L’arte è cosa nostra: riflessioni sul Padiglione Italia A qualche settimana dalla conclusione del Padiglione Italia della Biennale di Venezia, ecco qualche maturata riflessione. Premetto che l'unico "pezzo" del mosaico da me visto è quello milanese della Regione Lombardia, dove ero presente con un'opera, perciò tenete presente questo limite, la mia semmai è una considerazione sull'evento in generale, sul come è stato pensato e organizzato, da quale pensiero è scaturito. L'idea del curatore Vittorio Sgarbi mi è parsa ottima, se non altro come presupposto quasi sociologico, come se il Padiglione diventasse un censimento degli artisti nelle sue diversità dei luoghi. Nell'anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia questo ci sta. Come trovavo positivo il fatto di riportare al centro la preferenza delle arti tradizionali - pittura e scultura - rispetto alla ormai ridondante sovrabbondanza di installazioni e sperimentazioni, delle quali ci siamo saturati gli occhi. E fin qui tutto bene, bravo Sgarbi. Dove però non seguo il pensiero del curatore? Non lo seguo nell'indifferenziato accostamento che ho visto a Milano e nelle altre edizioni - da quella veneziana a tutte le altre dislocate nel nostro territorio - mi si riferisce non sia andata tanto diversamente. Ripeto, era una bella occasione per mettere ordine, almeno in una scelta "militante" sulla preferenza di un orientamento dei linguaggi e delle tecniche (finalmente!), ma sprecato per bulimia di opere, pseudo-artisti mai sentiti saliti in un soffio alla ribalta, mercantili intrusioni della street art (ma se è street art perché non sta nelle strade, come dovrebbe, e invece sconfina anch'essa sulle tele? ). Va benissimo il fatto democratico "orizzontale" e non "verticale", ma ci deve essere una differenza tra chi dell'arte ne fa una professione o comunque una ragione di vita e chi invece approfitta del palcoscenico per salirvici sopra da opportunista. Si sa che questo è il grande limite della nostra Italia, dove arrivismo e furberia prevalgono spesso sui criteri di merito. E se questa doveva essere la "fotografia" non dell'arte italiana ma del mondo dell'arte italiana, allora ci siamo. Ma ci siamo dal punto di vista sociologico, non artistico. Mettere insieme una mostra trasversale enorme, dove non ci sono distinguo di generazioni, di appartenenza a uno o all'altro tipo di linguaggio, di tematica o percorso… nulla , niente altro che opere accostate in libera successione è un ribadire il disordine, una conferma ulteriore del disorientamento di oggi. Con la pittura e la scultura - che appartengono alla nostra lunga tradizione italiana - avremmo potuto riconquistare un po' di fiducia con quel pubblico che frequenta solo le grandi mostre e non entra nelle gallerie d'arte per diffidenza (anche legittima, purtroppo). Ma dai commenti che mi son giunti non è accaduto. L'arte non è cosa nostra, dice il titolo della mostra. Da artista, anzi da pittore, invece penso: l'arte è cosa nostra. Riprendiamocela.
GIOVANNI CERRI Pittore. E’ nato nel 1969 a Milano, dove vive e lavora.
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Giovanni Cerri
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