codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 9/07/2017
Il sommario
Giancarlo Vitali a Milano
KEITH HARING: UN
EQUIVOCO
POSTMODERNO
di
Claudio Zanini
Credo che Keith Haring non si sarebbe mai aspettato che
il suo omino pittogramma, l’icona antropomorfa, potesse
vantare una relazione con l’Uomo Vitruviano di Leonardo,
come sostiene con passione il curatore della mostra,
Gianni Mercurio. Allo stesso modo, l’icona maschile del
WC (segno funzionale e d’eccellente leggibilità, e
anch’esso parente, forse più stretto, dell’omino
haringhiano), potrebbe dirsi legittimamente erede dei
Kouroi greci arcaici.
A parte questo dettaglio, la mostra al Palazzo Reale di
Milano, dedicata a Haring è una mostra importante e ben
organizzata (dal peraltro ottimo curatore). Ciò nonostante,
il suo taglio critico mi ha suscitato alcune perplessità.
Prima di verificarne il fondamento, collochiamo Haring nel
suo tempo/spazio: New York, verso la fine degli anni ’70,
in piena fioritura Pop Art, mentore Andy Warhol. Haring
esordisce come graffitista, dipingendo i muri della
metropoli con Basquiat e altri artisti di strada. Muore nel
1990 giovanissimo, a soli 32 anni.
Ora vediamo brevemente cos’è e di cosa s’occupa la sua
pittura. Colpisce subito il suo linguaggio semplice e
immediato. L’impiego dei colori puri e privi di sfumature
produce superfici squillanti, che ricordano la cartellonistica
pubblicitaria. Il segno nero, deciso, traccia un’icona
elementare: il famoso pittogramma d’una figura
antropomorfa stilizzata e anonima, priva di volto, con le
braccia alzate.
L’esito è una pittura gioiosa, vivace, di subitaneo impatto,
indirizzata ai non addetti ai lavori. Haring intende, infatti,
porsi fuori dai musei, dal circuito delle gallerie e,
soprattutto, dal sistema dell’arte, per rivolgersi a tutti, alla
gente comune. Il carattere sintetico del segno obbedisce
anche all’esigenza della rapidità d’esecuzione richiesta
dalla tecnica della Street Art e dal fatto che i segni
(segnali) devono essere percepiti nel caos del traffico
urbano. Mentre il suo omino, che
deriva dalla grafica elementare e
accattivante di fumetti e cartoons,
colpisce subito l’immaginario
collettivo.
Spesso si tratta di sequenze che
ricordano le strisce dei fumetti;
oppure di composizioni articolate,
ricche d’invenzioni iconiche, dove si
assiste all’infittirsi delle figurine, al
loro unirsi e reciproco
compenetrarsi, come per
testimoniare una loro necessaria
simbiosi. Sovente la complessità
dell’immagine è fornita dalla serie di
eleganti arabeschi che si
moltiplicano proliferando, spesso
contenuti entro forme riconoscibili
(vedi quella di Mickey Mouse) nelle opere sul tema della
maternità e nella tavola sagomata e incisa del suo famoso
“Crawling baby” (1984) che riproduce i temi di nascita, vita
e morte.
L’ispirazione di Haring come s’è detto, in molti dipinti, gaia
e gioiosa, diventa spesso drammatica nelle installazioni,
nelle ampie superfici animate da un pullulare ossessivo di
segni dove le sue figurine sono irretite entro una
sarabanda di mostri generati dall’immaginario di Bosch;
qui l’arabesco diventa labirinto dominato da una sorta
d’horror vacui, senza via d’uscita.
Ci si potrebbe fermare qui, ma il taglio della mostra
presenta ulteriori e più ambiziosi livelli di lettura. Tra essi,
quello sull’impegno sociale e politico. È noto come Haring
rifiuti il sistema dell’arte e il profitto economico a esso
legato, e si cimenti con temi forti come il razzismo, la
guerra, la droga, la violenza urbana ecc… Questo dato
esistenziale, tuttavia, non implica necessariamente che la
sua si possa definire una pittura impegnata. Guardando le
sue opere si nota una contraddizione tra
tematiche forti, complesse, e la scelta
linguistica dell’icona che sollecita una
percezione semplice e immediata, una
riconoscibilità istantanea con la
perentorietà della figurazione Pop
(l’intero repertorio dei marchi, da
Campbell di Warhol in avanti).
Dunque, un linguaggio elementare,
simultaneo (tutto vive simultaneamente,
dice Haring) che si sviluppa in superficie
(deve e vuole raggiungere tutti
dappertutto), e ignora, inevitabilmente, la
dimensione verticale, storica; che non si
può recuperare con la rappresentazione
sommaria (iconica). Per esempio: un
serpente - eruttato da uno scheletro -, il
quale divora un omino, e da un fungo atomico, allude,
certo, al pericolo d’una guerra atomica; ma è uno slogan,
un grido inarticolato. L’icona è priva di profondità
semantica se non ha stratificazione di rimandi: significa
solo se stessa. Quindi è funzionale all’epoca della
globalizzazione: si rivolge a tutto il pianeta; così come la M
di MacDonald veicola lo stesso unico messaggio a tutto il
mondo.
Nella critica dell’esistente funziona molto più l’amico
Basquiat, - street/artista come Keith, ma che con lui
c’entra poco – il quale sporca, tritura, frammenta i
linguaggi e ne restituisce le
spoglie con un’espressività
inedita, selvaggia (che forse
può o vuole non piacere).
Oppure, se ci si riferisce a un
linguaggio figurativo vicino a
Haring (e alle sue origini: il
padre disegnava fumetti e
cartoni animati), ben altro
spessore critico e
politicamente scorretto hanno
dei cartoons come i Simpson,
Beavis and Butter-head, ecc.
Ma, qui si tratta di personaggi
con dei visi e delle storie, non
d’icone prive di volto.
Lo stesso equivoco riguarda il
rapporto con l’arte classica e
quella della prima metà del ‘900. Tant’è vero che la
sezione degli apparentamenti e dei richiami ai linguaggi
artistici del passato rivela, suo malgrado, l’artificiosità
dell’operazione. Nel caso di Haring (che, tra l’altro,
intendeva occultare la fonte di riferimento), i suoi debiti
consistono nel mero appropriarsi del soggetto,
semplificandolo mediante la traduzione nel suo linguaggio
iconico. Si veda cosa diventa il fregio della colonna traiana
in Haring: una serie d’icone antropomorfe sbilenche; lo
stesso accade a quelle che dovrebbero essere ispirate al
rilievo di Michelangelo, alla Lupa Capitolina, e così via.
Nessuno nega che abbia guardato e amato l’arte classica,
Pollock, Klee, Dubuffet, Picasso, ecc.. Tuttavia, il discorso
è un altro.
Parlare, quindi, di neoumanesimo, come indulge il curatore
della mostra, apparentando l’icona antropomorfa di Haring
all’uomo vitruviano di Leonardo, mi pare oltremodo
fuorviante. Si attribuiscono alla pittura di Haring significati
che non può, né, credo, intendesse avere. Non ci siamo.
Le simpatiche figurine di Haring sono massa senza volto,
somma d’individui sincronici e fungibili (direi, come la
merce sul mercato globale); il loro spazio è la superficie
bidimensionale.
(A proposito dell’assenza di volto, tra l’altro, vorrei
ricordare che la faticosa conquista dell’effige umana
avviene dopo secoli di progressivo sviluppo, arricchimento
e “vissuto” dell’immagine, nel Rinascimento. Mentre qui,
non mi pare che la spersonalizzazione assuma in sé una
dimensione tragica e di marcata critica; al fondo, risulta
ambigua).
Qui siamo nello spazio della simultaneità anonima della
rete (l’icona è quella virtuale del computer?), il passato è
una categoria obsoleta esclusa dal presente. Leonardo
non c’entra. Cercare, dunque, un aggancio con la
classicità, seppure per nobilitare (?) il linguaggio di Haring,
significa snaturarne l’ispirazione.
A mio parere, definire Keith Haring, vero umanista (vedi
articolo di Gianni Mercurio sul Sole 24 ore di domenica 19
febbraio 2017), significa disconoscerne la specifica
dimensione d’artista immerso nell’esperienza della Street
Art, nata nell’urgenza del tragico presente urbano delle
metropoli; e, nel non voler identificare nel suo segno un
segnale irridente, ironico e giocoso, che appare quale
flash istantaneo, colpisce con forza lo sguardo e dilegua.
Salvo che non s’intenda conferire alle opere in questione
una patina di valore aggiunto, una nobiltà di superficie al
fine d’accrescere il valore finanziario e il prestigio
dell’intera operazione (critici, sponsor, collezionisti,
organizzatori). Allora, parafrasando Bogart, ci viene in
mente di dire: “Questo è il mercato, bellezza!”
[Qui online dal 15/04/2017]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Nato a Trieste, ha
partecipato a numerose
mostre di pittura, personali
e collettive, in Italia e
all'estero e ha realizzato
svariate azioni sceniche e
performances. Vincitore
dell’edizione 2012 del
Premio Guido Morselli con il
romanzo Il polittico della
città di T, ha scritto vari
racconti e poesie. Per i tipi
della casa editrice Bietti ha
recentemente pubblicato Il
posto cieco (2009), Nero di
seppia (2010) e La scimmia
matematica (2013).
Claudio
Zanini
La mostra
KEITH HARING
Milano Palazzo Reale
21.02 – 18.06 2017
All Haring Works:
© Keith Haring Foundation.
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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