codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 9/07/2017
Il sommario
Giancarlo Vitali a Milano
Nicoletti, con il saggio introduttivo a questa mostra,
evoca una serie di importanti considerazioni sul
tema del Realismo esistenziale e, più in generale,
dell’intreccio tra poetiche, impegno e figurazione
nella nostra pittura del dopoguerra. Lo riproduciamo
qui integralmente come stimolante innesco e primo
capitolo di una riflessione collettiva su quelle
vicende, ancora assai trascurate dalla critica e dal
pubblico attuali.
AI RAGIONATI MARGINI
DEL REALISMO
ESISTENZIALE
Appunti per una storia da
scrivere
La dizione “Realismo Esistenziale” ha costituito per
lungo tempo un’etichetta di comodo per una sbrigativa
classificazione di un fenomeno ampio e ramificato della
nuova pittura milanese del secondo dopoguerra. sotto
questa formula equivoca, frutto di rimaneggiamento
delle parole usate da Marco Valsecchi a commento di
una delle prime mostre di questa compagine (su “Il
Giorno”, 30 aprile 1956), sono stati letti fenomeni fra loro
diversissimi sotto il profilo linguistico, creando una
gerarchia di valori che non ha tenuto conto della
geografa mobile dei sodalizi, degli scambi e delle
reciproche contaminazioni di linguaggio all’interno di un
vastissimo repertorio di soluzioni visive a cui si poteva
attingere sia dentro sia fuori dagli steccati della
NuovaFigurazione.
In seconda battuta, in quella che in fondo è diventata
una definizione categoriale è venuta meno anche
l’articolazione dell’agenda dei critici, che basta da sola a
mostrare la complessità di un
fenomeno troppo sfaccettato per
essere chiuso in una formula
unitaria. In definitiva, la traiettoria
delle indagini intorno al racconto di
un mondo in trasformazione nei
termini di un linguaggio aggiornato
ha avuto sviluppi troppo repentini e
in direzioni troppo diverse perché
una formula riassuntiva, destinata a
coprire in un’unica definizione una
serie di itinerari creativi nella loro
interezza, possa restituire la complessità problematica di
questa vicenda. Ci vorrà piuttosto uno sguardo allargato
che elimini le gerarchie e assuma una prospettiva
totalmente orizzontale per poter rilevare punti di contatto
e divergenze, e per comprendere, intrecciando storie
che in determinati momenti si sono unite e in
altri no, le dinamiche degli scambi. E bisognerà
anche spazzare via certi luoghi comuni di un
folklore storico che ha imbalsamato intorno ad
alcuni luoghi deputati la vita di un mondo
artistico, schiacciandolo fra l’Accademia di
Brera e il Bar Giamaica, a ricostruire una
boheme milanese che fa parte, pur con
fondamenti biografici reali, più della mitologia
che della storia. Più utile, piuttosto, sarà
intrecciare in maniera più fitta la trama delle
mostre e la geografia delle gallerie, fra il Salone
Annunciata e la galleria Bergamini, a cui
aggiungere in un secondo tempo la Galleria
delle Ore di Giovanni Fumagalli e in ultimo, a
panorama totalmente mutato e con coordinate
ben diverse, persino lo Studio Marconi. È qui,
infatti, che i giovani fanno le scoperte cruciali,
che vedono per la prima volta gli artisti delle
avanguardie internazionali, scambiandosi i
cataloghi delle mostre viste o quelli che
arrivano dall’estero, andando a cercare i propri
padri putativi al di fuori di quello che poteva
dare (o non dare) la formazione accademica.
Ed è qui, soprattutto, che seguendo la
scansione dei premi del disegno si può far
riaffiorare la trama di una vicenda cruciale
quanto poco considerata come quella dell’opera
su carta, che qui più che in altri casi gioca
invece un ruolo dirimente per comprendere la
novità di una proposta visiva in tutte le sue
declinazioni. Tutti questi, più ancora degli
scultori della stessa temperie per i quali è
pratica quotidiana e naturale (da Floriano
Bodini a Franco Fossa, senza dimenticare la
prima stagione di Giancarlo Sangregorio),
prima che pittori sono grandi disegnatori che
attraverso l’esercizio della grafca arrivano
all’opera su tela, mantenendo tuttavia quasi
sempre un fortissimo impianto disegnativo.
Parlare di disegno, e di disegno in bianco e
nero in modo particolare, era una questione
tutt’altro che neutra. Qui, infatti, si misurava la
distanza dai maestri, da quella maniera di
solido chiaroscuro ereditata dagli anni fra le due
guerre, e che era alla base sia
dell’insegnamento di Funi e Borra in
Accademia, a quella fuida e pittorica di natura
espressionista che veniva da Corrente. C’era il
realismo di Corrente con cui fare i conti, che
fosse quello di Guttuso, via via sempre più
incardinato in un ruolo uffciale, o quello di
Ernesto Treccani, che per Milano ha contato più
di quanto forse si sia stati disposti a
riconoscergli; o che fosse quello di Aldo Carpi,
nella cui aula si formano, in grande autonomia,
buona parte dei pittori che afferiscono a questo
discorso. Per loro il disegno era tornare a un
segno secco e austero, spigoloso e graffante,
che molte volte si sarebbe tradotto in incisione
con uno slancio rabbioso del tutto inedito:
reagendo a un altro ingombrante modello,
quello di Giorgio Morandi, con foga la lastra
calcografica veniva incisa e graffata, quasi
ferita con la stessa crudezza con cui su tela
veniva raccontata la vita degli ultimi e delle
periferie che crescevano disordinatamente
intorno alla metropoli, le famose “coree” che
facevano fronte al flusso migratorio verso la
capitale dell’industria.
In parallelo, le vicende di Giansisto Gasparini
(Voghera 1924), Mino Ceretti (Milano 1930),
Piero Leddi (San Sebastiano Curone 1930-
Milano 2016) e Tino Vaglieri (Trieste 1929-
Milano 2000), tutte parimenti meritevoli di uno
studio monografco più profondo che restituisca
le ragioni delle scelte e degli stili, offrono
dunque alcune tracce su cui poter riflettere,
almeno a livello iniziale, su alcuni fenomeni e
tracciare alcune linee di sviluppo. Da più punti
di vista sono artisti che possono essere presi a
coppia. In primo luogo a livello di
raggruppamenti: due artisti del cosiddetto
Realismo esistenziale (Ceretti e Vaglieri) e due
di quello che Virginio Bono aveva definito nel 1972
Realismo critico (Gasparini e Leddi). In definitiva, sia su
un fronte sia sull’altro, posto anche fosse stata presa per
buona la definizione di realismo “fenomenico” coniata da
Giorgio Kaisserlian al posto di quella desunta ex post da
Valsecchi a recensione della famosa prima mostra di
Guerreschi, Romagnoni e Ceretti al Centro San Fedele
di Milano (1956), si può parlare a buon diritto di due
facce della stessa medaglia in cui i problemi in agenda
erano gli stessi mentre divergenti erano le soluzioni. In
estrema sintesi, nella fenomenologia di Nuova
Figurazione approdavano sia artisti partiti dal
neorealismo più crudo e asciutto, politicamente
determinato, sia artisti che invece cercavano una via
d’uscita dalla pittura di gesto e che concentrando un
intreccio di segni in una zona specifica della tela
tornavano a delineare una figura. Una mostra rivelatasi
cruciale come Possibilità di relazione, organizzata da
Enrico Crispolti a Roma nel 1960 (a cui partecipano, fra i
vari, Ceretti e Vaglieri), metteva in luce bene questo
aspetto, preludendo a una serie di mostre che si
terranno all’Aquila fra 1962 e 1968 in cui quel tentativo
di leggere i fenomeni in atto alla luce della flosofia di
Enzo Paci si apriva a un orizzonte più vasto per
delineare le Alternative Attuali della ricerca in atto (fra
cui compaiono più volte sia Vaglieri sia Leddi). E che si
trattasse di scommettere su una situazione in
trasformazione lo avrebbe dimostrato il “remake” di
quella mostra romana del 1960 organizzato sempre da
Crispolti, a Ferrara, dieci anni più tardi, mostrando come
i percorsi di quel gruppo, inizialmente unitario, si fossero
divisi prendendo strade talvolta radicalmente oppositive
fra loro.
Nella maggior parte dei casi si assiste a percorsi
soggetti a bruschi cambiamenti di rotta, in cui la ricerca
effettua delle sterzate drastiche e si divide chiaramente
in periodi circoscritti. Il caso di Bepi Romagnoni (Milano
1930-1964), a cui la storiografa ha attribuito un ruolo
trainante col pericolo di isolarlo facendone un maestro
irrelato dal suo vero campo d’azione, è emblematico, ma
non è l’unico. Per tutti, ai blocchi di partenza, ci sono le
istanze del neorealismo e uno sguardo verso una realtà
quotidiana di cose semplici e frugali: li si ritrova tutti, non
a caso, nella galleria del Premio Suzzara, come segno
lampante di una continuità iniziale con le istanze di una
generazione precedente. Rispetto a quella, tuttavia,
c’era una vena più cruda e graffante, resa più austera
per questo primato del disegno sul colore che non di
rado induce a riallacciare un dialogo con la tradizione
del realismo ottocentesco italiano. Ancora una volta è il
disegno a darne la misura, con una grafica di segno
sfilacciato e pittorico che sfrutta la granulosità della
grafite, presto sostituita, nelle fasi più sperimentali, dal
disegno a inchiostro declinato sia in termini di pittura sia
soprattutto nel più netto e inequivocabile disegno a
penna. In ogni caso, la radice di partenza era quella, ma
con un piglio più secco e più violento perché meno
retorico. É esemplare, in tal senso, la storia di un quadro
di Giansisto Gasparini, il più anziano di questa
generazione, che nel 1953 aveva presentato in concorso
al Premio Lissone una tela lunga e stretta raffigurante a
grandezza naturale la salma dell’anziana nonna vestita
a lutto per la veglia funebre: un quadro volutamente
disturbante, che Funi, in commissione, aveva ritenuto
opportuno non esporre, e che Luigi Carluccio invece
sceglierà per la terza edizione di Pittori d’oggi. Francia-
Italia alla Promotrice per le Belle Arti di Torino (ma senza
fare il salto audace di riprodurlo in catalogo). Di quel
quadro si parla molto, perché il tema non poteva lasciare
indifferenti, come non potevano lasciare indifferenti le
scene di uccisione e di tortura delle tele di Vaglieri e
Ceretti degli stessi anni. Non ci sono concessioni di
piacevolezza per l’occhio del fruitore, a cui viene
piuttosto proposta la realtà nella sua essenza più cruda
e frugale, più povera e disadorna, con una insistenza sul
dato ferino e violento anche nell’affrontare temi di natura
morta: bastavano Rembrandt e Soutine, o il primo
Fautrier e i realisti francesi come Gromaire e Fougeron,
senza dover scomodare Bacon a date troppo precoci,
per avere degli esempi di animali squartati e pronti alla
macellazione su cui proiettare, per traslato, una
metafora umana.
Il punto fondamentale è mettere infatti a fuoco il modo in
cui viene vissuta la città e le conseguenti ricadute
iconografiche. È anche un fatto anagrafico, in un
momento in cui le date di nascita contano più che in altri
momenti: uno scarto di cinque o sei anni significa avere
l’età per combattere la guerra al fronte, come nel caso di
Gasparini, o viverla fra le esperienze della prima
adolescenza, con quanto questo comporta di esperienza
sia umana sia visiva. Al contempo, questo significa
anche assistere consapevolmente a uno dei momenti di
massima trasformazione urbana e sociale, dagli ultimi
momenti della civiltà contadina, che per Leddi arriva ad
assumere connotati persino allegorici legati a un preciso
vissuto biografico, all’incontrollata crescita urbana che
conduce in maniera altrettanto visionaria a interrogarsi
sul destino dei confni della città, come nel Vaglieri dagli
anni Sessanta in poi. Per vie diverse sono tutti esempi di
un rapporto difficile con la realtà, della volontà di portare
sulla tela un disagio e di riversare in una dimensione
pubblica e sociale una tensione intima e privata. Nella
complessità delle possibili soluzioni, facendo però tutti i
conti, per ragioni diverse, con la riscoperta del Futurismo
del dopoguerra, progressivamente procedono verso una
visione allegorica dagli esiti persino metafisici e surreali.
Mino Ceretti, ad esempio, dopo una intensa stagione di
ricerche intorno all’immaginario organico che vanno di
pari passo con quelle dell’ultimo Romagnoni, arriverà a
una negazione del volto e della possibilità del ritratto,
facendo della fgura umana un vero e proprio “bersaglio”,
ovvero una figura ridotta, come avrebbe detto Marcuse,
a “una dimensione”. Poco per volta, il discorso sulla
realtà sarebbe diventato anche riflessione sui limiti della
rappresentazione, fra ricordo delle avanguardie storiche
e riflessione sul nuovo mondo delle immagini,
commentato con lo sguardo scettico (sono i titoli a dirlo)
dell’ipotetico e del probabile. Vaglieri, fra tutti quello che
rimane più fedele alla virulenza di una pittura pastosa e
gestuale, offre delle visioni delle fabbriche e dei
falansteri urbani su cui si staglia, sfigurata, una persona
senza volto di intelligente calco baconiano, in un
controluce di rosa o di gialli inaciditi che hanno
metabolizzato le nuove istanze “pop” che premevano da
oltralpe e soprattutto da oltreoceano. Il dipinto si gioca
infatti su un contrasto immediato, sulla polita
compattezza di fondi saturi e brillanti su cui irrompe un
intervento di gesto rabbioso che lascia affiorare alcuni
elementi come un piede, una piccola testa, ma tutto
sottoposto a un effetto di compressione e deformazione
come se fosse un’apparizione troppo veloce per potersi
fermare sulla tela. Per lui, oltretutto, il discorso si
sarebbe fatto sempre più palesemente politico, tornando
a disegni graffati che recuperano i modi della satira vera
e propria, ma sempre attingendo con intelligenza a un
ventaglio di fonti complesso, su cui forse è più forte una
eco della riscoperta del Futurismo da leggersi in
parallelo a un radicale cambio di tavolozza in favore di
una cromia pop e di un’immagine di impatto immediato.
La città di Leddi, invece, ha connotati eruditi più fondi ed
è più evidente il debito verso la cultura dell’Ottocento,
che per lui non è solo quello di Pellizza da Volpedo, ma
anche quello di Felice Giani e della Milano neoclassica,
frutto di una riscoperta storiografica che va di pari passo
con la messa a punto dei grandi cicli pittorici di fne anni
Settanta e inizio Ottanta. Non a caso lui è l’unico ad aver
programmaticamente ripensato ai modi e ai moduli del
grande quadro di storia, con cui deve fare apertamente i
conti in occasione del bicentenario della Rivoluzione
Francese. Ecco dunque una Milano dall’alto come quella
delle antiche piante della città, su cui si affacciano
presenze moderne (per esempio il Teatro Mobile di
Alberto Burri in Parco Sempione) e si muovono figure
dall’anatomia affusolata come manichini. In Leddi la
spinta verso un discorso visionario e allegorico è più
marcata, come un’epica del mondo rurale che sta
scomparendo, e che la pittura riporta in vita non come
operazione nostalgia ma con un più forte valore
simbolico legato ai temi della nascita e delle origini,
ricondotti su una terra desolata e ostile fatta di tensioni e
contrasti che il pittore restituisce attraverso una
sofisticata mediazione culturale che ne fa un punto
importante per capire un tratto della cultura milanese del
secondo Novecento.
Per tutti loro, in un modo o nell’altro, si è trattato di una
pittura nata sfogliando molti libri e leggendone altrettanti,
magari suggeriti da Emilio Tadini e Roberto Sanesi (il
primo ad affermare esplicitamente che il Realismo
Esistenziale “non esiste” pubblicando il lungo e
frammentario saggio Reperti. Per uno studio sulla pittura
di Rodolfo Aricò, nel 1965) che per primi leggono, senza
attendere le traduzioni in lingua italiana, i grandi scrittori
stranieri e i filosofi dell’esistenzialismo. Ma se Tadini e
Sanesi sono due punti di riferimento, colpevolmente
dimenticati, per un certo discorso della critica fra
informale e Nuova Figurazione, non andrà mai
dimenticata quella polarità che faceva di questi artisti
delle proposte che potevano trovare accoglimenti sia da
parte della critica più avanzata e aperta alle novità
d’avanguardia, sia a quelli più legati a una strenua
difesa della figurazione in senso stretto come Mario De
Micheli, fra i primi ad occuparsi della cosiddetta “giovane
scuola di Milano”. Non ultimi, poi, su di loro si posa lo
sguardo dei poeti, da Franco Loi e Giancarlo Majorino a
Vittorio Sereni, il cui ruolo per le arti figurative è ancora
tutto da chiarire, ancora a Sanesi, che con struggimento
ricorderà l’improvvisa morte di Romagnoni, poco prima
della dipartita di un altro artista destinato a diventare
leggenda, e a sua volta non distante anche se per poco
dalla neofigurazione, come Tancredi.
Tutti loro attraversano alcune delle tappe fondanti su cui
si basa l’attuale periodizzazione del Novecento italiano,
e vi passano tenendo fede alla propria indole ma
tenendo conto delle novità e di cosa queste potevano
offrire a uno sguardo prensile e a un’immaginazione fitta
di domande sul senso dell’esistenza. E anche quando la
parola “realismo” sarà diventato un retaggio ormai
remoto, ciò che resta, costante ed anzi più urgente, sarà
un’interiore e drammatica pulsione esistenziale.
[Qui online dal 04/06/2017]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Nato a Sesto San
Giovanni nel1984, è
dottore di ricerca in storia
dell’arte. Si è occupato di
arte del secondo
Novecento, con
particolare attenzione al
contesto italiano e
francese e alla cultura
editoriale. Di Gualtieri di
San Lazzaro ha curato la
riedizione di “Parigi era
viva” (2011) e “Modigliani”
(2013). Ha curato il
volume “L’avanguardia
primitiva. La collezione di
Alessandro Passaré”
(2014)
Luca Piero
Nicoletti
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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