codice ISSN 2239-0235  
Opinioni
                                                                                      ultimo aggiornamento:   17/09/2016
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Il sommario
NIENTE STORIE, SIAMO ARTISTI Mi  ha sempre colpito il fatto che nel mondo dell’arte fosse diffuso per molto tempo in Italia una sorta di horror narrandi  che non era dato rilevare né in Francia né in Germania né tantomeno negli Stati Uniti. Sembrerebbe che qui da noi la direzione delle cose artistiche sia stata assunta da un collegio ristretto di critici e storici dell’arte per i quali la produzione di manufatti artistici sia degna di nota solo se mostra una chiara derivazione dagli assunti del modernismo, specialmente di quel modernismo che mostra nel proprio ambito una forte riduzione degli spunti narrativi. Ciò facilita il compito ai componenti del collegio suddetto perché, se è difficile capire che cos’è arte e cosa non lo è, ben più facile è verificare se quel dato lavoro riprende o no certe determinate caratteristiche e stilemi del modernismo, ad esempio lo scarso interesse per la narratività. La critica d’arte perde così di coraggio, appiattendosi sulla celebrazione di quanto viene già celebrato;  corrispondentemente, le fortune della cosiddetta “arte concettuale” sono da ritrovarsi nella analogia tra il linguaggio verbale della critica e l’impianto logico- formale di questa corrente. Qui, la critica riconosce come arte quei lavori che riesce o pensa di riuscire ad illustrare con i propri mezzi verbali, da qui il successo dell’arte concettuale e della sua penetrazione in misura più o meno elevata in tutti i campi delle arti: un certo contenuto “concettuale” sembrerebbe la conditio sine qua non perché un lavoro possa essere preso in considerazione dalla critica. E ciò anche se è facile accorgersi che questo genere  in realtà ha spesso un contenuto concettuale minimo, spesso poco più che una battuta, e che dista enormemente da veri  concetti e veri pensieri, quali è dato trovare nella filosofia e nel linguaggio scientifico. Per questa via la corrente concettuale dell’arte conduce a valori prossimi allo zero i contenuti narrativi: tutto si riduce ad una minima operazione linguistica in cui non interessa il raggiungimento di valori estetici: l’aistesis, la sensazione, non viene messa in campo, ormai non interessa più. Cito da Giuseppe Pontiggia (“Il residence delle ombre cinesi” pag. 123, Mondadori Milano 2004) questo illuminante colloquio tra Pontiggia stesso e una studiosa, a proposito della tragedia “Ericinis” di Albertino Mussato: Studiosa: “Ma tu come la trovi?” G. P.   :  “ E’ una cosa bellissima, emozionante.” Studiosa : “ Ma come fai a dire una cosa bellissima? Beato tu che lo puoi dire!” G. P.         : “Perché, non lo puoi dire anche tu?” Studiosa  : “No, io non posso dirlo [……] Io me ne occupo in una prospettiva filologica, è un altro tipo di giudizio.” Insomma, la critica d’arte  pur sembrando  non disporre di mezzi linguistici adatti ad affrontare giudizi estetici, si applica tuttavia all’esegesi filologica dei testi come delle immagini, tanto che si può assistere spesso a serrate analisi filologiche di lavori che di artistico hanno solo il nome, tanto per l’analisi filologica è lo stesso. Credo sia per questa via che si è preso l’uso da parte della critica di definire “scientifica” l’attività che si svolge nell’esaminare la produzione di quadri, video, installazioni eccetera, dato che si può rilevare una corrispondenza biunivoca tra l’opera che si esamina e la sua esegesi filologica; peccato però che questa “scientificità” non sia minimamente in grado di dirci in cosa consista, o non consista, l’efficacia estetica di un’opera. Parlavo della narratività dell’arte: Giuseppe Pontiggia nel testo sopra citato riprende in più occasioni, più o meno direttamente, questo argomento: “(...) indispensabile è il linguaggio ma essenziale è la cosa che viene espressa.” (op. cit. pagg. 124- 125). La res, il contenuto del lavoro, il tema narrato rappresentano quindi secondo lo scrittore milanese, il vero interesse dell’autore: negare la narratività, l’oggetto d’interesse dell’arte, significa negare l’arte; non mi riferisco naturalmente ad un dato stile, come ad esempio la Narrative Art, parlo in generale, dato che sostituire l’oggetto narrato dell’arte col linguaggio stesso significa generare una “mucca pazza” dell’arte, un  ciclo in cui l’arte si nutre di arte, atteggiamento d’altronde diffuso presso molti artisti. Qui l’amico Pontiggia pare riferirsi all’arte, a tutte le arti, come ad un rapporto tra forma e contenuto, tra linguaggio e narrazione, come già molto tempo addietro aveva scritto il De Sanctis; mi viene a proposito da osservare che la forma e il contenuto nella ricerca artistica sono strettamente legati, nel senso che la ricerca dell’artista che procede per istinto e sentimento non li conosce del tutto a priori e deve cercarli, scoprirli nel corso del lavoro, mentre cioè il due aspetti si inseguono, si sovrappongono e si scambiano; l’uno suggerisce all’altro come conformarsi, come svilupparsi. Così alla fine la ricerca- se va a buon fine- giunge ad un risultato, ad un equilibrio prezioso ed unico, all’immagine artistica desiderata ed intravista dall’artista all’inizio del processo. E direi che nel gioco a rincorrersi e scoprirsi, proprio di questi due essenziali elementi della ricerca artistica, Pontiggia sembra attribuire la priorità al contenuto: “ Oggi si tende a neutralizzare la forza dei significati, spostando l’attenzione sui significanti (…) nella tendenza tipica dell’avanguardia a concentrare l’attenzione sul significante, anziché sul significato, c’è anche la paura di quello che la parola significa, perché nella  parola si cela una potenza originaria.” (op. cit. pag. 121) Così, sembra dirci Pontiggia, la parola, l’immagine,  hanno in sé la memoria e la forza di ciò che è originario ed il significato prende il senso di “ciò che attiene alle origini” e l’opera compiuta quello di “narrazione della psiche”. Questa attività di ricerca, che chiamerei semplicemente arte, non è ovviamente condivisa da tutti quelli che si applicano all’arte ed infatti gli artisti veri, quelli cioè che giungono ad indagare il mistero delle origini e l’interiorità psichica, sono pochi, come dice tra gli altri Bonito Oliva. I più si applicano ad esercizi linguistici, a volte forieri di esiti piacevoli, senza addentrarsi nei meandri della propria interiorità, dove le “prede”  che si possono afferrare spesso non hanno nulla di piacevole, specchi come son del dramma delle origini. Il povero manico di scopa con i colori dell’arcobaleno che Vargas Llosa vede alla Tate Modern è una chiara testimonianza di questo stato di cose: il prodotto concettual-minimalista e un po’ ebete dell’artista, che non giunge ad attingere una vera valenza narrativa, ma riesce tuttavia a convincere l’insegnante, sicura com’è, dal canto suo, che tutto ciò che si espone in un museo importante divenga per ciò opera d’arte. Non convince però Vargas Llosa, il quale ci dice con chiarezza che “il re è nudo”, ovvero che  il povero manico di scopa non indossa alcun senso ed alcun significato.
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
 Nato a Firenze nel 1947, è artista, architetto e scrittore. Nei suoi lavori esplora l'interazione tra arte e architettura. Ha realizzato installazioni permanenti in varie città europee, tra cui Marsiglia, Gibellina, Duisburg, Colonia, Skagen (DK), Follonica, Berlino, Seggiano, Firenze.
Vedi anche la rivista ABACO da lui curata insieme a Paolo Bolpagni e Luca De Silva
Giampaolo di Cocco
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