Commento alla Biennale È forte la suggestione di una Biennale visitata a fine novembre, ormai agli sgoccioli, con la nebbia che sale dalla laguna ad invadere il viale di pali bianchi che accoglie il visitatore nello spazio dei Giardini, l'oscurità che cala presto fra i padiglioni confondendo l'orientamento a chi si aggira con un the caldo in mano, gli operatori delle varie nazioni che presidiano le sedi accoccolati sulle sediole con guanti, cappello, la coperta sulle ginocchia ed una stufetta sotto il tavolo: per chi è abituato allo scirocco estivo veneziano che toglie il fiato la visita ha qualcosa di surreale. Il fascino dell'atmosfera è però, per forza di cose, mitigato dal freddo pungente, oltre che, in maniera meno scontata, dalla rarefazione di opere davvero degne di nota. Considerato che qualche padiglione non si è riuscito a visitare per il sopravvenire dell'orario di chiusura, nella memoria rimangono alcune opere di artisti più che affermati (la macchina avvolgente di Boltanski, il rutilante e tagliente delirio di Hirschhorn, che ricorda un merzbau di Schwitters degli anni 2000) o qualche effetto speciale (gli specchi infranti dagli spari dei coreani, le animazioni giapponesi, i Mari verticali di Fabrizio Plessi al Padiglione Venezia). Il padiglione statunitense si fa apprezzare soprattutto per il riscaldamento corroborante, quello svedese per la velocità con cui si fa visitare, quello canadese perché ci rammenta con fin troppa evidenza il Munch meno tragico. Nel Padiglione centrale le cose non vanno molto meglio: misteriosi ma eleganti i lavori a penna dell'etiope Gedewon, lirica l'architettura di fili di Gianni Colombo, estreme le pitture di Wool e brut i lavori della Wintsch. Strappano un sorriso i mille piccioni impagliati di Cattelan (che, ahimé, si ripete) ma si dubita che siano stati inseguiti, catturati, fatti fuori e impagliati dall'artista in persona. Anche qui (nostra culpa) qualcosa ci è forzatamente sfuggito, ma l'impressione generale è di una rarefatta confusione, con opere che tendono ad essere autoreferenziali, a non rimandare a nulla al di là di loro stesse: nessuna evocazione. A parte, ovviamente, il sommo Jacopo Robusti, capitato qui come ospite d'onore (e specchietto per le allodole), che si sospetta possa sentirsi come Beethoven ad un rave party. All'Arsenale il giorno successivo il freddo è, se possibile, ancora più tagliente, ma le opere danno qualche consolazione in più, pur fra enigmatiche mancanze di illuminazione (volontà degli autori o lampadine bruciate?) ed un'urtante assenza di didascalie che aiutino la lettura di quanto esposto: certa arte non può rannicchiarsi totalmente nella sua cripticità, quando nega in maniera così evidente un approccio estetico a favorirne la fruizione. Una volta superata l'opera di Creed, tanto essenziale quanto non percepibile, sono infatti i lavori più emotivi e barocchi a colpire: gli armadi cinesi di Song Dong, il drago-mostro alato di Hlobo, le sculture iperrealiste in cera  di Fischer, che si consumano come candele lasciando un senso di calore e inquietudine, i misteriosi visori di documenti della Benassi. Lievi e decorativi sono i teli con spighe di Giulia Piscitelli, eleganti e preziose le architetture in scala di Wekua, semplice ma rigorosa la struttura con vetri colorati della Titova. Un cenno particolare merita il film di Marclay realizzato con inquadrature di numerosissimi film nelle quali si vedono orologi che segnano in successione tutte le ore ed i minuti della giornata: un lavoro altamente poetico, oltre che di raffinata ricerca, guastato dal gelo novembrino che non invogliava a stendersi sui divani per riposarsi e gustarlo appieno (qui un po' di riscaldamento non avrebbe stonato). Ed anche il non-spazio di luce colorata di Turrell, magico e affascinante, che, purtroppo, data la lunghissima coda per poterlo visitare, abbiamo potuto apprezzare da vicino solo visitando un'altra mostra in corso a Venezia, "Tra" al Palazzo Fortuny, che ospitava un lavoro simile ma più piccolo dello stesso autore. Delle restanti partecipazioni nazionali colpiscono le enormi sculture informi in argilla di Villa Rojas per l'Argentina e l'approccio materico ed empirico del cileno Prats. E veniamo al Padiglione Italia, affidato quest'anno, non senza polemiche, a Vittorio Sgarbi. Ad una prima occhiata pare l'esposizione annuale di un affollato circolo di pittori della domenica; alla seconda cominciano ad emergere alcune opere certamente pregevoli, affiancate (sovrapposte, sottoposte, giustapposte, contrapposte…) con brutalità a certi elaborati incerti e approssimativi, dando un'idea generale di Fiera Provinciale dell'Arte. Il criterio ecumenico adottato da Sgarbi tiene forse conto dell'esigenza di non scontentare nessuno dell'ambiente, affidando inoltre la selezione a terzi, col risultato di mettere insieme opere di gran qualità e pessimi lavori senza una direzione critica né storica. O forse è un voluto colpo di genio, per  rendere con efficacia l'idea dello stato della produzione artistica attuale, spesso relegata ad una dimensione di prodotto da scaffale senz'anima né narrazione, in un grande miscuglio globale prono al mercato ed alle logiche di curatela. Chiude emblematicamente il percorso nei giardini dell'Arsenale la provocatoria(?) deriva oldenburghiana di Franz West, definibile senza indugio "Stronzo Rosa", di cui francamente non si sentiva il bisogno. Come molte altre volte, una Biennale con molte opere dimenticabili, alcune valide e qualcuna davvero eccellente, anche se in una proporzione un po' più penalizzante del solito per queste ultime. Ricco e valido il bookshop, interessante (anche se di puro marketing) l'idea di pubblicare il catalogo in tre edizioni di diversa portata: mini, midi, maxi, per tutte le borse e le passioni. La versione midi, da noi acquistata, pare però un po' approssimata, con testi piuttosto oscuri, brevi e poco esplicativi, alcuni nomi non in ordine alfabetico come il resto, foto di backstage forse superflue, ed un impressione generale di catalogo da rassegna di giovani artisti. Buona la grafica, ma dalla Biennale ci si aspetta qualcosa di più.  
ALBERTO REVIGLIO e CINZIA DONVITO Studenti dell’Accademia di Brera, Milano.
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Christian Boltanski (Francia), Padiglioni ai Giardini Fabrizio Plessi, Padiglione Venezia ai Giardini Uno scorcio del Padiglione Italia all'Arsenale
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