: artisti, galleristi, critici, medialisti ed opinionisti orientati solo sulle ultime tendenze, le cose che si fanno quasi sempre nel mondo dell'arte... Per me, era meglio stare a casa, seguendo in tv "La vetrina dell'arte", un programma serio che ti propone piccoli capolavori di veri artisti di un'altra epoca: per fare un esempio, David Teniers il Giovane, un pittore fiammingo del '600 che con i suoi quadri oscuri, son sicuro che ha minimamente influenzato Goya e anche qualche artista contemporaneo inconsapevole. Poi, un giorno, mi chiama Aaron Moulton, editore, curatore ed artista, e mi dice che va alla biennale e porta le copie del suo giornale con la storia pubblicata in inglese del Complotto di Tirana. Così, senza pensarci, decido che vado. Mi porto una valigetta nera con le cose necessarie: le Cronache di Bustos Domecq e la Società dello spettacolo, una macchina fotografica Pentax digitale, un bottiglietta di plastica vuota, un blocchetto per scrivere qualche cazzata e una pistola automatica pronta per l'uso. Arrivai a Venezia nella stazione di Santa Lucia che faceva già caldo; nell'atrio della stazione c'era esposto un manifesto di una rivista di moda (di merda) e sulla copertina c'era il Cattelan onnipresente, con la sua stessa espressione da "perfetto situazionista", come Politi banalmente lo definì. Non persi tempo: mi imbarcai su un traghetto diretto a San Marco e sbarcai all' "Arsenale". Camminai fino al Padiglione centrale incontrando strada facendo un socio di Ghezzi che discuteva con un tizio che non conoscevo. Adesso mi toccava fare il biglietto, mezz'ora di coda con i disturbatori "alternativi" sui trampoli che sparavano con pistole ad acqua, spruzzando gocce sulla gente infastidita da questa performance inutile. Mi guardavo sempre attorno per vedere se arrivava Aaron, il mio grande sostenitore e, senza avvertirmi, un'altra ragazza alternativa sui trampoli, mi bagnò con qualche goccia d'acqua sprecata sul mio bel vestito nero di Calvin Klein. Mi venne in mente che avevo una pistola nella valigetta ma notai che c'erano i poliziotti che aspettavano l'imprevisto, pronti per sedare qualche scalmanato; decisi di non sparare una pallottola su quella poverina che ha sprecato acqua preziosa solo per ricordarci che il referendum è imminente. Chiusi l'episodio ed andai verso l'entrata, obliterai il biglietto e guardando gli agenti con aria di sfida, tranquillamente, entrai. Se ci fosse stato un controllo severo come Disneyland a Parigi, non sarei qui ha raccontarvelo. La mia prima tappa era vedere quei piccioni tassidermizzati di Cattelan, appollaiati sull'insegna della biennale. E' ovvio che gli animalisti non sopportano questo tipo di installazione e il furbo Cattelan lo aveva già previsto. Tuttavia, se gli animalisti avessero conosciuto Santo Colella, non avrebbero niente da obiettare: nel 1978, il Colella progettò un'upupa gigantesca per esporla in una piazza di un paesino senza storia. Per costruire quella cosa richiedeva un tessuto di seta impermeabile perchè le penne artificiali non subissero il degrado di quell'opera permanente. Ma il progetto non fu mai approvato dalla giunta comunale perchè serviva qualche addetto per la pulizia delle piume ed era anche un costo non indifferente. Per ritornare alla biennale, girovagando vidi Sgarbi con una donna bellina che lo seguiva come un cane e stavano entrando nel padiglione russo; avevo solo tre ore disponibili prima di prendere il treno e non me la sentivo di vedere tutti i padiglioni. Voci degli esperti del settore, il padiglione italiano sembrava che fosse allestito male e anche le opere degli artisti invitati da Sgarbi, sembravano quasi tutte incomprensibili e qualche critico estero disse che quegli artisti selezionati dal maestro non meritavano di essere alla biennale. Per essere sincero, Sgarbi non è un curatore ma è solo un critico d'arte colto. Ma mi piace perché ha creato un caos necessario. Guardiamoci in giro! Nella vita vediamo il disordine che impera. Mi venne in mente una mostra di pittura curata da Vittorio Sgarbi a Palazzo Reale a Milano: quell'allestimento disordinato mi sconcertò; ma poi, sedimentando la prima impressione, mi venne in mente un quadro del pittore Giovanni Paolo Pannini del '700 . In quegli anni, si facevano sempre esposizioni così: le prime gallerie erano muri coperti di opere fino all'inverosimile, quadri sovrapposti ed appoggiati sul pavimento, capolavori che aspettavano pazientemente un collezionista che se li portasse via. Nella lista degli artisti del padiglione italiano c'era anche Stefano Belisari (Elio e le Storie tese). Ma che c'entra questo frate alla biennale? Sì, lo so che aveva presentato la mostra di Maurizio Cattelan (assente) a Roma. Questa è la prova che se sei famoso puoi fare tutto, anche prendere per il culo gli artisti seri. Un altro nome che vorrei fare ma non riesco a pronuciarlo perchè dopo mi si ispessisce la lingua...Vabbè! Lo scrivo: Norma Jeane. Di norma era normale essere invitati ad un party di Carlo Antonelli, il direttore di RS e Wired; e di norma non ha mai fatto niente di interessante, è venuta famosa per una cazzo di tazzina di Illy proprio brutta. Se l'avessi in casa, la metterei su ebay per togliermela dal culo. Adesso veniamo al dunque: la pistola. vi avevo detto che mi ero portato una pistola. Sì, una pistola a salve per svegliare la gente che guarda i piccioni estasiati da questa opera morta. E se fosse stata una pistola vera? Avrei aspettato Sgarbi facendogli vedere il risultato di questa opera debole, spargendo un po' di piume sui suoi capelli. E se fossi stato un terrorista imbottito di dinamite? Sceglierei il posto giusto, magari vicino al carro armato rovesciato...e il cratere è la firma di un artista che si immola per l'arte. Sto immaginando se morissi così, come reagirebbero i media? Se ci fosse stato Andy Warhol in un altro padiglione con la sua cinepresa pronta per riprendere, direbbe" mi sono perso un capolavoro!" Ultima azione trasgressiva rituale: la bottiglia vuota. pisciare dentro una bottiglia di plastica e poi versarla sulle statue della Vanessa. Per gli antichi, l'urina era usata per disinfettare.