Una lettera... Caro Giorgio, è da parecchio che avrei voluto rispondere al tuo invito sul Contemporaneo.Non l'ho fatto prima d'ora perché temevo di dare un contributo poco meditato. Questa mia opinione è anche il frutto dei recenti viaggi fatti in Cina, Azerbajan e Russia. Sottolineo che non parlerò di estetica, né di mercato, in cui eccellono i maestri della critica e della storia dell'arte, ma della diversa funzione che l'artista svolge nel design della comunicazione contemporanea perché sono a conoscenza di alcune esperienze esemplari. Fino ad ieri infatti, si sosteneva che l'artista fosse colui in grado di produrre opere tangibili: sculture, quadri, disegni. Ovvero, messaggi realizzati attraverso la manipolazione della materia e percepibili con i sensi della vista e del tatto. Secondo me, oggi, "fare arte" è la capacità di interagire all'interno dell'enorme mercato dell'informazione visiva, in cui prevale l'immagine in movimento, informatica, algoritmica e virtuale. Voglio dire che è richiesta molta più creatività progettuale a discapito forse di quella artigianale. La ruota del marketing culturale la impone in qualsiasi trasmissione televisiva o telematica. E, paradossalmente, anche l'oggetto d'origine, quello materiale prodotto con la tradizionale abilità dei saperi dell'arte, diventa strumento di comunicazione pubblicitaria o di interpretazione enciclopedica. L'oggetto di qualsiasi epoca od autore può rimandare ad altro a seconda delle esigenze di segmenti della vita sociale, economica ed estetica, attraverso foto, riprese e trasformazioni grafiche. E sempre acquista un valore efficace, se rapportato al contesto in cui viene inserito. Ciò significa che l'autore della contemporaneità è egli stesso prosecutore e supporter dell'idea dell'artista di ieri e così sarà per quelli del futuro. L'artista, perciò non è solo chi ha prodotto l'oggetto, ma anche l'operatore visivo che lo contestualizza nel momento in cui si pubblica il messaggio. Prendendo spunto da un'opera iniziale, e producendo evento dopo evento, si realizza una catena di rimandi creativi su cui sarà difficile non riconoscere un valore artistico, se il messaggio raggiunge l'obiettivo prefissato. La storia è piena di esempi del genere. Ecco, a me pare che non sia l'oggetto in sé a chiarificare chi debba essere considerato "artista", ma piuttosto l'atto creativo, a prescindere se sia effettuato con gesti, segni, numeri, note,oppure se si utilizzino strumenti e supporti tecnologici o manuali. Oggi poi, la trasmissione delle immagini è diventata velocissima e multimediale. "Fare arte" potrebbe significare non solo lasciare alla storia oggetti sensibili, ma generare stimoli ed emozioni che accompagnano la evoluzione dell'essere umano, anche se dovessero essere, per così dire, "intangibili". Dopo anni impegnati per attuare la Riforma dell'Accademia di Belle Arti di Roma, che significa apertura a tutto campo dei nuovi processi di comunicazione, ho volutamente viaggiato per confrontarmi con le Accademie extraeuropee. Forse è stata la nostalgia, poiché anch'io provengo dalla frequentazione del mondo accademico, ovvero, dalle cosiddette botteghe dei "Saperi dell'Arte" che consistevano nella capacità di trasformare la materia grazie ai buoni consigli del Maestro di turno. Forse è stata la necessità di verificare se quei valori tramandati per secoli e di cui noi italiani siamo i maggiori detentori, possano resistere ancora a lungo. Sta di fatto, che dopo i recenti viaggi, debbo dire che la crisi è irreversibile in tutto il pianeta. Anche lì si percepisce una certa diversità esistenziale nel sentirsi artista oggi. Anche lì ci si deve misurare con la comunicazione globale… Tutti sappiamo che basta un click ed una "smile" è contemporaneamente ed universalmente compresa in ogni angolo del pianeta. Insomma, voglio dire che gli scultori ed i pittori avranno sempre il loro spazio di visibilità, di forte attrazione, ma l'enorme domanda di produzione di immagini richiede operatori visivi di variegata estrazione e formazione. Stante il fatto che il valore del messaggio viene ricercato piuttosto nella quantità dell'audience o nella cifra dell'asta di turno, a che serve stare a discutere su chi sia più o meno "artista"? E soprattutto, perché non rigiriamo la domanda su quale è la sua funzione oggi? Tutto gira o intorno al "mercato" dell'Arte o ai bisogni sociologici indotti dalla comunicazione visiva globale. Per poter apprezzare e godere un'opera d'arte, infatti, non è sufficiente sapere chi sia o meno l'autore, ma bisogna che i mediatori a loro volta svolgano atti creativi finalizzati a garantire la permanenza del suo messaggio in un determinato contesto sociale e culturale. Paradossalmente, perciò, mi viene da sostenere che se dessimo il valore di artista a chi sa trasmettere l'atto creativo a prescindere dall'oggetto prodotto, Socrate e Platone, pur essendo l'uno scultore e l'altro pittore, pur non avendo lasciato alcuna opera materica, debbano essere considerati dei geni artistici in assoluto per aver "inciso" con le loro idee così tanto nell'evoluzione del pensiero umano. Inoltre, distinguere tra immagini realizzate da scienziati, filosofi od operatori visivi non è semplice. La commistione, l'interazione, il carattere interdisciplinario delle attività di ricerca, sembrano aprire a qualsivoglia interpretazione. Aggiungiamo che le percezioni avvengono sempre meno con i sensi fisici e sempre più con i sensi sottili: l'immaginazione, la fantasia, la visione. Ecco, se il "Contemporaneo" è il luogo espositivo in cui si stanno mettendo in risalto le contraddizioni della cultura postmoderna, non c'è da meravigliarsi se tutto ciò che accade pare essere il contrario di tutto. Per esempio, vorrei porre l'attenzione sull'Artista di Impresa. Esiste l'Artista di Impresa? Fino a qualche tempo fa il solo pensare che si potesse agire al fine del mero mercato, o del raggiungimento del successo, era quasi un'offesa verso la genialità del ricercatore puro. Poniamoci la domanda, se invece non sia il contrario. Io penso che la funzione dell'artista oggi risponda sempre di più a quelle dell'imprenditore, se non altro di se stesso. Lo vediamo nell'analizzare senza infingimenti le operazioni manageriali svolte da quelli di maggiore fama. E non solo loro, spesso sono considerati "artisti" quei critici che propongono eventi con opere di altri, ma di cui diventano i referenti curatoriali e professionali, cioè assumono la funzione creativa e progettuale di altri step della comunicazione. Insomma, se le parole non sono dei vuoti contenitori di significati cristallizzati,se cioè anche le terminologie sono portatrici di novità, oggi si può guardare con maggiore elasticità all'operatore visivo, che in qualsiasi campo ed attraverso qualsiasi tecnica, supporto o metodologia, sia in grado di porre i segni giusti al posto giusto per significare i valori della ricerca dell'arte. Conosco tanti giovani che operano producendo immagini coordinate, eventi espositivi, installazioni, performance e quant'altro senza perdere il necessario entusiasmo, che è la conseguenza del desiderio di emettere un atto creativo. Per me sono artisti. D'altronde, basti riflettere come il "fare arte" si sia modificato già tante volte nella storia, per evitare di porre inutili paletti e pregiudizi. Quest'attività umana, che per ideale è sempre alla ricerca di nuovi orizzonti, parametri ed enigmi, viaggia con il compagno ideale del dubbio, e può operare bene anche con le funzioni innovative contemporanee, evitando di etichettare il Contemporaneo come luogo dogmatico del "Fare Arte".  
GERARDO LO RUSSO Pittore, direttore dell’Accademia di BB.AA di.Roma.
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Gerardo Lo Russo
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